Euro digitale: 5 motivi per cui parte male
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Si fa un gran parlare di euro digitale. Sembra la panacea di tutti i mali. Pare la soluzione di ogni crisi economica. È il nuovo «Sol dell’Avvenire» della Ue e soprattutto della Bce. In questi giorni sono state selezionate le banche che faranno da cavia nel 2027 per la sperimentazione, mentre 10.000 dipendenti delle banche centrali testeranno la nuova moneta.

Come chiedere all’oste se il vino è buono, insomma… In pochi, però, raccontano veramente di cosa si tratta e che costi avrà.

In pratica i cittadini europei avranno un portafoglio virtuale legato a un conto corrente, dove al massimo saranno depositati 3.000 euro «digitali», i quali non sono diversi dagli altri euro ovviamente, tuttavia si distinguono dalla moneta che usiamo ogni giorno per pagare per il fatto che non transiteranno più dai circuiti americani tipo Visa o Mastercard, bensì da una infrastruttura totalmente europea. E qua iniziano i problemi.

Le criticità si leggono in uno studio commissionato dalle associazioni bancarie europee Ebf, Eacb, Esbg. Primo ostacolo: la carta di credito o di debito con l’euro digitale richiede nuovo software, protocolli e certificazioni. Seconda questione: gli sportelli Atm, quelli che noi chiamiamo comunemente i bancomat, richiedono modifiche complesse ai sistemi. Terzo punto: i terminali Pos hanno bisogno di aggiornamenti software e una ricertificazione specifica.

Lo studio entra ancora più nel dettaglio riferendosi a queste tre asperità applicative. Serve creare da zero un nuovo «schema» paneuropeo (oggi solo Visa/Mastercard offrono copertura paneuropea), con nuova crittografia, protocolli di sicurezza e processi di certificazione: non basta riemettere le carte esistenti. Per quanto poi riguarda il prelievo di contanti, si legge nell’analisi, i fornitori indipendenti di Atm (i cosiddetti Iad) forniscono circa il 20% degli sportelli in Europa, quota destinata a crescere. Questa frammentazione limita le economie di scala, soprattutto per i gruppi bancari paneuropei. E ancora: lo studio avverte che affidarsi a fornitori esterni sposta i costi nel tempo, non li elimina; i fornitori dovranno comunque sviluppare e certificare le loro soluzioni e ne scaricheranno i costi sulle banche tramite commissioni. C’è inoltre il rischio di vendor lock-in (cliente dipendente da un unico fornitore col rischio blocco) e di concentrazione del rischio operativo su pochi fornitori terzi. Altra questione: SoftPos e SmartPos vengono presentati come possibili risparmi, ma molti grandi rivenditori usano ancora sistemi It incompatibili, e restano problemi di accessibilità (utenti ipovedenti) e di pagamenti ad alto valore che richiedono ancora l’inserimento fisico della carta.

Vogliamo poi parlare dei costi? Quello stimato complessivo per l’introduzione dell’euro digitale in tutta l’area euro ammonta a circa 18 miliardi di euro, nonostante sinergie di gruppo superiori al 79%. La Bce parla di 4-6 miliardi, ma gli istituti bancari arrivano fino a 30 miliardi in casi limite. D’altronde, c’è da rifare tutto.

Il documento allora solleva la domanda: se l’obiettivo della Bce è recuperare sovranità europea nei pagamenti, non si può raggiungere in modo più efficiente, ad esempio cooperando con iniziative del settore privato già esistenti? Insomma, forse non serve costruire tutto da zero, no? Non se ne parla, avanti col progetto, gridano a Francoforte e Bruxelles, benché i commercianti debbano aggiungere un apparecchio in più nei loro negozi. A spese, ovviamente, loro.

Senza contare le commissioni che comunque si dovranno versare alla banca fornitrice. Banca che gestirà questa sorta di portafoglio extra all’interno, però, di un conto corrente.

Perché si fa allora tutto ciò? Semplice. La quota di pagamenti in contante nei negozi fisici dell’area euro è scesa dal 79% delle transazioni (2016) al 52% (2024), e in Italia dall’86% al 61%. Piccolo particolare, il denaro transita in circuiti non europei (perché l’Europa non ne ha mai sponsorizzato uno, impegnata com’era a dirci che il contante lo usano gli evasori), e se un giorno questi circuiti volessero bloccare i pagamenti, il continente sarebbe ko. Allora, vai con l’euro digitale: sovranità dei pagamenti quotidiani. Con un limite però a 3.000 euro.

Ma è proprio questo limite che rende il progetto di scarsa lungimiranza. Per competere con il dollaro come valuta di riserva serve altro: profondità dei mercati dei capitali europei, unione bancaria e fiscale, liquidità dei titoli di stato; cose che un wallet da 3.000 euro non tocca minimamente. L’ha detto anche Jamie Dimon, numero uno di Jp Morgan, al Sole 24 Ore: «L’euro digitale? Buona fortuna…»

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