euro digitale
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C’è un nuovo protagonista pronto a salire sul palcoscenico europeo. Non ha tasche, non tintinna, non passa di mano con il fruscio delle banconote appena stampate. Non dorme nei portafogli, ma nei server. Non viaggia nei portamonete, ma nelle infrastrutture informatiche. È l’euro digitale, la creatura tecnologica della Bce, il progetto che promette di portare il denaro nell’era dei clic, dei wallet e dei pagamenti invisibili.

Francoforte ha tolto il sipario sul grande spettacolo. A partire da settembre 2027 partirà il banco di prova della piattaforma destinata a sostenere la nuova moneta digitale. Circa 40 banche e intermediari dei pagamenti, i cosiddetti Psp, (fra cui Intesa, Mps, Unicredit, Banca Sella e Nexi) saranno chiamati a partecipare per un anno alla sperimentazione. Un gigantesco laboratorio dove il denaro del futuro verrà analizzato, fotografato e probabilmente promosso a pieni voti. E qui arriva il primo dettaglio curioso della sceneggiatura. I primi clienti chiamati a testare l’euro digitale saranno circa 10.000 dipendenti delle Banche centrali dei 21 Paesi dell’area euro, insieme ai dipendenti della Bce di Francoforte. Saranno loro a effettuare piccoli pagamenti con la nuova creatura monetaria, ancora prima della sua nascita.

Una sorta di degustazione riservata agli chef prima dell’apertura del ristorante. Il cuoco prepara il piatto, lo assaggia, lo descrive e naturalmente difficilmente lo boccia davanti agli ospiti.

La domanda sorge spontanea: quanto sarà davvero imprevedibile il giudizio di chi vive quotidianamente dentro il sistema che sta costruendo il progetto? Per i critici dell’operazione, affidare la prima grande prova della moneta digitale europea soprattutto agli uomini e alle donne dell’universo delle Banche centrali rischia di trasformare il test in una sorta di circolo chiuso, dove il controllore ricopre anche il ruolo di collaudatore.

Una situazione che alimenta il sospetto di un possibile problema di autoreferenzialità: chi costruisce il ponte è anche il collaudatore che dovrà certificarne solidità, comodità e utilità. L’euro digitale, insomma, si presenta come una macchina sofisticata appena uscita dalla fabbrica: lucidata, tecnologica, piena di gadget elettronici e pronta a fare il giro di prova. Ma il primo viaggio avverrà su una pista amica, con passeggeri scelti e con il costruttore seduto in prima fila. La Bce prevede, utilizzando ancora il condizionale, che l’emissione effettiva possa partire dal 2029. Prima, però, bisognerà completare il lungo percorso regolamentare e definire alcuni nodi fondamentali. Uno dei più delicati riguarda il limite massimo di euro digitali custodibili nei wallet, il cosiddetto holding limit. Si parla di una possibile soglia intorno ai 2.000 euro, con la possibilità di destinare una parte alla cosiddetta «tasca offline», pensata per funzionare anche in assenza di connessione Internet.

Un portafoglio senza portafoglio, una moneta senza moneta, una banconota che non si può piegare né infilare nel taschino. L’euro digitale sembra avere tutti gli ingredienti della rivoluzione: invisibile, rapido, tracciabile. Proprio quest’ultimo elemento rappresenta uno dei grandi terreni di confronto.

Il vecchio contante, con i suoi difetti e i suoi pregi, potrebbe così trovarsi davanti a un curioso rivale: una moneta nata per essere più moderna, ma costretta a dimostrare di saper conservare almeno una parte dell’anonimato che ha accompagnato il denaro fisico per secoli. Con l’euro digitale, come le carte di credito di cui principale rivale, l’anonimato dei pagamenti sparisce.

Ma il cantiere europeo corre. I tavoli tecnici lavorano alla definizione del regolamento, mentre la piattaforma tecnologica prende forma. Uno dei data center destinati alla nuova infrastruttura sarà in Italia, a Frascati, vicino Roma, all’interno di una sede della Banca d’Italia. Gli altri server saranno distribuiti in varie aree dell’Eurozona per motivi di sicurezza. Una grande cassaforte digitale sparsa per il continente: non più muri d’acciaio e guardie all’ingresso, ma server, algoritmi e protocolli informatici. La nuova moneta digitale dovrebbe quindi essere contemporaneamente uno strumento finanziario, un progetto politico e una grande opera tecnologica. Un po’ banconota, un po’ software, un po’ manifesto dell’indipendenza europea.

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