La Bce spinge per introdurre il prima possibile l’euro digitale: ognuno di noi avrà un portafoglio virtuale dove saranno depositati fino a 3.000 euro di euro digitali.
Piero Cipollone (Ansa)
La stima di Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo della Bce, intervenuto ad Atreju.
L’euro digitale costerà agli europei 1,2 miliardi di euro. La stima arriva dal membro del comitato esecutivo della Bce, Piero Cipollone, che ha parlato dal palco di Atreju, la manifestazione di Fratelli d’Italia.
Come spiega il politico europeo i «soldi verranno recuperati attraverso quello che è il signoraggio all’euro digitale». Invece «per quanto riguarda sistema bancario e gli altri fornitori di servizi di pagamento, la stima è che possa essere fra i quattro e sei miliardi di euro per quattro anni», ricorda Cipollone. «Tenete conto che, rispetto a quello che spendono le banche per i sistemi It, questa è una cifra minima. Parliamo di circa il 3,5% di quello che spendono le banche annualmente per implementare i loro sistemi. Quindi non è un costo». Inoltre, aggiunge, «va detto che le banche saranno compensate» con una remunerazione molto simile a come quando si fa «una transazione normale con carta».
Cipollone ha anche descritto una sequenza temporale condizionata dall’iter legislativo europeo e dalla necessità di predisporre un’infrastruttura operativa completa prima di qualunque emissione. «Se per la fine del 2026 avremo in piedi la legislazione a quel punto pensiamo di essere in grado di costruire tutta la macchina entro la prima metà del 2027 e quindi, a settembre del 27, di cominciare una fase di sperimentazione, il “Pilot”. Per poi partire con il lancio effettivo nel 2029».
Per l’ex vicedirettore generale della Banca d’Italia, l’euro digitale è particolarmente importante per l’Europa «perché via via che si espande lo spazio digitale dei pagamenti, su questo spazio la presenza di operatori europei è quasi nulla». Insomma, «più si espande lo spazio dei pagamenti digitali, più la nostra dipendenza da pochi e importanti operatori stranieri diventa più profonda», ricorda Cipollone. «Le parole chiave sono “pochi” e “non europei”, perché pochi richiama il concetto di scarsa concorrenza, stranieri non europei richiama il concetto di dipendenza strategica da altri operatori. Noi non abbiamo nulla contro operatori stranieri che lavorino nell’area dell’euro. Il problema è che noi vorremmo che l’area dell’euro avesse una sua infrastruttura autonoma, indipendente, che non dipenda dalle decisioni degli altri».
Cipollone ribadisce poi la posizione della Bce sul contante: resta centrale perché «estremamente semplice da usare», quindi inclusivo, utilizzabile ovunque e «sicuro» perché «senza alcun rischio associato». Il problema, però, è che nell’economia sempre più digitale il contante diventa meno spendibile: «Sta diventando sempre meno utilizzabile nell’economia». Da qui l’argomento «di mandato»: se manca un equivalente del contante online, si toglie ai cittadini la possibilità di usare moneta di banca centrale nello spazio digitale; «è come discriminare contro la moneta pubblica». Quindi la Bce deve «estendere una specie di contante digitale» con funzioni analoghe al contante, ma adatto ai pagamenti digitali.
Il politico ieri ad Atreju ha anche parlato di metallo giallo ricordando che le riserve auree delle banche centrali sono cresciute fino a circa 36.000 tonnellate. Come ha spiegato l’esperto, queste riserve «hanno un fondamento storico importante» perché, quando c’era la convertibilità, «servivano come riserva rispetto alle banconote». Oggi, con le monete a corso legale, «la credibilità del valore della moneta è affidata a quella della Banca centrale nell’essere capace di controllare i prezzi», ma «una eco di questa convertibilità è rimasta»: oro e valute restano riserve di valore contro rischi rilevanti.
Come ha spiegato, le Banche centrali comprano oro soprattutto come difesa «contro l’inflazione» e contro «i rischi nei mercati finanziari», e perché «le riserve sono una garanzia della capacità del Paese di far fronte a possibili shock esterni». Per questi motivi, «l’oro è tornato di moda».
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Varato in nome della «sovranità monetaria» (ora è un valore?), il nuovo sistema nasce già vecchio. E c’è l’incognita privacy.
La Banca centrale europea inaugura l’epoca dell’euro digitale. Ieri Francoforte ha annunciato il passaggio alla fase successiva del progetto dell’euro immateriale, con alcune scadenze per ora ancora incerte: «Partendo dal presupposto che i colegislatori europei adottino il Regolamento sull’istituzione dell’euro digitale nel corso del 2026, un’esercitazione pilota e le prime transazioni potrebbero aver luogo a partire dalla metà del 2027. L’intero Eurosistema dovrebbe quindi essere pronto per una potenziale prima emissione dell’euro digitale nel corso del 2029.»
Nel dare l’annuncio, il comunicato della Bce non può evitare i logori cliché europei: «Un euro digitale preserverà la libertà di scelta e la privacy degli europei e proteggerà la sovranità monetaria e la sicurezza economica dell’Europa. Promuoverà l’innovazione nei pagamenti e contribuirà a rendere i pagamenti europei competitivi, resilienti e inclusivi».
Notato, en passant, che a quanto pare la sovranità è considerata un valore positivo, l’euro digitale integrerà senza sostituirla la circolazione dell’euro di carta di metallo. Quindi si potranno fare pagamenti in euro digitali come se questi fossero contanti fisici. Gli euro digitali saranno disponibili per chi li volesse in un portafoglio virtuale (in pratica, una app) che le banche ed altri soggetti autorizzati dovranno mettere a disposizione. Per le banche (l’Eurosistema) si tratta di un costo di circa 1,3 miliardi di euro fino al 2029, e poi di circa 320 milioni di euro all’anno. Un costo che la Bce reputa più che gestibile e senza impatti sostanziali sul sistema bancario. Si tratta però, va detto, di un costo che si aggiunge agli altri costi di gestione del sistema.
Va chiarito un punto: pagare un acquisto con l’euro digitale non è come pagare con la carta di credito. La carta di credito, anche immateriale, è uno strumento che permette di accedere al proprio denaro depositato presso una banca, utilizzando circuiti di pagamento privati. L’euro digitale è certo in un portafoglio immateriale, ma equivale al contante. Il saldo del vostro conto corrente bancario è una passività della banca, l’euro digitale è una passività di chi emette la moneta, la Bce. Un esercente potrebbe non accettare la vostra carta di credito, ma sarà obbligato ad accettare gli euro digitali, che saranno moneta a corso legale come i contanti.
I motivi dichiarati per cui la Bce e l’Ue vogliono l’euro digitale sono due. Il primo è una maggiore circolazione della moneta comune a livello digitale (l’euro inclusivo). Sarà vero? Ci sia consentito dubitarne. Viene detto che non ci saranno costi, e ci mancherebbe. Ma intanto si dovrà comunque passare dalle banche, almeno per avere il portafoglio in cui depositare gli euro digitali. Il che significa declinare le generalità, detto in burocratese, il che non è come avere i contanti in tasca.
Il secondo motivo è il rafforzamento della competitività europea nei sistemi di pagamento internazionali (l’euro resiliente). Cioè l’euro digitale serve a mantenere autonomia strategica nel contesto della guerra valutaria. I circuiti internazionali sui quali avvengono le transazioni digitali (quelli di carte di credito come Visa o American Express e circuiti come lo Swift) in effetti non sono controllati dalla Ue. L’euro digitale serve a ridurre la dipendenza da infrastrutture di pagamento non europee, e questa è una motivazione politica. Un tentativo, se non altro, di evitare di restare bloccati come lo è oggi la Russia rispetto al sistema Swift.
Sarà concorrenziale nel 2029 questo sistema? Tre anni in questo settore sono un’era geologica, mentre gli Usa e ora anche la Cina puntano alle stablecoin, cioè monete digitali ancorate alla valuta nazionale. Il progetto euro digitale è già vecchio, da questo punto di vista.
La Bce specifica, nel suo comunicato, che ci sarà un limite al possesso, pari a 3.000 euro digitali a persona. Il motivo è presto detto: le banche non hanno un particolare interesse a che questo sistema prenda vita. Gli utenti dell’euro digitale non avranno un conto corrente presso la Bce, ma utilizzeranno portafogli digitali forniti dalle banche e da altri soggetti autorizzati. Questi soggetti saranno degli intermediari, ma solo per il sistema, non per il denaro. Anzi, le banche temono un effetto di disintermediazione, se le disponibilità liquide delle persone si spostassero in massa sull’euro digitale.
Per evitare una fuga dai conti correnti bancari, le banche dovrebbero aumentare i tassi offerti sui depositi e questo per loro sarebbe un costo. Se le banche subissero un drenaggio della propria raccolta fondi perderebbero anche le leve sulla concessione dei prestiti. In pratica, l’euro digitale farebbe concorrenza alle banche. Per questo la Bce si è affrettata a porre un limite di 3.000 euro digitali al possesso, una cifra ritenuta sopportabile dal sistema senza impatti. Il fatto stesso che esista questo tetto pone già molti dubbi sulla reale utilità di tutto questo. Le aziende, quindi, non potranno fare pagamenti in euro digitale sopra tale soglia? Che senso ha questo se lo scopo è costruire un sistema di pagamenti autonomo dai circuiti privati? Non è molto chiaro.
Una delle principali preoccupazioni riguarda la privacy. Con l’euro digitale si potranno controllare le transazioni, cioè qualcuno da qualche parte potrà vedere come usiamo i nostri soldi? Se l’euro digitale equivale al contante, questo non dovrebbe essere possibile. La Bce giura di no, infatti, e dice nei suoi comunicati che la riservatezza sarà garantita da sofisticati e sicurissimi sistemi che renderanno anonime le transazioni. Gli si può credere oppure no. La prova non l’avremo mai, ma il fatto che qualcuno dica che l’euro digitale aiuterà ad arginare l’evasione fiscale non depone a favore della proclamata inconoscibilità dei dati personali. L’obiezione alle preoccupazioni sulla riservatezza è che già oggi, pagando con carte di credito e di debito, i pagamenti sono tracciati. Vero, perché non sono contante e sono sistemi privati, cosa di cui a quanto pare pochi si rendono conto. Ma se l’euro digitale è moneta a corso legale equivalente al contante, non deve essere possibile tracciarlo, neppure in astratto. Se l’euro digitale diventa un modo per sorvegliare i cittadini siamo abbastanza certi che pochi lo vorranno usare.
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Antonio Patuelli (Ansa)
I soldi versati sui wallet dei cittadini resterebbero fuori dalla disponibilità degli istituti. Che per la gestione spenderanno miliardi.
C’è un nemico delle banche che si aggira per l’Europa. Il percorso che porterà al varo dell’euro digitale continua inarrestabile ora che i ministri delle Finanze dell’Eurogruppo hanno sbloccato il dossier, preparando il campo a una posizione comune del Consiglio Ue, mentre è in arrivo una bozza di rapporto del relatore al Parlamento europeo che farebbe partire il «trilogo» con la Commissione Ue nel 2026.
Ma la nuova frontiera della moneta unica contiene una potenziale minaccia per l’equilibrio del sistema bancario. Ad evidenziarlo, è proprio la Bce che sta lavorando alla criptomoneta. In una simulazione la Banca centrale europea ha svelato un paradosso inquietante: quella che dovrebbe essere una moneta più sicura potrebbe, in caso di crisi, svuotare i conti correnti e mettere in difficoltà le stesse banche che oggi reggono l’economia reale.
L’ipotesi allo studio è di fissare un limite individuale di 3.000 euro, come tetto massimo detenibile da ciascun cittadino in un portafoglio di euro digitali da spendere con la card o l’applicazione sul telefonino. Si stanno valutando i costi per le banche. Grazie a sinergie e mutualizzazione degli oneri, le stime della Bce indicano «una forchetta fra i quattro miliardi di euro e i 5,77 miliardi totali» a livello di sistema, non lontani dalle cifre che la Commissione europea aveva comunicato nel 2023.
Il wallet con un massimo di 3.000 euro è tutto denaro che sfuggirebbe ai depositi nelle banche. Il quesito che si è posto la Bce è quanti soldi l’euro digitale porterebbe via dai depositi bancari, con la sua attrattiva di essere moneta digitale ma contante, e cioè pubblica perché emessa direttamente dalla Banca centrale. Quello che emerge è che in una situazione normale, il deflusso di liquidità dalle banche ai wallet sarebbe «contenuto»: si fermerebbe a un centinaio di miliardi di euro a livello europeo, con un coefficiente di liquidità bancaria aggregato Lcr che scenderebbe dal 166 al 163%.
La storia economica però non è esente da non preventivate situazioni drammatiche come insegnano i fallimenti di Lehman Brothers e della Svb, la Silicon Valley Bank, di cui tutti abbiamo memoria. Ebbene la Bce ha valutato che in una situazione di panico finanziario con una fuga dai depositi bancari, potrebbero essere spostati in poche ore dai conti bancari tradizionali verso portafogli digitali percepiti più sicuri perché garantiti dalla Banca centrale, ben 700 miliardi di euro. Un deflusso che tiene conto del tetto di 3000 euro per il wallet. La Banca centrale dice che solo 13 banche europee su 2.025 scenderebbero a una soglia di sicurezza di liquidità Lcr pari al 100% e di queste solo 9 andrebbero al di sotto, comunque restando dentro gli standard della regolamentazione europea. Denaro che in ogni caso resterebbe in euro, sotto l’ombrello della Bce. Le banche più piccole, meno capitalizzate, sarebbero le prime a soffrire.
La Bce sostiene che questo scenario «altamente improbabile». Ma nella finanza, ciò che è improbabile non è mai impossibile.
Diverso il caso delle stablecoin, la forma di pagamenti digitali scelta dagli Usa e con una quota dominante in dollari: i timori della Bce sono che non vi sarebbe alcun limite ai deflussi dai depositi, e questi evaporerebbero trasformandosi in dollari, uscendo dalla giurisdizione europea.
Tutto ruota attorno alla fiducia nei confronti delle banche. L’euro digitale, concepito come un mezzo di pagamento sicuro e moderno, rischia di porsi come un concorrente diretto degli istituti di credito nel custodire la liquidità. Pertanto se detenere denaro presso la Bce con l’euro digitale, è percepito come più sicuro, perché lasciarlo in una banca?
Il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, ha lanciato l’allarme sul rischio che la criptovaluta intacchi i ricavi delle banche provenienti dalle commissioni sui pagamenti e i costi potenzialmente insostenibili per gli istituti.
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Euro digitale (iStock)
L’Eurogruppo approva il progetto sul quale lavora pure la Bce. L’obiettivo è gestire l’aumento di pagamenti immateriali. I rischi: controlli, stop privacy e meno libertà di spesa. E se salta Internet possiamo usare i soldi?
L’Eurogruppo tenutosi ieri, in trasferta a Copenaghen in omaggio alla Presidenza di turno danese del Consiglio, ha aggiunto un ulteriore tassello sulla strada dell’adozione dell’euro digitale. Un progetto di cui questo organo informale, che riunisce i ministri dell’economia e delle finanze dei Paesi membri dell’eurozona, si sta occupando dal 2022. Da allora, un lavoro a sei mani con la Commissione e la Bce ha portato il processo molto avanti, ma non ancora vicino al termine.
Prima di esaminare lo stato dell’arte del progetto, chiariamo subito di cosa stiamo parlando: si tratta dell’equivalente - in formato digitale - delle banconote e delle monete che siamo abituati a scambiare quotidianamente. Quindi è una moneta pubblica, emessa e gestita dalla Bce, con identiche caratteristiche di tipo legale. Cioè è moneta ufficiale di conto che possiede, essa soltanto, la qualità di mezzo di pagamento, legalmente riconosciuto, con immediata efficacia liberatoria.
Cosa ben diversa dalla moneta cosiddetta «privata o bancaria», che pure siamo abituati a usare. Infatti un bonifico, una transazione con carta di credito, sono anch’essi dematerializzati, utilizzano un’infrastruttura digitale, e sono comunemente accettati come mezzo di pagamento liberatorio. Ma fanno comunque leva su una disponibilità di fondi bancari o sulla liquidità o solvibilità dell’intermediario bancario che gestisce la transazione. Questo tipo di moneta bancaria non è emessa direttamente, ma solo controllata dalla Bce, per mezzo del suo potere regolatorio della liquidità del sistema, della stabilità finanziaria e dei bilanci delle banche e altri intermediari.
È stato lo stesso Eurogruppo nel gennaio 2023 a fissare le linee guida per la fase di preparazione e sperimentazione, specificando che l’euro digitale dovrebbe essere: «complementare e non sostituire il contante; sicuro, resiliente, facile da usare e accessibile». Inoltre, dovrebbe: «garantire un alto livello di privacy, pur rispettando altri obiettivi di politica pubblica, come la prevenzione del finanziamento illecito o del riciclaggio di denaro; includere una funzionalità offline, contribuendo così all'inclusione finanziaria; salvaguardare la stabilità finanziaria dell’area dell’euro; promuovere l’innovazione, senza essere una moneta programmabile; essere interoperabile con altre valute digitali delle banche centrali».
La ratio sottostante parte dalla premessa della crescita significativa delle transazioni senza utilizzo del contante, con la quota dei pagamenti digitali vicina al 40% e raddoppiata dal 2016 al 2022. Visto tale trend, in Bce sostengono che chi emette l’unico mezzo di pagamento avente valore legale, deve emetterlo anche in formato digitale, aumentando così il controllo del sistema finanziario. E qui si apre il vaso di Pandora delle conseguenze.
In primis gli aspetti tecnici. Infatti sarà comunque necessario radicare il proprio portafoglio elettronico presso un intermediario bancario che, non si capisce bene come, sarà disponibile anche off-line. In ogni caso, rispetto all’uso della banconota «fisica», saremo sempre intermediati da una infrastruttura tecnologica e da un altro soggetto, seppure con ruolo diverso dall’attuale banca che detiene il nostro deposito. Il controllo sarà in «re ipsa» con tutte le potenziali implicazioni: dal «rating« sociale ad «altri obiettivi di politica pubblica».
Anche prendendo per buoni tutti i propositi in tema di privacy e di coesistenza col contante «fisico», è di tutta evidenza, che solo per questo fatto, l’euro digitale ci priverà della fondamentale libertà che fino ad oggi è implicita nel banale gesto di porgere una banconota. Per non parlare dei rischi di un blackout o simili inconvenienti non certo impensabili.
Ma ormai il treno è ben lanciato. Infatti, dopo una fase di indagine durata circa 24 mesi, e conclusasi nell’ottobre 2023, il 18 ottobre di quell’anno, il Consiglio direttivo della Bce ha deciso di passare alla fase di preparazione e sperimentazione dell’euro digitale. Questa fase, che potrebbe durare circa tre anni, sarà quella che getterà le basi su cui eseguire il lancio del nuovo strumento. Ovviamente la Bce passerà alla fase esecutiva solo dopo che il Consiglio e il Parlamento avranno adottato il quadro legislativo che fornirà la necessaria legittimazione.
Nonostante da Bruxelles si siano affrettati a precisare che nulla è ancora deciso, resta da capire quale spazio di azione avranno queste due istituzioni europee dopo circa sei anni di lavori preparatori, sia sul versante tecnico che legale, per mettersi di traverso. Sembra la solita tattica della rana bollita: lasciarla cuocere a fuoco lento, fino a cottura ultimata.
Sul progetto è al lavoro da tempo anche la Commissione. Infatti è del giugno 2023 la predisposizione di un pacchetto di proposte legislative complementari che, al momento opportuno, saranno portate all’esame dei co-legislatori Consiglio e Europarlamento.
Nel frattempo tocca all’Eurogruppo - questo ambiguo organismo informale che ultimamente fatica a trovare una ragion d’essere, essendo praticamente un doppione del Consiglio Ecofin senza i ministri dei Paesi che non adottano l’euro – continuare nel processo di definizione delle linee guida che progressivamente la Bce e la Commissione incorporano nel loro lavoro preparatorio.
Ieri c’è stato l’accordo (per quel che può valere, non essendoci un verbale) sul quadro di governance relativo all’emissione dell’euro digitale e sulla definizione di un limite di detenzione. Sono state tracciate le linee guida di un’attività che ora proseguirà tra i ministri nel formato Ecofin che ora lavorerà proprio sul processo di emissione dell’euro digitale. Avanti così, fino a quando ci diranno che sarà troppo tardi per tornare indietro.
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