Tema in classe: come faccio a colpire i Paperoni o presunti tali? Svolgimento della sinistra massimalista (leggi Landini, Bonelli, Schlein a giorni alterni e Movimento cinque stelle a leader alterni): piazziamo una bella patrimoniale dell’1-2% sulle ricchezze (immobili, attivi finanziari ecc) sopra la soglia di 1 o 2 milioni di euro, decidiamo franchigie e qualche esenzione (magari per gli imprenditore a noi più cari) e gli spilliamo 25 miliardi all’anno.
Svolgimento della sinistra progressista (difficile a oggi identificarne i protagonisti): nulla contro la patrimoniale, ma parliamo di una nuova tassa che crea già dibattito e lascia il campo al centrodestra per la polemica politica. Meglio puntare su un balzello che c’è già, quello sull’eredità. Mutuiamo le aliquote da Francia o Gran Bretagna, loro sì che sanno come si fa a stangare chi ha accumulato case, bond o liquidità quando passa a miglior vita e poco importa se i veri tartassati saranno gli eredi che potrebbero anche non rientrare nell’odiata categoria dei Paperoni. È un particolare.
Il problema è che se alle Politiche del prossimo anno dovesse prevalere il campo largo la tentazione di non scontentare nessuno sarebbe forte. E a quel punto potremmo ritrovarci con una nuova super-tassa, la patrimoniale appunto, e un vecchio balzello ingigantito. Quest’idea ce la siamo fatta leggendo un recente articolo apparso sulla Voce.info e scritto a otto mani da quattro economisti, alcuni dei quali non sono sconosciuti alle cose della politica. Tra questi spicca Marco Leonardi che è stato consigliere economico del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni (2016-2018), ha fatto parte dello staff economico degli esecutivi Renzi e Draghi e ha lavorato a stretto contatto con l’attuale sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, ai tempi del Mef. Ma ci sono anche Tommaso Di Tanno, che è stato consigliere del ministro delle Finanze Vincenzo Visco, e Leonzio Rizzo, professore universitario che collabora con Libertà Eguale, l’associazione riformista vicina al Pd.
Insomma, curriculum che senza timore di smentita potremmo definire progressisti. Cosa dicono i progressisti? L’articolo che, come spesso succede sulla testata economica online fondata circa un quarto di secolo fa da alcuni economisti tra i quali Tito Boeri, è molto corposo e approfondito, punta il dito contro «la crescente concentrazione della ricchezza nelle mani del primo 0,1 per cento della popolazione». Già sentita. Questa concentrazione «ha fatto emergere un acceso dibattito sull’opportunità e la concreta realizzabilità di una imposizione di tipo patrimoniale. Ma anche un approccio tendenzialmente irrazionale, di pro o contro. Si sottovaluta, invece, il tema forse più spinoso: il superamento degli schermi che vengono normalmente frapposti fra il “ricco” e le sue proprietà (società in paradisi fiscali, trust, fondazioni e molto altro). Tematica, questa, assai delicata perché i grandi patrimoni vengono di solito schermati attraverso questi veicoli che usano nel modo migliore le differenze normative fra paese e paese. È la ragione che rafforza la soluzione – nei fatti alternativa – di un possibile riassetto dell’imposta su e successioni e donazioni».
Insomma, il ricco è furbo e trova degli escamotage (dai trust alle fondazioni) per sfuggire alla patrimoniale. A questo punto non vale la pena puntare sulla successione, visto che il trasferimento di beni agli eredi è più difficile da nascondere?
«La successione», continua l’analisi, «ha il pregio di riferirsi innanzitutto a un’imposta già esistente e in qualche misura digerita dal contesto, ma dalla quale si ricava oggi, in Italia, un po’ troppo poco. Con modesti aggiustamenti potrebbero conseguirsi, invece, interessanti obiettivi di carattere equitativo e di gettito».
Piccolo sforzo, grandi risultati. Anche perché, come evidenziava un recente studio dei francesi di Bnp Paribas (in collaborazione con la SDA Bocconi) nei prossimi 10 anni il Belpaese è atteso alla sfida (che per molti investitori è un’opportunità) del passaggio per via ereditaria di oltre 1.000 miliardi di euro.
Oggi in Italia, per le successioni a coniuge e figli esiste una franchigia di 1 milione di euro, oltre la quale si paga un’aliquota fissa del 4%. Per i fratelli la franchigia si abbassa a 100.000 euro, mentre l’aliquota sale al 6% e per gli altri si arriva all’8% senza nessuna fascia di immunità. Vuoi mettere Spagna e Francia? Dove le franchigie sono molto più basse e il sistema è progressivo ma con aliquote ben più alte, oppure il Regno Unito dove si arriva al 40%. Morale della favola: «Mentre il gettito dell’Italia è pari 800 milioni, in Francia è di 18 miliardi, in Spagna supera i 3 miliardi e nel Regno Unito gli 8». C’è da rimediare. Come? Adottando il sistema francese (si passerebbe da 800 milioni a 6,5 miliardi), oppure «fissando l’aliquota al 20% oltre la franchigia di 1 milione di euro, alzando anche proporzionalmente tutte le altre aliquote per gli altri assi ereditari», oppure ancora, «assumendo la base imponibile Imu per gli immobili». Cioè? Si torna a parlare di riforma del catasto? «Nell’attesa di un graduale e ragionevole aggiornamento del catasto», si legge, «si potrebbe per ora agire così: bisognerebbe semplicemente modificare la rivalutazione della base imponibile degli immobili da sottoporre a tassazione per successione, usando gli stessi parametri utilizzati per identificare la base imponibile Imu. Stranamente, infatti, i coefficienti di rivalutazione […] per la successione sono più bassi di quelli previsti per l’Imu».
Risultati? «Con tale modifica e mantenendo le attuali franchigie, si otterrebbe un gettito che supera i 5 miliardi e che progressivamente cresce nel tempo raggiungendo i 7 miliardi nel 2032 e i 10 miliardi nel 2045».
Ad onor del vero, l’analisi evidenzia come queste risorse potrebbero essere utilizzate per ridurre in modo significativo la pressione fiscale sul reddito da lavoro delle classi medie. Ma la storia ci insegna che a mettere le tasse la sinistra è sempre pronta, è sull’operazione di taglio che spesso trova al suo interno le maggiori resistenze.
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