La Cgil contro l’Onu. O meglio, un dirigente del primo sindacato italiano contro l’Ilo, l’organizzazione internazionale del lavoro che all’interno delle Nazioni Unite si impegna a promuovere un’occupazione dignitosa.
Che, ma siamo all’ovvio, dovrebbe essere lo stesso obiettivo di Landini e compagni. Eppure a Mario Zazzaro, responsabile dell’ufficio nuovi diritti di Napoli e Campania, il primo rapporto mondiale sui rischi psicosociali legati al lavoro, pubblicato a fine aprile dall’Ilo, non è andato proprio giù.
Motivo? Deve averla letta tutto d’un fiato, l’analisi, e alla fine delle 100 e passa pagine dello studio, il dirigente della Cgil non ha trovato un’indicazione specifica, un riferimento che sia uno, all’acronimo più prolisso e impronunciabile del mondo: Lgbtqia+. Insomma, com’è stato possibile, spendersi così intensamente su un tema tanto sentito e delicato e non dedicare almeno un capitolo alle discriminazioni subite dalle persone che hanno orientamenti sessuali e identità di genere non tradizionali?
Lo sfogo di Zazzaro potrebbe lasciare anche il tempo che trova, se non fosse che riceve ampio spazio e visibilità su «Collettiva», piattaforma multimediale e giornale ufficiale del sindacato di Landini, con una tesi ben precisa: «Nel rapporto non c’è nessun riferimento al minority stress: il peso derivante dallo status di minoranza stigmatizzata. I dati ci sono, ignorarli è una scelta politica che invia un segnale di impunità a governi e datori di lavoro».
E qui la situazione si fa seria. L’Onu che scientemente prende una posizione politica contro lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersex, asessuali ecc ecc. Talmente tanto seria che vale la pena leggerlo il rapporto e capire di cosa stiamo parlando. Partendo da un presupposto: si tratta del primo studio di questo tipo. E come tale rappresenta un passo in avanti rispetto alla linea evidentemente auspicata dalla Cgil.
Ma andiamo oltre. «I rischi psicosociali correlati al lavoro», si legge nell’analisi, «rappresentano una minaccia importante e crescente non solo per la salute e la sicurezza dei lavoratori, ma anche per la produttività delle organizzazioni e per l’economia nel suo complesso». Secondo le stime più recenti dell’Organizzazione internazionale del lavoro i fattori di rischio psicosociale causano ogni anno oltre 840.000 decessi per malattie cardiovascolari (soprattutto ictus e cardiopatie ischemiche) e disturbi mentali correlati (soprattutto depressione). «Si prevede, inoltre», continua, «che l’impatto complessivo dei fenomeni analizzati determini una perdita annua pari all’1,37 per cento del prodotto interno lordo (Pil) mondiale».
Le cause? «In questo contesto», procede il report, «la persistenza di orari di lavoro prolungati emerge come un fattore critico di rischio psicosociale correlato all’aumento del rischio di malattie cardiovascolari e ictus». L’Ilo stima che, a livello globale, il 35% dei lavoratori superi le 48 ore di lavoro settimanali. «E altrettanto preoccupanti sono il bullismo e le altre forme di violenza e molestie». Tant’è che secondo l’organizzazione internazionale del lavoro quasi un quarto dei lavoratori (23%) ha subito almeno una forma di violenza o molestia durante la propria vita lavorativa, con la violenza e molestia psicologica segnalata come la più diffusa (18%).
Soluzioni. La principale resta la prevenzione. Seguendo la gerarchia delle misure di controllo, la priorità va data agli interventi organizzativi e collettivi che agiscono sulle cause profonde. Quindi? Si parte dalla gestione del carico di lavoro e dalla chiarezza dei ruoli e si arriva fino alla necessità di migliorare la comunicazione, la partecipazione e la qualità della leadership.
«Se per situazioni critiche come violenza e molestie è necessario un intervento immediato», evidenzia l’organizzazione internazionale del lavoro, «le strategie a lungo termine devono puntare alla riprogettazione delle mansioni e alla revisione dei sistemi aziendali. Le misure individuali volte a proteggere e promuovere la salute mentale, seppure utili per supportare il lavoratore nel fronteggiare la situazione, devono integrare e mai sostituire gli interventi sulle condizioni organizzative».
Insomma, per la prima volta, attraverso l’analisi di statistiche, pubblicazioni recenti e questionari, vengono messi in fila numeri e stime su un fenomeno probabilmente sottovalutato e sicuramente non adeguatamente monitorato come quello dei rischi psicosociali legati al lavoro. La Cgil dovrebbe applaudire e invece mastica amaro, critica e parla di scelte politiche contro i lavoratori Lgbtqia+ che, anche se non citati in modo esplicito, evidentemente rientrano nelle fattispecie legate ad abusi e molestie sul lavoro analizzate dal report.
Ma c’è poco da fare quando l’ideologia prende il sopravvento non c’è dato della realtà che possa farla arretrare.
Sta per finire quella che tra il serio e il faceto nelle stanze di Palazzo Vidoni, ministero della Pa, è stata definita come la settimana delle firme. Lunedì è toccato ai 430.000 dipendenti di Comuni, Regioni e Province che grazie al rinnovo del contratto di categoria vedranno le buste paga gonfiarsi con più di 150 euro lordi al mese. Mercoledì è stata la volta dei lavoratori della scuola, 1 milione e 260.000 lavoratori (850.000 sono docenti) che oltre agli aumenti di cui sopra porteranno a casa arretrati da 1.640 euro per gli insegnanti e 1.400 euro per il personale Ata (amministrativi tecnici e ausiliari). E il giorno prima, in questo caso l’accordo era stato già siglato qualche mese fa, la Uil aveva deciso di sottoscrivere un altro contratto, quello delle funzioni centrali (chi presta opera nei ministeri o nell’Agenzia delle Entrate), circa 180.000 persone, per avere poi la possibilità di sedersi al tavolo dell’integrativo.
Cosa è successo? Cosa ha scatenato questa corsa a rinnovare intese che per mesi erano state osteggiate, basti ricordare il caso della sanità, settore che coinvolge 670.000 dipendenti, dall’inossidabile coppia Landini-Bombardieri (Cgil-Uil)? Semplice, la Uil si è sfilata. Sui motivi del divorzio, che Bombardieri aveva definito «pausa di riflessione», le ipotesi divergono. C’è chi parla di una delusione per le posizioni sempre più intransigenti di Landini e di un efficace pressing ai lati nel ministro Zangrillo (il titolare della Pa) e chi invece mette la centro del dietrofront un fortissimo malcontento della base. Ma poco importa. Ciò che conta è che l’inversione a U ha consentito al governo di mettere a frutto una parte dei circa 20 miliardi stanziati per i rinnovi dei contratti della Pubblica amministrazione. Quelli che riguardano la tornata già scaduta, il triennio 2022-2024. Che oggi sono stati completamente rinnovati e hanno portato nelle tasche dei circa 3 milioni e mezzo di dipendenti pubblici aumenti medi pari al 6%. A un certo punto era sembrato possibile che il governo tirasse dritto e decidesse di smobilizzare i fondi per riversarli su altre partite o al limite per imporre rinnovi per legge. Sarebbe stato un peccato perché i nuovi contratti portano dietro tutta una serie di misure accessorie, dalla possibilità di optare per la settimana da quattro giorni (comunque lavorando 36 ore) al diritto a maturare il buono pasto anche se operi da remoto, che in assenza delle firme delle parti sociali non avrebbero mai visto la luce.
Ma soprattutto non sarebbe stato possibile iniziare subito a discutere il rinnovo del triennio successivo, quello 2025-2027. Perché la decisione della Uil, oltre a isolare la Cgil, spiana la strada alla prossima tornata che dovrebbe raddoppiare gli aumenti portandoli a toccare la forchetta del 12-14%.
«Abbiamo così chiuso a tempo record», evidenziava nei giorni scorsi Paolo Zangrillo, «questa tornata contrattuale per tutti i comparti e cominciamo a lavorare per il ciclo 2025/27. Ciò significa, in termini salariali, che potremo riconoscere ai 3,4 milioni di dipendenti pubblici nel periodo 2022-27, incrementi che oscillano tra il 12 e il 14%. Una risposta nei fatti al tema del recupero del potere d’acquisto. Escludendo Cgil, che continua a fare politica, di fatto isolandosi, abbiamo un fronte sindacale che riconosce il lavoro e l’impegno del Governo».
E qui siamo al punto. In questo momento abbiamo un governo che ha già stanziato le risorse per i nuovi contratti. Un fronte sindacale che si è compattato verso il sì ai rinnovi grazie alla posizione da sempre dialogante e riformista della Cisl e alla inversione a U della Uil. E una Cgil isolata e felice. Perché stringi stringi a Landini interessa solo continuare a mantenere una posizione movimentista e barricadera a prescindere rispetto a tutte le decisioni del governo. Una posizione politica che snobba i quasi 300 euro lordi al mese in più che potrebbero nel giro di pochi mesi arrivare nelle tasche di 3,5 milioni di lavoratori. E minimizza anche la possibilità di sedersi al tavolo e contrattare l’integrativo che per gli statali equivale agli accordi di secondo livello del privato. Insomma, tanta roba.
Messa così, la strada per una seconda tornata di rinnovi (quella 2025-2027) è in discesa. E secondo quanto risulta alla Verità ci sarebbe anche una sorta di mini-programma per le trattative. Si partirebbe tra qualche settimana - fine novembre o inizio dicembre - con il tavolo dei ministeriali (le funzioni centrali), quindi ai primi del 2026 sarebbe la volta della sanità e a stretto giro toccherebbe di nuovo a scuola ed enti locali (dipendenti di Regioni, Comuni e Province). Incrementi dei salari del 12-14% in pochi mesi che se escludiamo il balzo dei prezzi nel periodo post Covid vorrebbero dire un sostanziale recupero del potere d’acquisto degli italiani. Come non si vedeva da anni.
Ma questo è meglio non dirlo alla Cgil.
Se se il commissario all’Industria e al Commercio dell’Unione Europa dovresti approcciarti con il massimo dell’imparzialità a tutti i dossier cruciali, e non sono pochi, che coinvolgono il tuo ministero. A maggior ragione se fai parte della nutrita schiera (se ne contano ben sei) dei vicepresidenti esecutivi della Commissione Ue. E ancora più se sei considerato un fedelissimo di uno dei politici più influenti e «chiacchierati» di Bruxelles, Emmanuel Macron. Sono questi i ragionamenti che stanno facendo governo e stampa della Repubblica Ceca nel valutare il tenore delle risposte da dare alla lettera arrivata da Stéphane Séjourné, il commissario di cui sopra.
È successo infatti che l’ex enfant prodige della politica transalpina (a soli 38 anni è diventato il più giovane ministro degli Esteri della Repubblica francese), chiamato ora a svolgere un ruolo di primissimo piano a Bruxelles, si sia preso la briga di scrivere al governo di Praga per evidenziare che c’era qualcosa che non andava in una recente gara per assegnare un importante contratto sul nucleare.
La gara se l’era aggiudicata l’azienda sudcoreana Korea Hydro & Nuclear Power (Khnp), la principale energy company della Corea del Sud. Un gruppo molto attivo nella generazione di energia da fonte nucleare ed idroelettrica, non nuovo agli affari nel Vecchio continente. Di recente ha firmato un accordo di collaborazione con la norvegese Nel Hydrogen sull’idrogeno viola, quello prodotto da elettrolisi alimentata da energia nucleare e che ha detta di molti esperti potrebbe avere un ruolo fondamentale nel percorso di decarbonizzazione dell’economia. E in passato, tra gli altri, aveva chiuso un contratto in consorzio anche con l’italiana Ansaldo Nucleare.
Insomma, non un carneade. E un interlocutore di certo apprezzato, anche a Bruxelles.
La gara era molto ambita, tant’è che che i sudcoreani hanno superato la concorrenza del colosso energetico francese Edf (Électricité de France è controllata dallo Stato) e della statunitense Westinghouse. Ma alla fine i sucoreani hanno avuto la meglio, con grande soddisfazione del governo di Praga. Il contratto infatti prevede una forte cooperazione nella costruzione di nuovi reattori nella centrale nucleare di Dukovany. Come ha spiegato il ministro dell’Industria e del Commercio ceco, Lukas Vlcek, l’intesa garantisce un coinvolgimento dell’industria locale nel progetto per una quota del 30% con l’obiettivo di portarla al 60%. «Si tratta», ha sottolineato lo stesso ministro, «del più grande contratto nazionale della storia della Repubblica Ceca». «L’offerta coreana era migliore praticamente in tutti i criteri valutati», ha dichiarato il premier ceco Petr Fiala in conferenza stampa.
Ecco perché il governo ceco ha accolto con disappunto, prima il ricorso depositato lo scorso venerdì da Edf. Mossa che ha costretto il tribunale di Brno a bloccare la firma del contratto e a emettere un’ingiunzione preliminare. E poi, ancor di più, la lettera del commissario europeo francese Stéphane Séjourné che ha invitato la Repubblica Ceca a non finalizzare il contratto. Motivi? «Sulla base delle informazioni fornite, nonché di altre informazioni che i servizi della Commissione hanno scoperto nel quadro dell’esame preliminare», scrive nella missiva il commissario transalpino, «permangono indizi significativi che la società Khnp abbia ricevuto sussidi esteri che potrebbero distorcere il mercato interno». Non solo. Perché l’Ue avrebbe già avviato un’indagine preliminare sottolineando che non prevede una decisione finale, ma sta attualmente approfondendo il caso dopo il ricorso presentato dai francesi di Edf al tribunale regionale di Brno.
Quanta solerzia. Che tempismo nel bloccare una gara che a bene vedere soddisfa a pieno tutti i requisiti posti dai «venditori», ha rispettato tutti i crismi delle gare internazionali e si affida a una multinazionale innovativa dell’energia che ha già chiuso diversi affari nel Vecchio continente.
Il sospetto che la coincidenza della nazionalità degli sconfitti e del commissario «scrivente» abbia un’incidenza, non è venuto solo a noi ma anche ai governanti della Repubblica Ceca.
«Abbiamo ricevuto la lettera del commissario francese», ha evidenziato Vlček in un’intervista alla tv ceca, «la stiamo valutando e stiamo preparando la risposta. La lettera che peraltro riflette le opinioni e i commenti di Edf. Noi risponderemo di conseguenza. Anche perché», ha continuato replicando a una domanda specifica, «non riteniamo sia casuale il fatto che l’appello provenga da un funzionario francese». Mentre ha preferito l’arma dell’ironia, il titolare degli Esteri Jan Lipavský: «È davvero strano che il commissario francese abbia lavorato venerdì sera fino alle 22 di sera (evidentemente l’orario di invio della missiva ndr). È chiaro che si tratta di un gran lavoratore».





