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2025-11-07
Salari pubblici verso aumenti del 13% con i fondi del governo e senza la Cgil
Maurizio Landini
Cosa è successo? Cosa ha scatenato questa corsa a rinnovare intese che per mesi erano state osteggiate, basti ricordare il caso della sanità, settore che coinvolge 670.000 dipendenti, dall’inossidabile coppia Landini-Bombardieri (Cgil-Uil)? Semplice, la Uil si è sfilata. Sui motivi del divorzio, che Bombardieri aveva definito «pausa di riflessione», le ipotesi divergono. C’è chi parla di una delusione per le posizioni sempre più intransigenti di Landini e di un efficace pressing ai lati nel ministro Zangrillo (il titolare della Pa) e chi invece mette la centro del dietrofront un fortissimo malcontento della base. Ma poco importa. Ciò che conta è che l’inversione a U ha consentito al governo di mettere a frutto una parte dei circa 20 miliardi stanziati per i rinnovi dei contratti della Pubblica amministrazione. Quelli che riguardano la tornata già scaduta, il triennio 2022-2024. Che oggi sono stati completamente rinnovati e hanno portato nelle tasche dei circa 3 milioni e mezzo di dipendenti pubblici aumenti medi pari al 6%. A un certo punto era sembrato possibile che il governo tirasse dritto e decidesse di smobilizzare i fondi per riversarli su altre partite o al limite per imporre rinnovi per legge. Sarebbe stato un peccato perché i nuovi contratti portano dietro tutta una serie di misure accessorie, dalla possibilità di optare per la settimana da quattro giorni (comunque lavorando 36 ore) al diritto a maturare il buono pasto anche se operi da remoto, che in assenza delle firme delle parti sociali non avrebbero mai visto la luce.
Ma soprattutto non sarebbe stato possibile iniziare subito a discutere il rinnovo del triennio successivo, quello 2025-2027. Perché la decisione della Uil, oltre a isolare la Cgil, spiana la strada alla prossima tornata che dovrebbe raddoppiare gli aumenti portandoli a toccare la forchetta del 12-14%.
«Abbiamo così chiuso a tempo record», evidenziava nei giorni scorsi Paolo Zangrillo, «questa tornata contrattuale per tutti i comparti e cominciamo a lavorare per il ciclo 2025/27. Ciò significa, in termini salariali, che potremo riconoscere ai 3,4 milioni di dipendenti pubblici nel periodo 2022-27, incrementi che oscillano tra il 12 e il 14%. Una risposta nei fatti al tema del recupero del potere d’acquisto. Escludendo Cgil, che continua a fare politica, di fatto isolandosi, abbiamo un fronte sindacale che riconosce il lavoro e l’impegno del Governo».
E qui siamo al punto. In questo momento abbiamo un governo che ha già stanziato le risorse per i nuovi contratti. Un fronte sindacale che si è compattato verso il sì ai rinnovi grazie alla posizione da sempre dialogante e riformista della Cisl e alla inversione a U della Uil. E una Cgil isolata e felice. Perché stringi stringi a Landini interessa solo continuare a mantenere una posizione movimentista e barricadera a prescindere rispetto a tutte le decisioni del governo. Una posizione politica che snobba i quasi 300 euro lordi al mese in più che potrebbero nel giro di pochi mesi arrivare nelle tasche di 3,5 milioni di lavoratori. E minimizza anche la possibilità di sedersi al tavolo e contrattare l’integrativo che per gli statali equivale agli accordi di secondo livello del privato. Insomma, tanta roba.
Messa così, la strada per una seconda tornata di rinnovi (quella 2025-2027) è in discesa. E secondo quanto risulta alla Verità ci sarebbe anche una sorta di mini-programma per le trattative. Si partirebbe tra qualche settimana - fine novembre o inizio dicembre - con il tavolo dei ministeriali (le funzioni centrali), quindi ai primi del 2026 sarebbe la volta della sanità e a stretto giro toccherebbe di nuovo a scuola ed enti locali (dipendenti di Regioni, Comuni e Province). Incrementi dei salari del 12-14% in pochi mesi che se escludiamo il balzo dei prezzi nel periodo post Covid vorrebbero dire un sostanziale recupero del potere d’acquisto degli italiani. Come non si vedeva da anni.
Ma questo è meglio non dirlo alla Cgil.
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Dopo i rinnovi da 140 euro lordi in media per 3,5 milioni di lavoratori della Pa, sono in partenza le trattative per il triennio 2025-27. Stanziate già le risorse: a inizio 2026 si può chiudere. Maurizio Landini è rimasto solo ad opporsi.Sta per finire quella che tra il serio e il faceto nelle stanze di Palazzo Vidoni, ministero della Pa, è stata definita come la settimana delle firme. Lunedì è toccato ai 430.000 dipendenti di Comuni, Regioni e Province che grazie al rinnovo del contratto di categoria vedranno le buste paga gonfiarsi con più di 150 euro lordi al mese. Mercoledì è stata la volta dei lavoratori della scuola, 1 milione e 260.000 lavoratori (850.000 sono docenti) che oltre agli aumenti di cui sopra porteranno a casa arretrati da 1.640 euro per gli insegnanti e 1.400 euro per il personale Ata (amministrativi tecnici e ausiliari). E il giorno prima, in questo caso l’accordo era stato già siglato qualche mese fa, la Uil aveva deciso di sottoscrivere un altro contratto, quello delle funzioni centrali (chi presta opera nei ministeri o nell’Agenzia delle Entrate), circa 180.000 persone, per avere poi la possibilità di sedersi al tavolo dell’integrativo.Cosa è successo? Cosa ha scatenato questa corsa a rinnovare intese che per mesi erano state osteggiate, basti ricordare il caso della sanità, settore che coinvolge 670.000 dipendenti, dall’inossidabile coppia Landini-Bombardieri (Cgil-Uil)? Semplice, la Uil si è sfilata. Sui motivi del divorzio, che Bombardieri aveva definito «pausa di riflessione», le ipotesi divergono. C’è chi parla di una delusione per le posizioni sempre più intransigenti di Landini e di un efficace pressing ai lati nel ministro Zangrillo (il titolare della Pa) e chi invece mette la centro del dietrofront un fortissimo malcontento della base. Ma poco importa. Ciò che conta è che l’inversione a U ha consentito al governo di mettere a frutto una parte dei circa 20 miliardi stanziati per i rinnovi dei contratti della Pubblica amministrazione. Quelli che riguardano la tornata già scaduta, il triennio 2022-2024. Che oggi sono stati completamente rinnovati e hanno portato nelle tasche dei circa 3 milioni e mezzo di dipendenti pubblici aumenti medi pari al 6%. A un certo punto era sembrato possibile che il governo tirasse dritto e decidesse di smobilizzare i fondi per riversarli su altre partite o al limite per imporre rinnovi per legge. Sarebbe stato un peccato perché i nuovi contratti portano dietro tutta una serie di misure accessorie, dalla possibilità di optare per la settimana da quattro giorni (comunque lavorando 36 ore) al diritto a maturare il buono pasto anche se operi da remoto, che in assenza delle firme delle parti sociali non avrebbero mai visto la luce.Ma soprattutto non sarebbe stato possibile iniziare subito a discutere il rinnovo del triennio successivo, quello 2025-2027. Perché la decisione della Uil, oltre a isolare la Cgil, spiana la strada alla prossima tornata che dovrebbe raddoppiare gli aumenti portandoli a toccare la forchetta del 12-14%.«Abbiamo così chiuso a tempo record», evidenziava nei giorni scorsi Paolo Zangrillo, «questa tornata contrattuale per tutti i comparti e cominciamo a lavorare per il ciclo 2025/27. Ciò significa, in termini salariali, che potremo riconoscere ai 3,4 milioni di dipendenti pubblici nel periodo 2022-27, incrementi che oscillano tra il 12 e il 14%. Una risposta nei fatti al tema del recupero del potere d’acquisto. Escludendo Cgil, che continua a fare politica, di fatto isolandosi, abbiamo un fronte sindacale che riconosce il lavoro e l’impegno del Governo». E qui siamo al punto. In questo momento abbiamo un governo che ha già stanziato le risorse per i nuovi contratti. Un fronte sindacale che si è compattato verso il sì ai rinnovi grazie alla posizione da sempre dialogante e riformista della Cisl e alla inversione a U della Uil. E una Cgil isolata e felice. Perché stringi stringi a Landini interessa solo continuare a mantenere una posizione movimentista e barricadera a prescindere rispetto a tutte le decisioni del governo. Una posizione politica che snobba i quasi 300 euro lordi al mese in più che potrebbero nel giro di pochi mesi arrivare nelle tasche di 3,5 milioni di lavoratori. E minimizza anche la possibilità di sedersi al tavolo e contrattare l’integrativo che per gli statali equivale agli accordi di secondo livello del privato. Insomma, tanta roba.Messa così, la strada per una seconda tornata di rinnovi (quella 2025-2027) è in discesa. E secondo quanto risulta alla Verità ci sarebbe anche una sorta di mini-programma per le trattative. Si partirebbe tra qualche settimana - fine novembre o inizio dicembre - con il tavolo dei ministeriali (le funzioni centrali), quindi ai primi del 2026 sarebbe la volta della sanità e a stretto giro toccherebbe di nuovo a scuola ed enti locali (dipendenti di Regioni, Comuni e Province). Incrementi dei salari del 12-14% in pochi mesi che se escludiamo il balzo dei prezzi nel periodo post Covid vorrebbero dire un sostanziale recupero del potere d’acquisto degli italiani. Come non si vedeva da anni. Ma questo è meglio non dirlo alla Cgil.
Päivi Räsänen (Ansa)
Poi le indagini a carico della politica cristiana si sono allargate a un opuscolo parrocchiale risalente al 2004, scritto sempre dalla Räsänen intitolato Maschio e femmina li creò - le relazioni omosessuali sfidano il concetto cristiano di umanità. Per quel documento è finito sotto indagine anche il vescovo luterano Juhana Pohjola, in quanto responsabile della sua pubblicazione e della sua diffusione. L’opuscolo è diventato materia processuale dopo l’avvio delle indagini preliminari nel 2019, dato che la Räsänen - indagata anche per delle affermazioni fatte lo stesso anno in un dibattito radiofonico - ha continuato a condividerlo sulle proprie pagine internet e sui social media tra il 2019 e il 2020, quando, appunto, era già sotto inchiesta.
Conseguentemente, la dottoressa e nonna di 12 nipoti è andata a processo prima all’inizio del 2022 poi nuovamente nel 2023. Nel 2022, il tribunale distrettuale di Helsinki aveva assolto da tutte le accuse sia l’ex ministro sia il vescovo Pohjola; nel 2023, la Corte d’Appello aveva poi confermato l’assoluzione. Tuttavia la faccenda si era nuovamente riaperta nel 2024 con la Corte Suprema che, dopo il ricorso della Procura di Stato - ricorso che aveva evitato di impugnare solo la citata accusa sul dibattito radiofonico -, aveva accettato di riesaminare il caso. Per la precisione, il riesame del caso, su due delle tre accuse originarie, da parte della Corte risale all’ottobre 2025. Si è così arrivati al giudizio di ieri, che come si diceva è risultato duplice: in parte assolutorio, in parte di condanna. L’assoluzione ha riguardato il citato tweet del 2019, con la Corte Suprema che ha assolto l’ex ministro all’unanimità.
Diverso, purtroppo, è stato l’esito relativamente all’opuscolo che, con una decisione di scarto minimo - tre voti a favore contro due di segno opposto -, ha visto la magistratura nordica dichiarare la Räsänen colpevole di «incitamento all’odio». L’ex ministro è stata condannata con Pohjola per aver, attraverso l’opuscolo, «messo a disposizione di tutti e mantenuto disponibili opinioni che insultano gli omosessuali come gruppo sulla base del loro orientamento sessuale». Va tuttavia detto che la Corte, pur infliggendo una sanzione di 1.800 euro alla donna e al vescovo e di 5.000 alla Fondazione di Lutero che aveva pubblicato l’opuscolo sul suo sito - e pur ordinando la rimozione e distruzione delle dichiarazioni incriminate nel documento - ha riconosciuto che il testo non conteneva incitamenti alla violenza o minacce dirette, concludendo che la condotta non era «particolarmente grave» in termini di natura del reato.
Questo però non dà alcun sollievo alla parlamentare. «Sono scioccata e profondamente delusa dal fatto che la corte non abbia riconosciuto il mio diritto umano fondamentale alla libertà di espressione», ha dichiarato, aggiungendo: «Rimango fedele agli insegnamenti della mia fede cristiana e continuerò a difendere il mio diritto e quello di ogni persona di condividere le proprie convinzioni nella sfera pubblica». Proprio per continuare ad affermare le sue ragioni, Räsänen ha fatto sapere di voler dare ancora battaglia rispetto alla condanna inflittale: «Mi sto consultando con un legale per valutare un possibile ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo». «Non si tratta», ha concluso, «solo della mia libertà di espressione, ma di quella di ogni persona in Finlandia. Una sentenza favorevole contribuirebbe a impedire che altre persone innocenti subiscano la stessa sorte per il semplice fatto di aver espresso le proprie opinioni».
Parole non diverse son giunte dal team legale che assiste l’ex parlamentare, coordinato da Adf International. «La libertà di parola è un pilastro della democrazia. È giusto che la Corte abbia assolto Päivi Räsänen per il suo tweet del 2019 contenente un versetto biblico», ha dichiarato Paul Coleman, direttore esecutivo di Adf, secondo cui, «tuttavia, la condanna per un semplice opuscolo religioso pubblicato decenni fa è un esempio oltraggioso di censura di Stato». Indignato dalla condanna è pure Markku Ruotsila, docente di storia della Chiesa, che ha parlato di «giornata vergognosa. Per molti versi, i peggiori timori si sono avverati. In questo Paese, ora esistono parole chiaramente proibite e reati di pensiero». Siamo nel 2026 ma sembra il 1984. Quello di Orwell ovviamente.
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Ecco #DimmiLaVerità del 27 marzo 2026. Con l'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commentiamo le prospettive della guerra in Iran.
Noelia (iStock)
Sono seguiti due anni di battaglie, di ricorsi e udienze. Alla fine l’Alta corte catalana, la Corte costituzionale spagnola e pure la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno deciso che Noelia, ancora giovanissima e con disturbi psichici, poteva liberamente scegliere di suicidarsi medicalmente. Nell’intervista concessa al programma Y ahora Sonsoles di Antena 3, Noelia ha voluto spiegare le sue ragioni: «Non sopporto più questa famiglia, il dolore, tutto ciò che mi tormenta, tutto quello che ho passato. Voglio solo andarmene in pace e smettere di soffrire». Nella stessa conversazione, la ragazza dice di essersi sentita «sola per tutta la vita», spiega che non le «piace la direzione che sta prendendo il mondo». Dice di avere dolori cronici ma aggiunge anche: «Non sono costretta a letto; mi lavo e mi trucco da sola».
Che soffra non vi è dubbio. Il problema è che secondo le perizie a cui è stata sottoposta nel tempo Noelia presenta sintomi depressivi cronici nonché un disturbo dell’adattamento con sintomi di ansia e depressione. È dimostrato poi che soffra di disturbo ossessivo-compulsivo (Doc) e disturbo borderline di personalità. Eppure tutto questo, per i giudici spagnoli, non compromette la sua capacità decisionale. Noi non abbiamo certo le competenze per sostituirci a psichiatri e giuristi, e non vogliamo nemmeno permetterci di giudicare chi ha trascorso anni e anni nella sofferenza, prima morale e poi fisica. Sappiamo che importanti associazioni come Christian Lawyers hanno presentato vari e fondati ricorsi, tirando in ballo anche i conflitti di interessi di alcuni decisori spagnoli, la corruzione e la falsificazione di documenti, e in alcuni casi hanno anche ottenuto ragione dalle corti, senza che questo bastasse per impedire la morte di Noelia. Possiamo concludere che di sicuro si tratta di un caso che presenta diverse ombre, non tutte fugate in questi anni dalle autorità ispaniche.
Ma ancora prima di esaminare le carte giudiziarie e di sindacare su torti e ragioni ci sono altre e più pressanti considerazioni da fare, in larga parte riassunte dalla Conferenza episcopale spagnola. «Contempliamo con profondo dolore la situazione di Noelia, questa giovane di 25 anni la cui storia riflette una accumulazione di sofferenze personali e carenze istituzionali, che interpellano tutta la società», dicono i vescovi in una nota, sostenendo che la situazione della ragazza «non può essere interpretata solo in chiave di autonomia individuale». Per i vescovi spagnoli, «l’eutanasia e il suicidio assistito non solo solo un atto medico, ma la rottura deliberata del legame di cura e costituiscono una sconfitta sociale. Non siamo di fronte a una malattia terminale, ma a ferite profonde che richiedono attenzione, trattamento e speranza. Ignorare questo significherebbe ridurre la dignità umana, che non dipende dallo stato di salute o dall’autonomia. La risposta al dolore non può essere provocare la morte, ma offrire vicinanza, accompagnamento e sostegno integrale».
Sono frasi delicate e dolenti che non si possono non condividere. È mostruoso pensare che la civiltà che si vanta delle sue strepitose conquiste tecnologiche e umane non sia in grado di sostenere una ragazza sofferente ma giovane, che non sappia alleviare il suo dolore - spirituale prima che fisico - e se la cavi soltanto consentendole di levarsi di mezzo per sempre. La tragedia di Noelia è la storia di un fallimento che inizia con l’allontanamento dai genitori e si conclude con il suicidio istituzionalizzato. Noelia non era malata terminale. Lo è la società che la accompagnata così presto alla fine.
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Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d’Italia Alessandro Ciriani dopo il via libera dell'Eurocamera alla fase negoziale con il Consiglio Ue per definire un nuovo quadro giuridico sul rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi che soggiornano irregolarmente nell’Unione.