Se mi è concesso vorrei tornare sul carbone, giacché su esso, pur cruciale per il nostro benessere, v’è la convinzione diffusa che sia tra i peggiori mali del mondo.
La convinzione ha preso corpo nelle vostre menti grazie all’orchestrata propaganda ambientalista che, per qualche misteriosa ragione, ogni volta che l’umanità si dota di un bene - offerto vuoi dalla natura, vuoi dall’ingegno umano - che brilla per economicità, efficacia ed efficienza, ecco che esso viene additato come un male da combattere e da sostituire immediatamente con qualcos’altro, tipicamente molto costoso, molto inefficace e molto inefficiente. Anzi, quanto più costoso, inefficace e inefficiente è la sostituzione (la chiamano transizione), tanto più assordante è la propaganda.
Faccio fatica a capacitarmi di come la propaganda riesca a prendere piede. Pensate ad esempio alla plastica, un meraviglioso materiale senza il quale - la vulgata non sembra comprendere - vivremmo come si viveva 100 anni fa. O, ancora, pensate al Ddt, ai fertilizzanti, ai conservanti, all’energia nucleare, alle onde elettromagnetiche, e a decine di altri veri doni di Dio che gli ambientalisti vi hanno convinto a odiare.
Per oltre vent’anni ho predicato la necessità di riavviare la produzione elettronucleare in casa. Era il 15 maggio 2012 quando, relatore ad una conferenza al Parlamento di Bruxelles, pronunciavo queste testuali parole: «Negli ultimi anni la Ue ha sprecato ingenti somme di denaro in inutili impianti della green economy nel vano tentativo di governare il clima, e ha rallentato irresponsabilmente lo sviluppo del nucleare, con l’inevitabile conseguenza di dover aumentare l’uso del gas naturale. Perseguendo tale politica i leader della Ue hanno scavato la nostra fossa, e stanno continuando a farlo».
Di tutta evidenza ho fallito, e m’è rimasta solo la magra soddisfazione di ascoltare, poche settimane fa, Ursula von der Leyen denunciare «l’errore strategico del mancato ulteriore sviluppo dell’elettronucleare in Europa». Ora, siccome per l’Italia è di tutta evidenza diventato complicatissimo installare nuovi impianti nucleari, il carbone è rimasto l’ultima nostra spiaggia.
A dispetto della propaganda in Ue, negli ultimi vent’anni la produzione di carbone è aumentata del 50% e il suo commercio via mare è raddoppiato. La nostra vita dipende anche dal carbone, due terzi del quale è usato per produrre elettricità, e il resto dalle industrie che bisognano di calore ad alta temperatura, che producono acciaio, cemento, e persino gli impianti d’energia alternativi, impossibili da avere se non ci fosse il carbone.
Dei 100 miliardi di tonnellate di materie prime estratte ogni anno dalle viscere della Terra, di carbone vengono estratte meno di 10 miliardi di tonnellate, eppure esso produce oltre un terzo dell’elettricità mondiale; gli impianti che lo bruciano non richiedono tecnologia particolarmente avanzata, sono economici, efficaci, efficienti, non dipendono dal sole o dal vento, non esplodono, possono dotarsi di scorte enormi senza complessi problemi di stoccaggio, inquinano meno di un distributore di benzina. Accertate per 100 anni, stimate per 1.000 anni, e ampiamente distribuite nel globo, quelle di carbone sono risorse democratiche di cui il mondo fa largo uso checché ne dica la Ue.
Tornando alla produzione elettrica, giova fare un confronto tra il 2005 e il 2025, cioè 8 trilioni di euro dopo: tanto è stato l’impegno economico del mondo su eolico e fotovoltaico nel corso degli ultimi vent’anni. Seguite il filo del discorso sui dati, cioè sui fatti, senza farvi illudere dai desideri. Confrontiamo il mix di produzione elettrica, nel 2005 e nel 2025, per mondo, Ue, Italia e Corea del Sud. Quest’ultima l’ho aggiunta perché, forse il Paese più moderno e tecnologicamente più avanzato al mondo, è di dimensione e popolazione simile all’Italia e, come l’Italia, non ha molte risorse energetiche in casa, e deve importarle.
Nel 2005, la produzione elettrica mondiale da combustibili fossili era al 67% del totale. Vent’anni e 8 trilioni d’euro dopo, passa al 68%: niente male come decarbonizzazione. Ue e Italia fanno meglio, per così dire: i combustibili fossili stanno nel mix con 20 punti percentuali di meno. Ma a che prezzo? Il prezzo è quel che stiamo pagando tutti noi, sia in Ue che in Italia: energia elettrica alle stelle per le famiglie e a prezzi non competitivi per le imprese. Per l’Italia la cosa è un vero disastro, con praticamente zero elettricità da carbone, e men che zero quella da nucleare, visto che la importiamo. Se, dicevo sopra, eolico e fotovoltaico han pesato 1.000 euro per ogni abitante il pianeta, per l’Italia sono stati 120 miliardi, 2000 euro per ogni italiano. Contribuiscono al 25% della nostra produzione elettrica, ma lo faranno per solo 20 anni e non hanno permesso la chiusura di alcun impianto a gas. Con 120 miliardi avremmo potuto installare oltre 15 GW nucleari, che avrebbero fornito, e per 60 anni, il 50% dell’elettricità che ci serve.
Guardiamo infine la Corea del Sud. Ha mantenuto inalterato la produzione elettrica da combustibili fossili (62% nel 2005 e 61% nel 2025), l’uso del carbone è allineato alla media mondiale, e il nucleare contribuisce per un terzo. Risultato: le imprese sudcoreane pagano l’elettricità la metà di quelle italiane; le famiglie coreane la pagano un terzo delle famiglie italiane.
Non serve aggiungere altro: ascoltare quei fenomeni del campo largo attribuire le elevate bollette elettriche al non sufficiente impegno su eolico e fotovoltaico ci lascia di sasso.
Da oltre trent’anni ci è stato doviziosamente spiegato che per salvare il pianeta occorre «decarbonizzare» l’economia, ovvero rinunciare ai combustibili fossili: petrolio, gas e carbone, devono restare nel sottosuolo, come diceva Greta Thunberg. Ci dicono entro il 2050. La chiamano transizione-energetica.
L’Ue ha l’ambizione di guidarla, e per fare la prima della classe si è anche data degli obiettivi intermedi: rinunciare al 90 per cento dei combustibili fossili entro il 2040. Vien da ridere: è tra quattordici anni.
Se vogliamo ridere di più, ecco le dichiarazioni di Alfonso Pecoraro Scanio: «Serve un’Europa libera dalla dipendenza dai combustibili fossili, capace di puntare con decisione sulla pace e sulle energie rinnovabili. Le guerre continuano ad essere, troppo spesso, legate al petrolio. È sempre più chiaro, come evidenziato anche da autorevoli analisi internazionali, che i combustibili fossili sono non solo tra i principali responsabili della crisi climatica, ma sono anche fattori strutturali di instabilità geopolitica e di conflitto. Gli importanti investimenti che l’Europa ha avviato sulle energie rinnovabili devono essere rafforzati».
Non gli sovviene neanche pallidamente che se per gas e petrolio si arriva a far la guerra, forse avranno un qualcosa di prezioso. Giova d’altra parte rammentare che il Nostro è un avvocato che s’è messo in testa che col fotovoltaico si diventa ricchi. Cosa magari vera, come è vero che si diventa ricchi a vender ai calvi tonti lozioni per far crescere i capelli. Ma se chiediamo all’avvocato cos’è l’energia e perché mai i combustibili fossili sarebbero responsabili di una non meglio identificata crisi climatica, non saprebbe profferire parola. Come lo so? Lo deduco dal fatto che una volta che mi chiesero di intervenire ad un dibattito l’avvocato si rifiutò di partecipare quando seppe che c’ero io.
Accade ora che, proprio per gli eventi bellici nel Golfo Persico, della fornitura di petrolio e gas mondiale, all’improvviso venga a mancare non il 90% che ci si propone di abbandonare fra 14 anni, ma appena il 20%. Sarebbe un buon inizio lungo quella strada maestra, no? A quanto pare, no, perché, invece, immediatamente scoppia il panico. Il prezzo del petrolio sale sopra i 100 dollari al barile, e vari esperti - ah, gli esperti, sempre invocati e mai che ne imbrocchino una giusta - non escludono che arrivi presto a 200 dollari. Gli economisti - buoni anche quelli - annunciano una imminente recessione economica mondiale, se l’interruzione delle forniture dovesse durare più di alcune settimane. Vi chiederete perché sbertuccio anche gli economisti, ed ecco perché: quelli che ora stanno gridando all’allarme per questo 20% in meno sono gli stessi - ma proprio gli stessi - che si sono inventati la green economy suggerendo la riduzione del 90%. Comunque sia, le borse crollano e l’inflazione rialza la testa.
I soloni dell’Ue convocano riunioni di emergenza. Fatih Birol (economista, ça va sans dire) direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia ha appena dichiarato che l’offensiva militare di Usa e Israele contro l’Iran ha creato «la più grande minaccia alla sicurezza energetica globale degli ultimi decenni». Come mai non gli venne il sospetto di questa minaccia quando promuoveva, come ha promosso per lungo tempo, la riduzione dell’uso dei combustibili fossili.
Nei passati trent’anni il consumo mondiale di tutti i combustibili fossili è cresciuto del 50%; il carbone, in particolare, continua ogni anno a stabilire un nuovo primato. Ma nessuno nella classe politica europea ha il coraggio di dire che il re è nudo e che l’intera politica europea su clima ed energia ha prodotto un solo risultato: la fuga della attività manifatturiere dall’Europa ed un declino economico. In trent’anni, la diminuzione del 20% delle emissioni europee di CO2, equivalente a meno del 2% di quelle globali, è avvenuta grazie all’aumento delle importazioni di beni prodotti nei Paesi extraeuropei. Nessuno dei quali conosce i turbamenti di Pecoraro Scanio. Tutti però desiderano una sola cosa: che le proprie economie continuino a crescere.
Bene - direte - ma dopo questo pistolotto, hai proposte concrete? Ci provo. Dunque, nel breve termine:
1 metter la pietra tombale sulle sovvenzioni pubbliche al fotovoltaico;
2 abbandonare definitivamente l’Ets (Emission trading system), un assurdo sistema che sta distruggendo l’economia delle sane aziende energivore;
3 riavviare gli impianti a carbone;
4 ascoltare le istanze di Mosca, finora ignorate e riconsiderare la Russia quale privilegiato fornitore di gas.
Nel più lungo termine:
5 avviare un importante programma sugli impianti elettronucleari di grosso taglio, gli unici, con consolidata tecnologia, la cui economia di scala fornirebbe elettricità a costi che porterebbero l’odierna asfittica Europa su un piano competitivo.
Col referendum perduto avevamo l’occasione di migliorare il nostro sistema giudiziario. Un gran peccato. L’opposizione festeggia. Una parte della magistratura festeggia: li terrorizzava la possibilità di esser chiamati a render conto dei propri errori. Il presidente del Comitato per il No, Enrico Grosso, ha dichiarato che «ha perso chi voleva affievolire l’indipendenza della magistratura».
Però, i magistrati a Napoli hanno festeggiato intonando «Bella Ciao», che sono non solo le parole scritte su un bossolo del fucile che ha ucciso Charlie Kirk, ma anche quelle fatte proprie da un preciso colore politico. Insomma, l’indipendenza di quei magistrati festanti è, di tutta evidenza, più una fantasia di Grosso.
La vittoria del Sì non avrebbe rafforzato il governo. L’ho scritto più volte: il governo avrebbe solo realizzato un desiderio vecchio di 40 anni. Un desiderio peraltro trasversale giacché, come detto più volte, la riforma era il compimento di un processo avviato dal socialista prof. Giuliano Vassalli e continuato dalla sinistra che, con D’Alema al governo nel 1999, introduceva in Costituzione il giudice «terzo». Alla fine, Meloni e Nordio stavano tagliando il nastro di un lavoro pluridecennale.
La maggioranza dei votanti, aizzati e terrorizzati da una campagna bugiarda, non hanno voluto dare fiducia. Personalmente, avevo preso a cuore la cosa, avevo studiato il caso e, essendomi esposto, ero stato chiamato a dibattere in varie occasioni. I dibattiti sono stati una titanica fatica: una verità veniva contrastata da una menzogna; e quando dimostravo la menzogna, un’altra sbucava, e così all’infinito. Già: la verità è una sola, ma le menzogne sono infinite. Le parole di Grosso e i festeggiamenti a Napoli sopra ricordati sono solo una goccia in questo infinito.
La vittoria del No – che è la vittoria di quei magistrati che trovano comodo aver così preservato il privilegio della impunità – è però la sconfitta dell’opposizione che, più che miope, è stata accecata dal patetico desiderio di poter dire di aver inflitto una sconfitta al governo. Certo, sembrerebbe che abbia vinto, ma questa presunta vittoria attiene ad una battaglia, ma è prodromica della sconfitta della guerra.
Intanto c’è un dato: quasi la metà degli italiani chiede una riforma della magistratura. Certo, il «quasi» è quanto basta per non vincere in democrazia, epperò è un quasi «la metà». Insomma, il problema c’è e, comunque, non può essere ignorato. Non solo: ogni volta che il problema emergerà, la responsabilità avrà un nome. Ed emergerà sicuramente: negli ultimi trent’anni ci sono state 30.000 carcerazioni ingiuste e risarcite, mille l’anno, quasi tre al giorno, figlie di questo sistema bacato. Il baco ora è rimasto e, ogni volta che ne emergerà la testa, gli sconfitti del Sì non avranno da far altro che chieder conto ai vittoriosi del No. Chissà cosa risponderanno.
Non c’è ragione per cui la testa del baco dovrebbe restare nascosta, dicevo. Ma, anche se lo facesse, il baco rimane, ed ecco come. Non sono un giurista, sono un fisico, ma c’è una differenza tra queste due professioni: al giurista è permesso essere ignorante di fisica, mentre al fisico o, meglio, a chiunque di noi, non è concesso essere ignoranti di legge, ché questa non ammette ignoranza. Ciò premesso, vengo al punto: l’articolo 111 della Costituzione prevede che chiunque di noi deve avere il diritto di esser giudicato da un giudice «terzo», distante tanto dal magistrato che ci accusa quanto dal nostro avvocato difensore. Senonché, l’articolo 104 mantiene il giudice collega del magistrato che ci accusa. Tutti i processi celebrati in Italia dal 1999 in poi hanno questo colossale vizio: ad ognuno dei condannati non è stato concesso di essere giudicato da un giudice «terzo». E questo accade da 27 anni, dal 1999 appunto.
Non metto in dubbio che qualche Azzeccagarbugli farà le dovute piroette di latinorum per spiegare che tutto va bene e che i due articoli – il 111 e il 104 – sono compatibili. Ma nessuna piroetta retorica può cancellare questa realtà: giudici e pm – che fanno stesso concorso e sono soggetti a un unico organo che decide le carriere, le regole, le vigilanze – sono di fatto colleghi e vivono tutte le dinamiche che, nel bene e nel male, si instaurano tra colleghi, il giudice non è «terzo», e tutti i processi dal 1999 a oggi sono stati celebrati in odore di incostituzionalità. Fossi il presidente della magistratura non ci dormirei la notte o, almeno, avvertirei un grattacapo.





