Qualunque attività umana comporta rischi. Oltre a quelli intrinseci, c’è l’errore umano e questo non si può escludere se non eliminando l’uomo. Una tra le nostre più importanti attività è la produzione d’energia elettrica e vogliamo confrontare i rischi delle varie tecnologie, confrontando i decessi da esse causati.
Naturalmente, bisogna rapportarli alla produzione. I dati «ufficiali», riprodotti nella tabella, ci dicono i morti per ogni Terawattora elettrico prodotto da carbone, petrolio, biomassa, gas naturale, idroelettrico, eolico, nucleare e fotovoltaico. Giusto per avere un’idea di cosa sia il Terawattora, basti sapere che è l’energia elettrica consumata in un solo giorno dall’Italia.
Come si vede, fotovoltaico, nucleare ed eolico sono le più sicure. Anche più dell’idroelettrico: non dimentichiamo che, per esempio, il disastro del Vajont spezzò 2.000 vite in una sola notte. Noi però siamo come San Tommaso e non ce li beviamo a occhi chiusi. Se apriamo gli occhi, vedremo che il nucleare è ancora più sicuro. La figura è stata costruita assumendo che nei successivi 70 anni da quando si è cominciato a produrre elettricità da nucleare, la tecnologia avrebbe causato circa 2.700 decessi (400 da Chernobyl e 2.300 da Fukushima). Ma la conta è sbagliata o, comunque, arbitraria.
Scrivono gli autori: «A Chernobyl, due lavoratori alla centrale morirono sotto le macerie dell’esplosione». Come arrivano allora a 400? Ecco il riassunto: «Tra le diverse migliaia di soccorritori inviati, a 134 fu diagnosticata la sindrome da radiazione acuta (Sra): di costoro 28 morirono nei primi quattro mesi e altri 19 nei successivi 20 anni». La verità, però, è che fu il regime comunista sovietico, incurante della sicurezza dei lavoratori, a mandarli senza protezione. Furono mandati a suicidarsi, cosicché la manifestata Sra fu una conseguenza non del nucleare in sé ma del disprezzo che aveva quel regime per la vita. Per i successivi 19, gli stessi autori scrivono che «molti di questi morirono per cause non correlate alla Sra», cosicché non si capisce perché li aggiungano ai precedenti 28.
Non è finita: ne aggiungono altri 15 per tumore alla tiroide, registrati nel corso dei 20 anni successivi in un’area di 6 milioni d’abitanti attorno a Chernobyl. Il fatto è che ogni anno c’è, in media, un morto per tumore alla tiroide per ogni milione d’abitanti (per esempio, in Italia sono circa 300 l’anno quelli con decorso fatale), cosicché in quell’area, in 20 anni, ci si potevano aspettare oltre 100 morti. Insomma, attribuire quei 15 all’incidente è come pretendere da quell’area di essere l’unica al mondo immune dalle fatalità di quella patologia. Verosimilmente, i decessi furono 15 anziché più di 100 perché in seguito all’incidente si decise di passare sotto l’ecografo la tiroide di quei 6 milioni di persone, cosicché la maggior parte dei tumori fu diagnosticata in tempo e curata. Senza l’incidente non ci sarebbe stata quella capillare diagnostica e i decessi sarebbero stati in linea con la media mondiale.
Finora siamo a 64 morti con nome e cognome. Gli autori come sono arrivati a 400? Questo è interessante perché è lo stesso modo con cui arrivano a 2.300 per i morti da nucleare a Fukushima, per i quali cominciano con lo scrivere: «Lì nessuno è morto direttamente dall’incidente». I 2.300 - così come i 400 da Chernobyl - sono allora una stima di individui (tutti immaginari, nessun nome e cognome) che, statisticamente, sarebbero morti tenendo conto delle radiazioni assorbite.
Un conto della serva. Sappiamo per certo che assorbendo una dose di radiazione pari a 5 Sv (Sievert), la probabilità di morire è del 50%. Ogni turista che si ferma qualche ora in piazza San Pietro assorbe circa 1 milionesimo di Sv (i sanpietrini del selciato contengono uranio e torio, che sono naturalmente radioattivi), cosicché i 10 milioni di turisti l’anno che visitano la piazza avranno assorbito 10 Sv dovrebbero bastare, «statisticamente», per mandare un cristiano all’obitorio. Ecco, di morti statistici, che sarebbero stati 2.700 per colpa della produzione elettrica da elettronucleare, ce ne sarebbe uno l’anno tra i visitatori di piazza San Pietro. Chissà chi è.
La verità secondo la buona scienza è che in oltre 70 anni di produzione elettrica da nucleare, gli incidenti occorsi hanno causato solo due morti, e non i 2.700 «ufficiali». In ogni caso, anche a bersi questi dati, tra le tecnologie di produzione elettrica che funzionano, quella da nucleare è - e di gran lunga - la più sicura.
La strage di Modena mi induce a riproporre l’istituzione di un articolo di legge del seguente tenore: «Chiunque, nell’atto di compiere un’azione delittuosa e violenta contro la persona o la proprietà altrui, subisce un danno alla propria persona, non può chiedere il risarcimento per quel danno». Non sono un giurista, cosicché la formulazione può essere ingenua, se non da incompetente; prendete quel che scrivo come proposta di un’idea, che tecnici e giuristi saprebbero ben incardinare in modo coerente e non contraddittorio con altre norme, eventualmente cambiando quest’ultime.
Le norme sono infatti troppo ambigue e troppo lasciano alla discrezionalità dei giudici, con l’aggravante che, essendo a costoro concesso di non dover rispondere delle loro azioni discrezionali, al cittadino non resta che sperare nel buon Dio. Ho posto a «Simpliciter.ia» - che non è una qualunque IA, tipo Chatgpt o Grok, ma è un servizio a pagamento, specifico per giuristi professionisti - la domanda che segue: «Un presunto terrorista investe di proposito con l’auto alcuni passanti, ne ferisce diversi e uno muore. L’auto finisce la propria corsa schiacciando a morte una donna contro un muro, l’uomo scappa a piedi brandendo un coltello e cercando di colpire altri passanti. Evoluzione a): tre cittadini lo rincorrono, gli si avventano contro per cercare di fermarlo, ma nella colluttazione uno colpisce il delinquente che batte la testa sul selciato e muore. Evoluzione b): un poliziotto che ha assistito alla strage estrae la pistola, spara, e colpisce l’uomo a morte. Orbene: che responsabilità la legge italiana addebita ai due cittadini del caso a) e al poliziotto del caso b)?».
Dico subito che in nessun caso prendo le risposte di qualunque IA per oro colato. Anzi. Comunque sia, ecco il riassunto della risposta completa e dettagliata di Simpliciter: «Secondo l’art. 52 c.p., comma 1 (legittima difesa) nonché secondo l’art. 383 c.p.p. (arresto in flagranza), i tre cittadini non sarebbero punibili; parimenti, per l’art. 53 c.p. (uso legittimo dell’arma) non sarebbe punibile il poliziotto». Nel leggere l’analisi giuridica dei casi, due perplessità nascono spontanee: primo, l’uso del condizionale e, secondo, le ragioni addotte dalla legge sulla non punibilità. Ma andiamo per gradi, e cominciamo da queste ultime.
Secondo Simpliciter, «il punto cruciale della non punibilità è la proporzionalità dell’azione difensiva: i tre hanno agito a mani nude contro uno armato di coltello; la condotta difensiva (azzuffarsi) è meno lesiva della condotta aggressiva (avere il coltello)». Ora, a mio modo di vedere, che il «punto cruciale» sia quello detto è una cosa che trovo quanto mai inquietante: i cittadini si sarebbero sottratti alla scure della legge italiana solo perché al coltello opponevano «mani nude», cosa che ha loro garantito di non travalicare la proporzionalità pretesa dalla norma. Una legge che pretende che la reazione difensiva non travalichi l’azione violenta aggressiva è, di fatto, una legge che implicitamente chiede che non ci si difenda.
E veniamo ora all’uso del condizionale nella risposta di Simpliciter, che così continua: «Se il giudice ritenesse che nella colluttazione sia stata usata una forza eccedente - ad esempio, una spinta di intensità sproporzionata - potrebbe configurarsi l’eccesso colposo (art. 55 c.p.), e i tre risponderebbero di omicidio colposo (art. 589 c.p.)».
Quanto al poliziotto, egli «godrebbe della scriminate dell’art. 53 c.p. (uso legittimo delle armi) solo se dimostra 1) che sparare era l’ultima risorsa ammissibile (Cass. pen., Sez. IV, n. 15162/2017), 2) che aveva tentato altri mezzi meno lesivi (Cass. pen., Sez. IV, n. 854/2008) e - anche qui - 3) che la sua azione era proporzionale all’offesa (Cass. pen., Sez. IV, n. 3727/2024). Queste condizioni ci stanno, perché il terrorista ha un coltello e il poliziotto non può avvicinarsi a sperimentare altri mezzi (peperoncino, etc.) senza rischiare di essere colpito. In mancanza di queste condizioni anche sul poliziotto cadrebbe la scure dell’omicidio colposo».
Per farla breve, la legge non consente ad un aggredito di presumere il peggio e cercare di evitarlo con totale libertà di reazione (e peggio per l’aggressore se quel «peggio» dovesse rivelarsi solo presunto). Per la nostra legge, l’aggredito che si difende è, innanzitutto, un imputato. Non penso di avere idee particolarmente originali; anzi, son sicuro che c’è, là fuori, una moltitudine di elettori pronti a rinunciare di rinnovare il proprio voto perché percepiscono tradite le proprie aspettative. Ci sarà pure un modo giuridicamente coerente per soddisfarle. A buon intenditor…
I combustibili fossili e l’uranio, pur fornendo i 3/4 del fabbisogno mondiale di energia elettrica, sono le fonti più osteggiate al mondo: come sputare nel piatto dove si mangia.
Nella combustione del carbone - costituito principalmente da carbonio, C - questo reagisce con l’ossigeno dell’aria (O2) e produce anidride carbonica, CO2. Nella combustione del gas naturale, costituito principalmente da metano, CH4, questo reagisce con l’ossigeno e produce anch’essa CO2 (oltre che acqua, sotto forma di vapore). Infine, quella di fissione dell’uranio, U, è una reazione nucleare, dove si sparano neutroni contro l’uranio, il cui nucleo, colpito dal neutrone, si rompe in due altri nuclei (X e Y, diciamo). Tutte le reazioni dette sono «a catena»: è, questo, un tecnicismo, ma è talmente cruciale che non posso astenermi dal menzionarlo, anche se mi fermo qui. E tutte producono calore, cioè energia termica, che è il vero prodotto d’interesse, perché è questa che viene trasformata in energia elettrica, cioè corrente elettrica.
Come si vede, l’impianto a combustibili fossili differisce da quello nucleare solo per il modo con cui si produce il calore. C’è una ragione al mondo per preferire l’una o l’altra fonte di calore? A parità di disponibilità di carbone, gas naturale e uranio, di capacità tecnologiche di realizzazione degli impianti e a parità economiche, l’unica differenza sarebbe l’impatto ambientale, giacché tutte le reazioni sopra scritte danno prodotti che potremmo chiamare «rifiuti» di produzione. Pertanto l’impatto ambientale dipende dalla pericolosità dei rifiuti e dalla nostra capacità di gestirli.
Cominciamo con i combustibili fossili. Acqua e CO2 non sono rifiuti pericolosi, visto che entrambe sono naturalmente già presenti in atmosfera e sono nutrimento per le piante. Nel 1896 il chimico e premio Nobel Svante Arrhenius ipotizzò che l’immissione in atmosfera di CO2 avrebbe aumentato l’effetto serra e riscaldato il pianeta. L’ipotesi divenne una convinzione, che in alcuni rimane tale fino ai nostri giorni: una fissazione, più che altro, visto che è stato dimostrato che la CO2 presente naturalmente in atmosfera è in quantità tale che, a tutti gli effetti pratici, è già satura rispetto all’effetto serra, e aggiungerne altra non dà alcun contributo che sia di qualche rilevanza a quell’effetto. Allora, immettere CO2 in atmosfera fa bene al pianeta e all’uomo: aumenta la vegetazione e rende più ricchi i raccolti.
Però nei combustibili fossili - specialmente nel carbone - sono presenti anche altre sostanze (le chiamiamo impurezze, ma a volte sono anche in quantità apprezzabili) che durante la combustione finiscono nell’ambiente. Per esempio, il carbone italiano è tipicamente ricco di zolfo, che inquinerebbe l’aria sotto forma di ossidi di zolfo. Nei moderni impianti, però, lo zolfo viene sequestrato prima che finisca nell’ambiente e, alla fine, oggigiorno, un impianto a carbone inquina meno di un distributore di benzina.
Veniamo ora alla fissione nucleare. I prodotti della fissione, cioè della rottura dell’atomo di uranio, sono elementi più leggeri dell’uranio (sopra li abbiamo genericamente indicati con X e Y). Ecco: questi sì sono rifiuti pericolosi, perché radioattivi, e alcuni ad alta attività. Tuttavia: 1) a differenza dei rifiuti della combustione (che sono allo stato gassoso), i rifiuti della fissione sono allo stato solido, cosicché restano confinati nel luogo dove sono prodotti e non si disperdono nell’ambiente; 2) basta una lenticchia d’uranio per produrre la stessa energia elettrica prodotta da un vagone di carbone, cosicché il corrispondente rifiuto ha il volume di una lenticchia. Alla fine, se tutta l’energia elettrica che ciascuno di noi consuma nell’arco della propria vita fosse elettronucleare, il rifiuto corrispondente occuperebbe il volume di un pugno. Per farla breve: i volumi dei rifiuti radioattivi e il loro stato d’aggregazione (solido) rendono quello della gestione di questi rifiuti un problema di ingegneria elementare perfettamente risolto.
In conclusione, non abbiamo alcun motivo, neanche uno, per temere, più di ogni altra attività umana, la produzione di energia elettrica da combustibili fossili e, vieppiù, da nucleare. Di fatto, non c’è alcuna ragione al mondo per perseguire alcuna transizione da queste due fonti, tanto più che i tentativi messi in essere negli ultimi trent’anni hanno miseramente fallito, né v’è speranza che possano avere successo entro un ragionevole futuro. Certamente non con l’energia solare - a proposito della quale scrivevo, ben 20 anni fa, un libretto titolato L’illusione dell’energia dal sole (21mo Secolo editore). E neanche con la fusione nucleare, sulla quale consiglio vivamente un altro libretto, fresco di stampa (è uscito pochi giorni fa), del fisico nucleare Sergio Bartalucci: Il sole perduto - la grande illusione della fusione nucleare (Bietti editore).




