Da oltre trent’anni ci è stato doviziosamente spiegato che per salvare il pianeta occorre «decarbonizzare» l’economia, ovvero rinunciare ai combustibili fossili: petrolio, gas e carbone, devono restare nel sottosuolo, come diceva Greta Thunberg. Ci dicono entro il 2050. La chiamano transizione-energetica.
L’Ue ha l’ambizione di guidarla, e per fare la prima della classe si è anche data degli obiettivi intermedi: rinunciare al 90 per cento dei combustibili fossili entro il 2040. Vien da ridere: è tra quattordici anni.
Se vogliamo ridere di più, ecco le dichiarazioni di Alfonso Pecoraro Scanio: «Serve un’Europa libera dalla dipendenza dai combustibili fossili, capace di puntare con decisione sulla pace e sulle energie rinnovabili. Le guerre continuano ad essere, troppo spesso, legate al petrolio. È sempre più chiaro, come evidenziato anche da autorevoli analisi internazionali, che i combustibili fossili sono non solo tra i principali responsabili della crisi climatica, ma sono anche fattori strutturali di instabilità geopolitica e di conflitto. Gli importanti investimenti che l’Europa ha avviato sulle energie rinnovabili devono essere rafforzati».
Non gli sovviene neanche pallidamente che se per gas e petrolio si arriva a far la guerra, forse avranno un qualcosa di prezioso. Giova d’altra parte rammentare che il Nostro è un avvocato che s’è messo in testa che col fotovoltaico si diventa ricchi. Cosa magari vera, come è vero che si diventa ricchi a vender ai calvi tonti lozioni per far crescere i capelli. Ma se chiediamo all’avvocato cos’è l’energia e perché mai i combustibili fossili sarebbero responsabili di una non meglio identificata crisi climatica, non saprebbe profferire parola. Come lo so? Lo deduco dal fatto che una volta che mi chiesero di intervenire ad un dibattito l’avvocato si rifiutò di partecipare quando seppe che c’ero io.
Accade ora che, proprio per gli eventi bellici nel Golfo Persico, della fornitura di petrolio e gas mondiale, all’improvviso venga a mancare non il 90% che ci si propone di abbandonare fra 14 anni, ma appena il 20%. Sarebbe un buon inizio lungo quella strada maestra, no? A quanto pare, no, perché, invece, immediatamente scoppia il panico. Il prezzo del petrolio sale sopra i 100 dollari al barile, e vari esperti - ah, gli esperti, sempre invocati e mai che ne imbrocchino una giusta - non escludono che arrivi presto a 200 dollari. Gli economisti - buoni anche quelli - annunciano una imminente recessione economica mondiale, se l’interruzione delle forniture dovesse durare più di alcune settimane. Vi chiederete perché sbertuccio anche gli economisti, ed ecco perché: quelli che ora stanno gridando all’allarme per questo 20% in meno sono gli stessi - ma proprio gli stessi - che si sono inventati la green economy suggerendo la riduzione del 90%. Comunque sia, le borse crollano e l’inflazione rialza la testa.
I soloni dell’Ue convocano riunioni di emergenza. Fatih Birol (economista, ça va sans dire) direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia ha appena dichiarato che l’offensiva militare di Usa e Israele contro l’Iran ha creato «la più grande minaccia alla sicurezza energetica globale degli ultimi decenni». Come mai non gli venne il sospetto di questa minaccia quando promuoveva, come ha promosso per lungo tempo, la riduzione dell’uso dei combustibili fossili.
Nei passati trent’anni il consumo mondiale di tutti i combustibili fossili è cresciuto del 50%; il carbone, in particolare, continua ogni anno a stabilire un nuovo primato. Ma nessuno nella classe politica europea ha il coraggio di dire che il re è nudo e che l’intera politica europea su clima ed energia ha prodotto un solo risultato: la fuga della attività manifatturiere dall’Europa ed un declino economico. In trent’anni, la diminuzione del 20% delle emissioni europee di CO2, equivalente a meno del 2% di quelle globali, è avvenuta grazie all’aumento delle importazioni di beni prodotti nei Paesi extraeuropei. Nessuno dei quali conosce i turbamenti di Pecoraro Scanio. Tutti però desiderano una sola cosa: che le proprie economie continuino a crescere.
Bene - direte - ma dopo questo pistolotto, hai proposte concrete? Ci provo. Dunque, nel breve termine:
1 metter la pietra tombale sulle sovvenzioni pubbliche al fotovoltaico;
2 abbandonare definitivamente l’Ets (Emission trading system), un assurdo sistema che sta distruggendo l’economia delle sane aziende energivore;
3 riavviare gli impianti a carbone;
4 ascoltare le istanze di Mosca, finora ignorate e riconsiderare la Russia quale privilegiato fornitore di gas.
Nel più lungo termine:
5 avviare un importante programma sugli impianti elettronucleari di grosso taglio, gli unici, con consolidata tecnologia, la cui economia di scala fornirebbe elettricità a costi che porterebbero l’odierna asfittica Europa su un piano competitivo.
Col referendum perduto avevamo l’occasione di migliorare il nostro sistema giudiziario. Un gran peccato. L’opposizione festeggia. Una parte della magistratura festeggia: li terrorizzava la possibilità di esser chiamati a render conto dei propri errori. Il presidente del Comitato per il No, Enrico Grosso, ha dichiarato che «ha perso chi voleva affievolire l’indipendenza della magistratura».
Però, i magistrati a Napoli hanno festeggiato intonando «Bella Ciao», che sono non solo le parole scritte su un bossolo del fucile che ha ucciso Charlie Kirk, ma anche quelle fatte proprie da un preciso colore politico. Insomma, l’indipendenza di quei magistrati festanti è, di tutta evidenza, più una fantasia di Grosso.
La vittoria del Sì non avrebbe rafforzato il governo. L’ho scritto più volte: il governo avrebbe solo realizzato un desiderio vecchio di 40 anni. Un desiderio peraltro trasversale giacché, come detto più volte, la riforma era il compimento di un processo avviato dal socialista prof. Giuliano Vassalli e continuato dalla sinistra che, con D’Alema al governo nel 1999, introduceva in Costituzione il giudice «terzo». Alla fine, Meloni e Nordio stavano tagliando il nastro di un lavoro pluridecennale.
La maggioranza dei votanti, aizzati e terrorizzati da una campagna bugiarda, non hanno voluto dare fiducia. Personalmente, avevo preso a cuore la cosa, avevo studiato il caso e, essendomi esposto, ero stato chiamato a dibattere in varie occasioni. I dibattiti sono stati una titanica fatica: una verità veniva contrastata da una menzogna; e quando dimostravo la menzogna, un’altra sbucava, e così all’infinito. Già: la verità è una sola, ma le menzogne sono infinite. Le parole di Grosso e i festeggiamenti a Napoli sopra ricordati sono solo una goccia in questo infinito.
La vittoria del No – che è la vittoria di quei magistrati che trovano comodo aver così preservato il privilegio della impunità – è però la sconfitta dell’opposizione che, più che miope, è stata accecata dal patetico desiderio di poter dire di aver inflitto una sconfitta al governo. Certo, sembrerebbe che abbia vinto, ma questa presunta vittoria attiene ad una battaglia, ma è prodromica della sconfitta della guerra.
Intanto c’è un dato: quasi la metà degli italiani chiede una riforma della magistratura. Certo, il «quasi» è quanto basta per non vincere in democrazia, epperò è un quasi «la metà». Insomma, il problema c’è e, comunque, non può essere ignorato. Non solo: ogni volta che il problema emergerà, la responsabilità avrà un nome. Ed emergerà sicuramente: negli ultimi trent’anni ci sono state 30.000 carcerazioni ingiuste e risarcite, mille l’anno, quasi tre al giorno, figlie di questo sistema bacato. Il baco ora è rimasto e, ogni volta che ne emergerà la testa, gli sconfitti del Sì non avranno da far altro che chieder conto ai vittoriosi del No. Chissà cosa risponderanno.
Non c’è ragione per cui la testa del baco dovrebbe restare nascosta, dicevo. Ma, anche se lo facesse, il baco rimane, ed ecco come. Non sono un giurista, sono un fisico, ma c’è una differenza tra queste due professioni: al giurista è permesso essere ignorante di fisica, mentre al fisico o, meglio, a chiunque di noi, non è concesso essere ignoranti di legge, ché questa non ammette ignoranza. Ciò premesso, vengo al punto: l’articolo 111 della Costituzione prevede che chiunque di noi deve avere il diritto di esser giudicato da un giudice «terzo», distante tanto dal magistrato che ci accusa quanto dal nostro avvocato difensore. Senonché, l’articolo 104 mantiene il giudice collega del magistrato che ci accusa. Tutti i processi celebrati in Italia dal 1999 in poi hanno questo colossale vizio: ad ognuno dei condannati non è stato concesso di essere giudicato da un giudice «terzo». E questo accade da 27 anni, dal 1999 appunto.
Non metto in dubbio che qualche Azzeccagarbugli farà le dovute piroette di latinorum per spiegare che tutto va bene e che i due articoli – il 111 e il 104 – sono compatibili. Ma nessuna piroetta retorica può cancellare questa realtà: giudici e pm – che fanno stesso concorso e sono soggetti a un unico organo che decide le carriere, le regole, le vigilanze – sono di fatto colleghi e vivono tutte le dinamiche che, nel bene e nel male, si instaurano tra colleghi, il giudice non è «terzo», e tutti i processi dal 1999 a oggi sono stati celebrati in odore di incostituzionalità. Fossi il presidente della magistratura non ci dormirei la notte o, almeno, avvertirei un grattacapo.
Pochi giorni fa, a Torino, durante una manifestazione di «mobilitazione del Pd per il No», Elly Schlein ha esposto le proprie ragioni contro la riforma della giustizia: «Il primo motivo valido è che la riforma costituzionale non rende più veloci i processi, non assume il personale che manca nei tribunali, non stabilizza 12.000 precari, non affronta i temi del sovraffollamento carcerario».
Schlein sbaglia sia in diritto che in logica: in diritto, perché a una riforma della Costituzione non attiene risolvere i problemi denunciati; in logica, perché è come se dicesse di dire No alla estirpazione di un dente irrimediabilmente cariato solo perché, così facendo, non guarirebbe da una allergia cronica.
«Arrivo al secondo punto», ha continuato Schlein, «dicono che è una separazione delle carriere ma, attenzione, la separazione delle funzioni è stata introdotta già dalla riforma Cartabia». In una stessa frase il segretario del Pd confonde la «separazione delle carriere» con la «separazione delle funzioni». Insomma, fa cilecca anche sul suo secondo punto.
Quindi ha richiamato i rischi legati alle modifiche della Costituzione «che i Padri costituenti ci hanno così sapientemente dato». Ma qui non si interviene sul testo originario del 1948, già rivisto nel 1999 dal governo D’Alema, che modificò l’articolo 111 inserendo il principio del «giudice terzo», coerente con il giusto processo sancito dieci anni prima dalla riforma Vassalli. In quell’occasione, tuttavia, si commise l’errore di mantenere pm e giudici come colleghi: un’evidente contraddizione, perché non può dirsi davvero «terzo» un giudice che è collega del pm.
E ancora: «Dividere il Csm in due - oggi un organo elettivo, e quindi rappresentativo, e quindi autorevole - e sorteggiarne i componenti lo indebolisce e indebolisce l’indipendenza della magistratura». Quella di Schlein è una inferenza non dimostrata: nella sua frase si potrebbe sostituire la parola «indebolisce» con la parola «rafforza» e ottenere una frase parimenti suggestiva e parimenti falsa. Il sorteggio né indebolisce né rafforza la magistratura ma, semplicemente, evita che il Csm sia, istituzionalmente, colorato politicamente, posto che, oggi, le elezioni sono determinate dalle correnti che sono associazioni (politicamente colorate) di magistrati. Anzi, il magistrato che volesse essere veramente indipendente dalla politica e non aderire ad alcuna corrente sarebbe fuori da ogni cordata elettorale e non avrebbe alcuna possibilità di far parte del Csm.
«Chi di noi affiderebbe la propria rappresentanza a un organo sorteggiato? Chi di noi sorteggerebbe il proprio consiglio comunale, il proprio sindaco, il Parlamento? Con un meccanismo di sorteggio, non vi sono garanzie né di competenza né d’indipendenza», incalza Schlein. Ma le attuali elezioni non sono un concorso con verifica di competenze, cosicché neanche le attuali elezioni garantiscono le competenze fantasticate da Schlein. Quanto all’indipendenza, il sorteggio garantisce sì l’indipendenza, mentre le elezioni rendono il consigliere del Csm dipendente da chi lo ha eletto.
«Non è vero che la riforma sopprimerebbe le correnti». Infatti non è intenzione della riforma sopprimere le correnti. Ciò che si sopprime è la formazione di un Csm dettata dalle correnti. E si vuol questo perché le correnti sono politicamente colorate, ma proprio per questo non devono dettare la formazione del Csm, che ne scaturirebbe colorato politicamente, in contraddizione col dettato costituzionale che vuole la magistraturaindipendente.
«La componente laica sarebbe sorteggiata da un elenco che elegge un Parlamento dove c’è una maggioranza. Quindi è chiaro che chi ha la maggioranza si tiene una parola in più». A parte il fatto che la componente laica è in netta minoranza, l’obiezione di Schlein vale già oggi. Anzi, oggi vale ancora di più, perché i nominati dal Parlamento sono, oggi, blindati; invece col sorteggio, la componente laica è meno blindata dalla politica.
«Non è vero che non ci sarebbero i casi di errori giudiziari». Vero, ma ce ne sarebbero di meno se, finalmente, anche i magistrati avessero delle responsabilità. Finora, le funzioni disciplinari del Csm non hanno funzionato, perché chi dovrebbe comminare sanzioni contro azioni superficiali, arroganti, omissive si astiene per lo più dal farlo perché, magari, dovrebbe sanzionare chi ha contribuito a farlo eleggere. La presenza dell’Alta Corte disciplinare farebbe meglio riflettere i magistrati, prima che si avventurino in azioni per le quali, oggi, hanno la consapevolezza di restare non sanzionati.
«Mi ha colpito molto quando il ministro Nordio si è rivolto a me dicendo: “Ma io non capisco perché la segretaria del Pd non comprenda che questa riforma serve anche a loro”». Qui non poca è la malafede della Schlein: è evidente che quel che Nordio intende dire è che avere una magistratura meno politicizzata gioverebbe a tutti, e non a una sola componente della politica. Quel che Nordio intende dire è che la riforma non è di destra né di sinistra, ma è utile a tutti.





