Pochi giorni fa, a Torino, durante una manifestazione di «mobilitazione del Pd per il No», Elly Schlein ha esposto le proprie ragioni contro la riforma della giustizia: «Il primo motivo valido è che la riforma costituzionale non rende più veloci i processi, non assume il personale che manca nei tribunali, non stabilizza 12.000 precari, non affronta i temi del sovraffollamento carcerario».
Schlein sbaglia sia in diritto che in logica: in diritto, perché a una riforma della Costituzione non attiene risolvere i problemi denunciati; in logica, perché è come se dicesse di dire No alla estirpazione di un dente irrimediabilmente cariato solo perché, così facendo, non guarirebbe da una allergia cronica.
«Arrivo al secondo punto», ha continuato Schlein, «dicono che è una separazione delle carriere ma, attenzione, la separazione delle funzioni è stata introdotta già dalla riforma Cartabia». In una stessa frase il segretario del Pd confonde la «separazione delle carriere» con la «separazione delle funzioni». Insomma, fa cilecca anche sul suo secondo punto.
Quindi ha richiamato i rischi legati alle modifiche della Costituzione «che i Padri costituenti ci hanno così sapientemente dato». Ma qui non si interviene sul testo originario del 1948, già rivisto nel 1999 dal governo D’Alema, che modificò l’articolo 111 inserendo il principio del «giudice terzo», coerente con il giusto processo sancito dieci anni prima dalla riforma Vassalli. In quell’occasione, tuttavia, si commise l’errore di mantenere pm e giudici come colleghi: un’evidente contraddizione, perché non può dirsi davvero «terzo» un giudice che è collega del pm.
E ancora: «Dividere il Csm in due - oggi un organo elettivo, e quindi rappresentativo, e quindi autorevole - e sorteggiarne i componenti lo indebolisce e indebolisce l’indipendenza della magistratura». Quella di Schlein è una inferenza non dimostrata: nella sua frase si potrebbe sostituire la parola «indebolisce» con la parola «rafforza» e ottenere una frase parimenti suggestiva e parimenti falsa. Il sorteggio né indebolisce né rafforza la magistratura ma, semplicemente, evita che il Csm sia, istituzionalmente, colorato politicamente, posto che, oggi, le elezioni sono determinate dalle correnti che sono associazioni (politicamente colorate) di magistrati. Anzi, il magistrato che volesse essere veramente indipendente dalla politica e non aderire ad alcuna corrente sarebbe fuori da ogni cordata elettorale e non avrebbe alcuna possibilità di far parte del Csm.
«Chi di noi affiderebbe la propria rappresentanza a un organo sorteggiato? Chi di noi sorteggerebbe il proprio consiglio comunale, il proprio sindaco, il Parlamento? Con un meccanismo di sorteggio, non vi sono garanzie né di competenza né d’indipendenza», incalza Schlein. Ma le attuali elezioni non sono un concorso con verifica di competenze, cosicché neanche le attuali elezioni garantiscono le competenze fantasticate da Schlein. Quanto all’indipendenza, il sorteggio garantisce sì l’indipendenza, mentre le elezioni rendono il consigliere del Csm dipendente da chi lo ha eletto.
«Non è vero che la riforma sopprimerebbe le correnti». Infatti non è intenzione della riforma sopprimere le correnti. Ciò che si sopprime è la formazione di un Csm dettata dalle correnti. E si vuol questo perché le correnti sono politicamente colorate, ma proprio per questo non devono dettare la formazione del Csm, che ne scaturirebbe colorato politicamente, in contraddizione col dettato costituzionale che vuole la magistraturaindipendente.
«La componente laica sarebbe sorteggiata da un elenco che elegge un Parlamento dove c’è una maggioranza. Quindi è chiaro che chi ha la maggioranza si tiene una parola in più». A parte il fatto che la componente laica è in netta minoranza, l’obiezione di Schlein vale già oggi. Anzi, oggi vale ancora di più, perché i nominati dal Parlamento sono, oggi, blindati; invece col sorteggio, la componente laica è meno blindata dalla politica.
«Non è vero che non ci sarebbero i casi di errori giudiziari». Vero, ma ce ne sarebbero di meno se, finalmente, anche i magistrati avessero delle responsabilità. Finora, le funzioni disciplinari del Csm non hanno funzionato, perché chi dovrebbe comminare sanzioni contro azioni superficiali, arroganti, omissive si astiene per lo più dal farlo perché, magari, dovrebbe sanzionare chi ha contribuito a farlo eleggere. La presenza dell’Alta Corte disciplinare farebbe meglio riflettere i magistrati, prima che si avventurino in azioni per le quali, oggi, hanno la consapevolezza di restare non sanzionati.
«Mi ha colpito molto quando il ministro Nordio si è rivolto a me dicendo: “Ma io non capisco perché la segretaria del Pd non comprenda che questa riforma serve anche a loro”». Qui non poca è la malafede della Schlein: è evidente che quel che Nordio intende dire è che avere una magistratura meno politicizzata gioverebbe a tutti, e non a una sola componente della politica. Quel che Nordio intende dire è che la riforma non è di destra né di sinistra, ma è utile a tutti.
Ingegnere chimico, professore emerito alla Libera Università di Bruxelles, per 36 anni è stato un alto funzionario della Direzione generale dell’Energia della Commissione europea, e da 20 anni è professore di Geopolitica e politica energetica. Presidente della Società europea degli ingegneri e degli industriali, è Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica di Polonia. Per testimoniare come le Cop hanno trasformato la diplomazia in un circo itinerante (mentre le emissioni di CO2 crescono), Samuel Furfari ha appena pubblicato il saggio La vérité sur les Cop: trente ans d’illusions (ed. L’Artilleur), che contiene anche un breve scritto inedito di Carlo Ripa di Meana, nostro primo ministro dell’Ambiente.
Professor Furfari, perché le chiama illusioni?
«Le Cop fanno parte del nostro illusionistico paesaggio mediatico. Quando, oltre trent’anni fa, fu adottata la Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici, ove si conveniva di ridurre le emissioni di CO2, queste ammontavano a 21 gigatonnellate (Gt). Oggi, dopo 30 Cop, migliaia di discorsi commoventi, centinaia di miliardi spesi per le energie rinnovabili e un diluvio di sensi di colpa occidentali, le emissioni superano 35 Gt. Cioè sono aumentate di oltre il 60%, una cifra che merita di essere scolpita nella pietra dell’infamia mediatica che ha sempre elogiato le Cop senza mai preoccuparsi di farne alcun bilancio».
Ci fa un breve riassunto di questo bilancio?
«Istituite alla Conferenza di Rio del 1992 cui parteciparono 196 Stati, la prima Cop si tenne a Berlino nel 1995 sotto la presidenza di Angela Merkel, che all’epoca era ministro dell’Ambiente nel governo di Helmut Kohl. In quell’occasione convinse José Manuel Barroso a lanciare le politiche di produzione di energie rinnovabili. Poi, alla Cop3 (1997) arrivò il Protocollo di Kyoto che doveva segnare l’inizio di una governance climatica globale vincolante. Il Protocollo inaugurava l’era degli impegni quantificati. La realtà deludeva le speranze sul nascere: l’amministrazione Clinton-Gore degli Stati Uniti, allora primi emettitori mondiali, rifiutava di ratificare il trattato, nonostante fosse stato negoziato proprio da loro. Va anche detto che alle Cop non c’erano capi di Stato e di governo, ma solo ministri dell’Ambiente, e quindi era facile mettersi d’accordo su obiettivi utopici. Tanto è vero che, come spiego nel libro, lo stesso Romano Prodi, allora presidente del Consiglio, se la prese col suo ministro Edo Ronchi per l’impegno pesantissimo che per l’Italia era di riduzione delle emissioni del 6,5% entro il 2012».
Perché misero quella data di scadenza?
«Fu una richiesta degli ambientalisti, e non è un dettaglio: questa scadenza mirava ad alimentare il discorso di urgenza permanente».
Fallimento dopo fallimento, arriviamo alla Cop15 del 2009, quando i capi di governo presero in mano la situazione…
«Già, a Copenaghen i capi di Stato presero in mano le trattative per evitare che i ministri “ecologisti” spingessero i loro Paesi ad assumere impegni onerosi. La conferenza si concluse in un clima di confusione e tensioni diplomatiche, dimostrando l’incapacità dell’Onu di conciliare i divergenti interessi nazionali. Il fallimento di Copenaghen ha segnato una svolta importante nella governance climatica internazionale, rivelando che il consenso delle Nazioni Unite non poteva più nascondere i veri conflitti di interesse strategici tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo. Malgrado la pressione degli attivisti e dei media, i capi di Stato e di governo non hanno ceduto e hanno preferito il fallimento. Da allora, alcuni di loro partecipano brevemente all’apertura delle Cop per “essere nella foto”, poi abbandonano rapidamente i dibattiti per evitare qualsiasi responsabilità. Caduti in trappola una volta, ora stanno attenti a non partecipare più ai negoziati. Ed è proprio ciò che si è verificato a Belém».
Quest’anno è anche il decimo anniversario del successo dell’accordo di Parigi, al quale il suo libro ha dedicato un capitolo titolato «Il disaccordo di Parigi»…
«La Cop21 fu un grande successo diplomatico francese. Papa Francesco ne era stato l’artefice con la sua enciclica ambientalista, pubblicata in tempo per questa fiera. Fu un accordo burocratico, senza sostanza, senza impatto. Le emissioni di CO₂ han continuato ad aumentare senza sosta».
La Cop28 fu organizzata a Dubai, una città simbolo della dismisura del consumo energetico. Non è strano?
«Sì, e infatti gli ambientalisti e diversi deputati europei tentarono invano di bloccarla. Quella di Dubai incarna perfettamente questa commedia: un vertice per abolire le emissioni di CO2, presieduto dall’amministratore delegato della compagnia nazionale degli idrocarburi, Sultan Al Jaber, in un Paese sulla cui bandiera c’è una striscia nera in onore del petrolio. Fa ridere, no? Mentre le delegazioni della Ue scandivano i loro mantra sulla “transizione energetica”, l’Opec inviava questa direttiva ai propri membri: “Rifiutare qualsiasi menzione vincolante dei combustibili fossili”. Così è stato».
La Cop29 si tenne a Baku in un Paese che produce meno dell’1% del gas e petrolio mondiali.
«Già, però Ilham Aliyev ha ricordato che queste risorse sono “un dono di Dio” e che l’Azerbaijan non deve sentirsi in colpa per usarle. La verità è che al di fuori della Ue nessuno si interessa a questo circo, non solo Donald Trump. Ma la buffonata continuerà perché l’Unione europea continuerà caparbiamente a parlare di Green deal (anche se adesso gli stanno cambiando nome e lo chiamano Clean deal). Ursula von der Leyen non ammetterà mai il suo fallimento totale. Negli ultimi dieci anni la Ue ha ridotto la propria domanda di energia di 6 exajoule, ma nel frattempo il resto del mondo l’ha aumentata di 77 exajoule, e quasi l’80% di questa crescita è dovuto ai combustibili fossili».
E siamo alla Cop30…
«Ove Lula da Silva - che si atteggia a campione della riduzione delle emissioni clima - ha autorizzato massicce concessioni petrolifere nel “margine equatoriale”, una zona ricca di petrolio e gas, alla foce del Rio delle Amazzoni, che fu tanto cara a papa Francesco e lo è ancora a tutti gli attivisti».
Sarà questa l’ultima Cop?
«Non sogniamo: troppi burocrati si guadagnano da vivere con essa, troppe Ong se ne nutrono, troppi politici vi trovano una piattaforma per dimostrare la loro virtù ambientalista. La cosa più triste è che gli scienziati sono costretti a ballare al fischio degli attivisti per ottenere finanziamenti per la ricerca. Ma questo accade solo nella Ue: il resto del mondo si sta preparando per il futuro e neanche finanzia più la scienza del clima».
La notizia della morte del professor Antonino Zichichi, 96 anni, costituisce per tutte le persone libere un momento di riflessione e, per chi come me ha conosciuto personalmente l’uomo, motivo di orgoglio per averlo conosciuto ed essere stato privilegiato della sua amicizia.
Non c’è bisogno qui di osannare le sue qualità di scienziato, che gli sono state riconosciute, in vita, dai successi professionali e dalla comunità scientifica internazionale. Dico solo che, per il lavoro sperimentale sullo studio delle simmetrie nelle interazioni fondamentali, avrebbe potuto anche meritare il Nobel per la fisica, e il fatto che non ne sia stato insignito significa solo che non sempre si possono premiare tutti i meritevoli: il comitato del Nobel deve fare delle scelte e lasciar fuori, proprio malgrado, molti fisici di prim’ordine. Ecco: il prof Zichichi fu uno di quelli.
I suoi pregi - di mente e di cuore - erano fuori dal comune. Il suo difetto è stato l’essere italiano in un’Italia che per troppi decenni è stata ammorbata dalla ideologia comunista che ha contagiato non poco l’accademia (come, peraltro, la magistratura). E fu morbo per una ragione molto semplice: quella comunista è un’ideologia contro la pur imperfetta natura umana e, stanti così le cose, per affermarsi deve necessariamente essere violenta, perché solo con la violenza si possono perseguire ideali contrari alla natura umana. Il morbo manifestò la propria violenza col Sessantotto. Questo, però, ove altrove fu un movimento studentesco e giovanile, che si esauriva con la crescita dei giovani e con la fine dello stato di «studente», in Italia diventava un progetto per conquistare il potere. In tutte le sedi; anche, e principalmente, nelle università. Alla parallela evoluzione del Sessantotto negli Anni di piombo, occorreva anche l’evoluzione di quelli che, nel colorarsi di rosso, trovarono l’occasione per fare una altrimenti tanto rapida quanto improbabile carriera: fecero presto quadrato ghettizzando chi a essi non strizzava l’occhio. Antonino Zichichi non si sognava di strizzarglielo, e la circostanza non gli depose a favore.
Innanzitutto - il suo primo peccato mortale - era credente. Per comprendere quanto mortale fosse considerato quel peccato, basti pensare che quando nel 2007 papa Joseph Ratzinger fu invitato alla Sapienza per l’inaugurazione dell’anno accademico, partiva proprio da un manipolo di fisici romani la lettera di protesta (pubblicata dal quotidiano comunista Il Manifesto) contro quell’invito. Professionalmente, erano fisici di second’ordine ma, come detto, avevano grande potere perché erano rossi. Personalmente credo che se, nonostante il morbo comunista, la scuola di fisica italiana ha potuto mantenere l’elevato standard internazionale che ha, questo è grazie al fatto che quello di Enrico Fermi e dei suoi successori - penso a Edoardo Amaldi, Nicola Cabibbo, Giorgio Salvini e, appunto, Zichichi - è stato alla fine un seme ben più potente del sinistro morbo rosso.
Credente come gli altri grandi della fisica italiana che ho sopra nominati, Zichichi ha in più avuto il coraggio di manifestare dubbi sulla correttezza dell’evoluzionismo darwiniano. Ora, l’evoluzionismo ha certamente solide basi scientifiche, ma solo gli sciocchi non hanno dubbi sulla completa correttezza della casualità come teoria onnicomprensiva. Il salto di qualità tra la specie umana e ogni altra specie vivente è troppo alto per lasciare senza dubbi la presunta casualità: possibile ma, comunque, non dimostrata, precisava Zichichi. Per il suo rifiuto dell’evoluzionismo di Darwin è stato mal sopportato da chi trovava più comodo dormire nelle proprie certezze anziché rifletterci sopra.
Il caso ha voluto che egli prendesse posizione in un altro campo - quello ambientalista - ma, di nuovo, verso gli stessi che mal sopportavano la sua fede in Dio. Il fallimento e la morte del progetto comunista, infatti, ha spinto i suoi orfani verso l’ambientalismo. Questo è stato il pane di cui si sono nutriti i più sfacciati bugiardi del pianeta. L’ambientalismo è una religione pagana fatta di atti di fede su pregiudizi: esso nega ogni scienza che solo provi a mettere in discussione quei pregiudizi. Come tutte le pseudoscienze, anche l’ambientalismo si ammanta di scientificità, e Zichichi è stato in prima linea nel denunciarlo. Per esempio, ha sempre negato il contributo antropico al cambiamento climatico. Oggi la cosa non stupisce, perché è stata definitivamente sconfessata da una abbondante messe di fatti. A dispetto di ciò, la menzogna continua a essere propagandata perché chi dovrebbe smettere di farlo son gli stessi che l’hanno sostenuta. Negli ultimi anni non è stato più solo a negare ciò che a lui era ovvio negare: il cambiamento climatico causato dall’uomo lo negano oggi migliaia di altri fisici, geologi, astrofisici, tra cui due premi Nobel per la fisica: Ivar Giaever e John Clauser. I fatti danno a tutti questi ragione, ma Zichichi ci aveva visto giusto oltre vent’anni fa, quando tutti gli altri avevano invece gli occhi bendati.
Parte della politicizzata accademia italiana ha preferito tenerlo lontano. Ma l’uomo e scienziato - spalle larghe - s’è creato la propria struttura culturale di riferimento: la Scuola di Erice, apolitica, meritocratica, internazionale, un altro motivo per suscitare invidia, il peggiore dei vizi capitali. Credo che ogni uomo di scienza, parlando coi propri figli e nipoti, non può non ricordare con ammirazione la mente e il cuore di Antonino Zichichi.





