Ingegnere chimico, professore emerito alla Libera Università di Bruxelles, per 36 anni è stato un alto funzionario della Direzione generale dell’Energia della Commissione europea, e da 20 anni è professore di Geopolitica e politica energetica. Presidente della Società europea degli ingegneri e degli industriali, è Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica di Polonia. Per testimoniare come le Cop hanno trasformato la diplomazia in un circo itinerante (mentre le emissioni di CO2 crescono), Samuel Furfari ha appena pubblicato il saggio La vérité sur les Cop: trente ans d’illusions (ed. L’Artilleur), che contiene anche un breve scritto inedito di Carlo Ripa di Meana, nostro primo ministro dell’Ambiente.
Professor Furfari, perché le chiama illusioni?
«Le Cop fanno parte del nostro illusionistico paesaggio mediatico. Quando, oltre trent’anni fa, fu adottata la Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici, ove si conveniva di ridurre le emissioni di CO2, queste ammontavano a 21 gigatonnellate (Gt). Oggi, dopo 30 Cop, migliaia di discorsi commoventi, centinaia di miliardi spesi per le energie rinnovabili e un diluvio di sensi di colpa occidentali, le emissioni superano 35 Gt. Cioè sono aumentate di oltre il 60%, una cifra che merita di essere scolpita nella pietra dell’infamia mediatica che ha sempre elogiato le Cop senza mai preoccuparsi di farne alcun bilancio».
Ci fa un breve riassunto di questo bilancio?
«Istituite alla Conferenza di Rio del 1992 cui parteciparono 196 Stati, la prima Cop si tenne a Berlino nel 1995 sotto la presidenza di Angela Merkel, che all’epoca era ministro dell’Ambiente nel governo di Helmut Kohl. In quell’occasione convinse José Manuel Barroso a lanciare le politiche di produzione di energie rinnovabili. Poi, alla Cop3 (1997) arrivò il Protocollo di Kyoto che doveva segnare l’inizio di una governance climatica globale vincolante. Il Protocollo inaugurava l’era degli impegni quantificati. La realtà deludeva le speranze sul nascere: l’amministrazione Clinton-Gore degli Stati Uniti, allora primi emettitori mondiali, rifiutava di ratificare il trattato, nonostante fosse stato negoziato proprio da loro. Va anche detto che alle Cop non c’erano capi di Stato e di governo, ma solo ministri dell’Ambiente, e quindi era facile mettersi d’accordo su obiettivi utopici. Tanto è vero che, come spiego nel libro, lo stesso Romano Prodi, allora presidente del Consiglio, se la prese col suo ministro Edo Ronchi per l’impegno pesantissimo che per l’Italia era di riduzione delle emissioni del 6,5% entro il 2012».
Perché misero quella data di scadenza?
«Fu una richiesta degli ambientalisti, e non è un dettaglio: questa scadenza mirava ad alimentare il discorso di urgenza permanente».
Fallimento dopo fallimento, arriviamo alla Cop15 del 2009, quando i capi di governo presero in mano la situazione…
«Già, a Copenaghen i capi di Stato presero in mano le trattative per evitare che i ministri “ecologisti” spingessero i loro Paesi ad assumere impegni onerosi. La conferenza si concluse in un clima di confusione e tensioni diplomatiche, dimostrando l’incapacità dell’Onu di conciliare i divergenti interessi nazionali. Il fallimento di Copenaghen ha segnato una svolta importante nella governance climatica internazionale, rivelando che il consenso delle Nazioni Unite non poteva più nascondere i veri conflitti di interesse strategici tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo. Malgrado la pressione degli attivisti e dei media, i capi di Stato e di governo non hanno ceduto e hanno preferito il fallimento. Da allora, alcuni di loro partecipano brevemente all’apertura delle Cop per “essere nella foto”, poi abbandonano rapidamente i dibattiti per evitare qualsiasi responsabilità. Caduti in trappola una volta, ora stanno attenti a non partecipare più ai negoziati. Ed è proprio ciò che si è verificato a Belém».
Quest’anno è anche il decimo anniversario del successo dell’accordo di Parigi, al quale il suo libro ha dedicato un capitolo titolato «Il disaccordo di Parigi»…
«La Cop21 fu un grande successo diplomatico francese. Papa Francesco ne era stato l’artefice con la sua enciclica ambientalista, pubblicata in tempo per questa fiera. Fu un accordo burocratico, senza sostanza, senza impatto. Le emissioni di CO₂ han continuato ad aumentare senza sosta».
La Cop28 fu organizzata a Dubai, una città simbolo della dismisura del consumo energetico. Non è strano?
«Sì, e infatti gli ambientalisti e diversi deputati europei tentarono invano di bloccarla. Quella di Dubai incarna perfettamente questa commedia: un vertice per abolire le emissioni di CO2, presieduto dall’amministratore delegato della compagnia nazionale degli idrocarburi, Sultan Al Jaber, in un Paese sulla cui bandiera c’è una striscia nera in onore del petrolio. Fa ridere, no? Mentre le delegazioni della Ue scandivano i loro mantra sulla “transizione energetica”, l’Opec inviava questa direttiva ai propri membri: “Rifiutare qualsiasi menzione vincolante dei combustibili fossili”. Così è stato».
La Cop29 si tenne a Baku in un Paese che produce meno dell’1% del gas e petrolio mondiali.
«Già, però Ilham Aliyev ha ricordato che queste risorse sono “un dono di Dio” e che l’Azerbaijan non deve sentirsi in colpa per usarle. La verità è che al di fuori della Ue nessuno si interessa a questo circo, non solo Donald Trump. Ma la buffonata continuerà perché l’Unione europea continuerà caparbiamente a parlare di Green deal (anche se adesso gli stanno cambiando nome e lo chiamano Clean deal). Ursula von der Leyen non ammetterà mai il suo fallimento totale. Negli ultimi dieci anni la Ue ha ridotto la propria domanda di energia di 6 exajoule, ma nel frattempo il resto del mondo l’ha aumentata di 77 exajoule, e quasi l’80% di questa crescita è dovuto ai combustibili fossili».
E siamo alla Cop30…
«Ove Lula da Silva - che si atteggia a campione della riduzione delle emissioni clima - ha autorizzato massicce concessioni petrolifere nel “margine equatoriale”, una zona ricca di petrolio e gas, alla foce del Rio delle Amazzoni, che fu tanto cara a papa Francesco e lo è ancora a tutti gli attivisti».
Sarà questa l’ultima Cop?
«Non sogniamo: troppi burocrati si guadagnano da vivere con essa, troppe Ong se ne nutrono, troppi politici vi trovano una piattaforma per dimostrare la loro virtù ambientalista. La cosa più triste è che gli scienziati sono costretti a ballare al fischio degli attivisti per ottenere finanziamenti per la ricerca. Ma questo accade solo nella Ue: il resto del mondo si sta preparando per il futuro e neanche finanzia più la scienza del clima».




