Jacopo Coghe: «Vittoria, via il gender dalle classi. Ma già vogliono aggirare la legge»

Con 78 voti favorevoli e 38 contrari, è stato approvato in Senato il ddl Valditara sulle «Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico», con lo scopo di circoscrivere con saggezza l’ambito delicato e sensibile della sessualità a scuola, in modo da evitare debordamenti ed eccessi.
Si tratta di una vittoria di tutti coloro che danno uno sguardo critico verso l’ideologia del gender, l’iper-sessualizzazione dei bambini e i pericoli sempre presenti di «manipolazione culturale» nelle scuole italiane. Abbiamo sentito Jacopo Coghe, portavoce di Pro vita e famiglia, l’associazione che da moltissimi anni si batte per una legge sul «consenso informato».
Perché nel vostro comunicato avete parlato di «giornata storica»?
«Perché per la prima volta lo Stato riconosce per legge che i genitori hanno il diritto di sapere cosa viene detto ai loro figli in classe su temi intimi e delicati. Sono 13 anni che combattiamo per questo risultato. Tredici anni di convegni, affissioni, petizioni, audizioni parlamentari, segnalazioni di casi, denunce legali. Quasi 65.000 italiani hanno firmato la petizione che abbiamo formalmente depositato alla Camera e al Senato. Oggi quella legge esiste. Ringrazio il ministro Valditara per aver avuto il coraggio di ascoltare la voce di centinaia di migliaia di famiglie italiane e il governo Meloni per averne fatto una priorità».
Che cos’è, esattamente, il «consenso informato preventivo»?
«È uno strumento semplice e di buon senso. Prima che una scuola svolga attività extracurriculari legate alla sfera sessuale o affettiva, deve informare i genitori con almeno sette giorni di anticipo, fornendo i materiali utilizzati, i contenuti, gli obiettivi e i nomi degli eventuali esperti esterni. I genitori possono, quindi, decidere se autorizzare o meno la partecipazione del proprio figlio e la scuola deve garantire attività alternative. Nei plessi dell’infanzia e nelle primarie, queste attività sono vietate. È la Costituzione applicata: l’articolo 30 dice chiaramente che educare i figli è diritto e dovere dei genitori, non dello Stato».
Concretamente, cosa cambierà nelle scuole italiane?
«Cambierà che nessun attivista politico potrà più entrare in classe a parlare di identità di genere fluida, transizione sessuale o aborto come “diritto riproduttivo” senza che i genitori lo sappiano in anticipo e possano dire se va bene o no».
Non c’è il pericolo che lo studente escluso dal corso sia discriminato o messo in ridicolo?
«Sarebbe estremamente grave se avvenisse e investirebbe la responsabilità diretta dei docenti e dei dirigenti scolastici. La legge ha previsto, per gli studenti che non partecipano, attività formative alternative».
L’educazione sessuale nelle scuole non serve proprio a prevenire le violenze di genere e a superare i tabù?
«No, decenni di cosiddetta “educazione sessuo-affettiva” in altri Paesi d’Europa smentiscono questo luogo comune. Anzi, dove più si insiste con questo approccio si registrano maggiori abusi e violenze. Il problema è un altro: sotto l’etichetta “educazione sessuale” o “educazione affettiva” si sono infiltrati sistematicamente contenuti ideologici che nulla hanno a che fare con la prevenzione delle violenze».
A cosa servirebbe «l’Osservatorio permanente sul consenso informato» che reclamate dal governo?
«A garantire che la legge non venga aggirata, come diversi docenti, attivisti e politici, sui social annunciano già di voler fare. Serve un organo che monitori l’applicazione della norma. Come associazione, continueremo a farlo come abbiamo sempre fatto col nostro dipartimento Scuola, ma serve anche una risposta istituzionale strutturata».






