«Aggiornamento» fu la parola magica che san Giovanni XXIII propose e suggerì ai cattolici del mondo intero, convocando nel 1959 a Roma, presso la basilica di san Pietro, il XXI Concilio ecumenico della Chiesa, chiamato il Vaticano II (1962-1965), poi concluso da Paolo VI.
Il Concilio, secondo Benedetto XVI, non costituì una «apertura al mondo», ma certamente si fece strada tra i cattolici e i vescovi la volontà di superare gli storici steccati che parevano dividere in modo drastico e assoluto la «civiltà moderna» e il cristianesimo. Molto presto, secondo quanto riportava ieri Il Messaggero, sullo spazioso tetto di quella stessa basilica romana, tesoro di arte e di fede, sarà aperto un bistrot, dove sarà possibile degustare una «amatriciana divina» come scrive con facile (e legittima) ironia il quotidiano. Da tempo infatti «si sta silenziosamente lavorando» alla realizzazione del primo ristorante al mondo sul tetto di una basilica, approfittando del «grande terrazzamento» che sovrasta la chiesa più grande e più importante del mondo. Il bistrot sarà collocato alle spalle delle bianche statue degli apostoli, quelle stesse statue che sovrastano il colonnato del Bernini e che sono ben visibili dalla piazza, all’interno di uno spazio «fino a poco tempo fa» assolutamente inaccessibile. E da cui dovrebbe godersi «una vista mozzafiato» sulla Città eterna, anche perché la Basilica pontificia annessa al Vaticano è altresì il punto più alto del centro storico della città.
Il «mistico bistrot» sarà realizzato sfruttando «alcuni dei locali» che un tempo servivano per la conservazione «dei materiali usati dai Sampietrini», i famosi addetti alla cura e alla manutenzione della basilica. Anzi, secondo le indiscrezioni trapelate, «proprio in queste settimane» sarebbero arrivati gli «arredi» destinati al locale, e ciò potrebbe significare che i lavori in corso siano «ormai a buon punto» benché la data di apertura resti per ora ignota.
Secondo il quotidiano, il progetto in verità «non è nuovo» anzi sarebbe «in incubazione» da un bel po’, tanto che alcuni davano per scontata la sua realizzazione «in occasione del Giubileo». È anche vero che già oggi molte basiliche cattoliche del mondo intero, incluse quelle patriarcali di Roma, presentano degli «spazi profani» per acquisti di oggetti, non solo strettamente religiosi, ma anche dei piccoli punti di ristoro, molto apprezzati da pellegrini e turisti, come a santa Maria Maggiore e a san Paolo fuori le mura. Forse, a Giubileo finito, per il lancio del bistrot si attenderanno i 400 anni dalla consacrazione della basilica moderna di san Pietro, che sostituì la chiesa costantiniana, e che venne effettuata da papa Urbano VIII il 18 novembre 1626.
Sempre secondo Il Messaggero, l’idea di allargare l’area terrazzata - dove «già ora esiste un minuscolo bar» - sfruttando la parte ancora chiusa per il ristoro, offrirebbe la possibilità di pranzare «praticamente sospesi su Roma».
Più d’una volta questo giornale ha fatto notare che papa Leone XIV sta intraprendendo un’opera sottile e incisiva - anche a livello culturale - di recupero dei contenuti, dei linguaggi e dei simboli della tradizione cattolica. Così, ieri, la Prefettura della Casa pontificia, che si occupa del calendario degli incontri e degli appuntamenti del Papa, ha annunciato che il pontefice, il 2 aprile prossimo, celebrerà la messa «in Coena Domini», in occasione del Giovedì santo e dell’inizio del Triduo pasquale, «nella basilica di San Giovanni in Laterano».
Secondo quanto comunicato dall’agenzia stampa della Cei, il tradizionale rito della «lavanda dei piedi», dopo anni di esilio e di assenza, «ritornerà così a svolgersi» all’interno della «cattedrale del vescovo di Roma». Senza timore di palesare una discontinuità evidente, il Servizio informazione religiosa (Sir) ricorda che papa Francesco, «durante il suo pontificato» era solito celebrare la messa «in Coena Domini» in luoghi da lui ritenuti significativi «in quanto simbolo della sofferenza e della fragilità», come le «carceri o i centri di accoglienza per migranti».
E in effetti, il pontefice venuto «dalla fine del mondo», ha sempre celebrato la liturgia del Giovedì santo, con annessa lavanda dei piedi, all’interno di carceri (anche minorili e femminili), e per due volte in centri di accoglienza per migranti, nel 2015 a Castelnuovo di Porto e nel 2017 a Castel Volturno. L’ultima volta, il 17 aprile 2025, pochi giorni prima di morire, si era recato a Regina Coeli.
Addirittura Bergoglio, in questo suo slancio particolarmente «inclusivo», ha cambiato le norme e le collaudate prassi liturgiche, permettendo per la prima volta nella storia della Chiesa la presenza di donne e di persone non cristiane, tra i 12 fedeli a cui il pontefice lava i piedi. Ripetendo il nobile gesto che fece Gesù con gli apostoli, i quali però erano uomini, cristiani, sacerdoti e vescovi.
Ovviamente Leone XIV come ha detto lui stesso in tante allocuzioni e omelie, e specialmente nell’esortazione apostolica Dilexi te, non vuole minimizzare l’impegno preferenziale della Chiesa «per i poveri e i sofferenti» (Dt, n. 3). Ma desidera inserire il nobile ed evangelico ideale della carità verso i bisognosi, all’interno dell’alveo della missione tradizionale e spirituale della Chiesa, la quale, come disse lo stesso Francesco, «non è una Ong» (Udienza del 18 giugno 2014).
Fermo restando che non è contrario al Vangelo celebrare la messa del Giovedì santo in nessun luogo della terra (nobile o ignobile), dovrebbero riflettere tutti coloro che vedevano nelle scelte di papa Francesco un «progresso», un «frutto dello Spirito santo» o «un punto di non ritorno». No, papa Leone non ha torto nel voler «tornare all’antico», riprendendo ad esempio Giovanni Paolo II e Benedetto XVI che celebravano le messe del sacro Triduo nelle maestose basiliche dell’Urbe. Perché il linguaggio della «misericordia» deve coniugarsi con quello della «giustizia» e l’immagine della Chiesa «in uscita» verso le «periferie esistenziali» non deve correre il rischio di sembrare un appoggio a chi vuole «servirsi di Cristo» per le sue agende laiche e irreligiose.
La teoria di origine statunitense della «discriminazione positiva» ha almeno questo di buono: è chiara e limpida nei suoi intenti non egualitari, un po’ come le quote rosa o il bagno (solo) per trans. Ma se non si fa attenzione, ci vuole un attimo affinché la presunta e buonista «inclusione» si trasformi in una clava che esclude e mortifica qualcuno di «meno gradito».
Su Facebook, la piattaforma di Mark Zuckerberg che ha fatto dell’inclusività uno dei principali «valori della community», è appena apparso un post che rappresenta al meglio l’ipocrisia in salsa arcobaleno.
Pubblicizzando l’affitto di una stanza per studenti a Roma, l’annuncio femminile specifica senza alcun timore che «la casa non ammette ragazzi etero». Perché nell’appartamento «ci sono delle ragazze» e quindi «la scelta ricadrà» per forza «su una ragazza o un ragazzo gay».
Come a dire: sei donna? Meglio se vivi in una sorta di «apartheid sessuale» e ti isoli dall’altra, a priori sospetta e ostile, metà del cielo. Probabilmente poi non ci si rende conto di quanto «spirito reazionario» ci sia nell’accettare o rifiutare un nuovo affittuario sulla base del sesso (quindi della biologia).
La ragione che la fanciulla anti maschi (che non siano gay) mette in avanti nel medesimo annuncio è semplice e di una sconcertante banalità: «da donna» scrive la signorina (inclusiva a metà) «mi voglio sentire libera di stare mezza nuda a casa mia». E quindi la presenza di «un ragazzo etero» purtroppo «non farebbe stare a proprio agio le ragazze». Cioè lei e verosimilmente le altre coinquiline.
Il fatto però che il problema sia quello dei «ragazzi etero» complica la faccenda e la fa diventare surreale, come accade sempre quando dal sesso biologico - che è una evidenza scientifica - si passa, come nulla fosse, all’orientamento sessuale. Il quale, contrariamente al primo, non è né accertabile con i documenti, né - parrebbe - assolutamente univoco e definitivo.
«Non perdete tempo a polemizzare nei commenti» aggiunge la convintissima amazzone misandrica perché «neanche vi leggo». Perché mai, signorina, il suo post su una camera in affitto dovrebbe suscitare polemiche? Forse perché lei stessa si rende conto che scrivere che si affitta una camera solo a persone di un certo sesso (il suo) è un tantino sconveniente oggi che i giovani si sentono particolarmente liberi e non vogliono più limiti di alcun tipo?
La conclusione svela l’arcano della aperta «discriminazione» anti maschile e anti eterosessuale. Si dice infatti che «la casa è composta da persone» di sesso femminile che fanno parte della «comunità Lgbt». E quindi? «E quindi si preferisce una persona simile». Bene, ora è tutto chiaro.
Giustamente Luca Sablone su Il Giornale, prova ad immaginare uno «scenario ribaltato» con un annuncio pubblico su una qualunque piattaforma che reciti più o meno così: «La casa non ammette gay, si cercano solo ragazzi etero». Entro poche ore, non pochi giorni, oltre agli insulti di rito (omofobia, razzismo, hate speech, il «fascismo non passerà»), scatterebbero le denunce. E coi tempi che corrono rischierebbero di trovare dei giudici «politicamente corretti» desiderosi di fare giustizia delle «parole nauseabonde» che ci riportano alle «ore più buie della storia».
Domanda. Perché una «ragazza non etero» può sentirsi più a suo agio con chi le è simile, e può dirlo e scriverlo serenamente, mentre una «ragazza etero» invece non può? Non sarà mica che hanno ragione i conservatori e i reazionari osservando che alcune «minoranze iper-tutelate» godono oggi di privilegi che non hanno le «maggioranze» formate delle persone comuni?





