Se c’è una regione italiana che da moltissimi anni è in prima linea nel fare da schermo alla cosiddetta «giurisprudenza creativa» della magistratura, questa è la Toscana, guidata sin dal 2020 dal dem Eugenio Giani.
L’ultima trovata dell’amministrazione si colloca bene all’interno di giugno, il mese del Pride e delle bislacche rivendicazioni Lgbt. Infatti, secondo la denuncia di Pro vita, il «bando per la formazione professionale nel settore tessile» appena varato dalla Regione, ha come destinatari profili arcobaleno dalle identità piuttosto discutibili, poco chiare e autoreferenziali.
Oltre a prevedere dei vantaggi per determinate categorie di cittadini da sempre giustamente tutelate in Italia (come gli invalidi o coloro che soffrono di menomazioni e patologie di vario tipo), la Toscana, passata dal rosso intenso di una volta al fucsia vivo, si inventa delle nuove «minoranze» da proteggere, per piacere ai social e «alla gente che piace».
Infatti, secondo il testo del bando, nel caso in cui il «numero delle iscrizioni» al corso di formazione sarà «superiore al numero massimo previsto», la Regione destina la cospicua somma di «128.000 euro» per «il 50% dei posti» a «donne, persone non binarie e transgender, con eventuale supporto personalizzato, qualora lo necessitino». Né più, né meno.
Ora, le donne sono una categoria biologicamente data e proprio per questo anche costituzionalmente garantita. L’articolo 3 della Carta sottolinea infatti che «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale» e sono «eguali davanti alla legge». Senza distinzione, oggi diremmo discriminazione, per ragioni di «sesso, razza, lingua, religione».
A ben vedere, dunque, «l’orientamento sessuale» o il «genere» (gender) che uno si sceglie autonomamente dopo la pubertà, non è mai contemplato nella Costituzione. I padri costituenti, infatti, fossero democristiani, socialisti o marxisti, si fondarono su ciò che appare e che è universalmente costatabile, e non ciò che di suo è variabile, intimo, non obiettivo.
Giustamente, Jacopo Coghe, portavoce di Pro vita, parla di «discriminazione delle donne» che vengono di fatto equiparate nel bando toscano alle «persone trans» (senza specificare se si tratti di transizione chirurgica o meramente anagrafica) e addirittura a chiunque si dichiari «non binario». Il bando per progetti formativi della Regione è sorto a seguito «dell’ammissione a finanziamento» del progetto acronimo «C’è stoffa per tutti», il quale organizza il «corso per tecnico delle attività di progettazione del tessuto» in vista della «industrializzazione del prodotto».
Il progetto sarebbe stato concepito «dall’Agenzia formativa ambiente impresa scrl», accreditata presso la Regione Toscana e capofila dell’iniziativa «insieme al centro di formazione professionale Don Giulio Facibeni, Proforma società cooperativa impresa sociale e Alessandro Bini srl».
Secondo Jacopo Cellai e Alessandro Draghi, consiglieri regionale e comunale di Fratelli d’Italia, «la deriva woke» della Regione Toscana è «senza pudore» e il finanziamento Lgbt appare «offensivo verso i nostri concittadini». Secondo i due politici toscani, sono proprio misure come queste, per la loro astrusità ad «ampliare ulteriormente la discriminazione e l’emarginazione» di chi, per qualunque ragione, «non si definisce né uomo né donna» vivendo una sessualità sicuramente diversa dal comune. La sinistra del resto, da partito «del popolo» è sempre più il club prediletto «delle élite». Ma senza avvedersene, e questo è il dramma.
Jacopo Coghe: «Vittoria, via il gender dalle classi. Ma già vogliono aggirare la legge»
Con 78 voti favorevoli e 38 contrari, è stato approvato in Senato il ddl Valditara sulle «Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico», con lo scopo di circoscrivere con saggezza l’ambito delicato e sensibile della sessualità a scuola, in modo da evitare debordamenti ed eccessi.
Si tratta di una vittoria di tutti coloro che danno uno sguardo critico verso l’ideologia del gender, l’iper-sessualizzazione dei bambini e i pericoli sempre presenti di «manipolazione culturale» nelle scuole italiane. Abbiamo sentito Jacopo Coghe, portavoce di Pro vita e famiglia, l’associazione che da moltissimi anni si batte per una legge sul «consenso informato».
Perché nel vostro comunicato avete parlato di «giornata storica»?
«Perché per la prima volta lo Stato riconosce per legge che i genitori hanno il diritto di sapere cosa viene detto ai loro figli in classe su temi intimi e delicati. Sono 13 anni che combattiamo per questo risultato. Tredici anni di convegni, affissioni, petizioni, audizioni parlamentari, segnalazioni di casi, denunce legali. Quasi 65.000 italiani hanno firmato la petizione che abbiamo formalmente depositato alla Camera e al Senato. Oggi quella legge esiste. Ringrazio il ministro Valditara per aver avuto il coraggio di ascoltare la voce di centinaia di migliaia di famiglie italiane e il governo Meloni per averne fatto una priorità».
Che cos’è, esattamente, il «consenso informato preventivo»?
«È uno strumento semplice e di buon senso. Prima che una scuola svolga attività extracurriculari legate alla sfera sessuale o affettiva, deve informare i genitori con almeno sette giorni di anticipo, fornendo i materiali utilizzati, i contenuti, gli obiettivi e i nomi degli eventuali esperti esterni. I genitori possono, quindi, decidere se autorizzare o meno la partecipazione del proprio figlio e la scuola deve garantire attività alternative. Nei plessi dell’infanzia e nelle primarie, queste attività sono vietate. È la Costituzione applicata: l’articolo 30 dice chiaramente che educare i figli è diritto e dovere dei genitori, non dello Stato».
Concretamente, cosa cambierà nelle scuole italiane?
«Cambierà che nessun attivista politico potrà più entrare in classe a parlare di identità di genere fluida, transizione sessuale o aborto come “diritto riproduttivo” senza che i genitori lo sappiano in anticipo e possano dire se va bene o no».
Non c’è il pericolo che lo studente escluso dal corso sia discriminato o messo in ridicolo?
«Sarebbe estremamente grave se avvenisse e investirebbe la responsabilità diretta dei docenti e dei dirigenti scolastici. La legge ha previsto, per gli studenti che non partecipano, attività formative alternative».
L’educazione sessuale nelle scuole non serve proprio a prevenire le violenze di genere e a superare i tabù?
«No, decenni di cosiddetta “educazione sessuo-affettiva” in altri Paesi d’Europa smentiscono questo luogo comune. Anzi, dove più si insiste con questo approccio si registrano maggiori abusi e violenze. Il problema è un altro: sotto l’etichetta “educazione sessuale” o “educazione affettiva” si sono infiltrati sistematicamente contenuti ideologici che nulla hanno a che fare con la prevenzione delle violenze».
A cosa servirebbe «l’Osservatorio permanente sul consenso informato» che reclamate dal governo?
«A garantire che la legge non venga aggirata, come diversi docenti, attivisti e politici, sui social annunciano già di voler fare. Serve un organo che monitori l’applicazione della norma. Come associazione, continueremo a farlo come abbiamo sempre fatto col nostro dipartimento Scuola, ma serve anche una risposta istituzionale strutturata».
Leone XIV si recherà in Africa dal 13 al 23 aprile e visiterà Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, fermandosi in Algeria dal 13 al 15 e realizzando così una tappa «storica», visto che nessun pontefice di epoca moderna ha mai messo piede nel Paese, attualmente islamico per oltre il 98%. Papa Prevost visiterà Annaba, l’antica Ippona, di cui fu vescovo sant’Agostino (354-430), il quale nacque nella colonia romana di Tagaste, anch’essa nell’attuale Repubblica di Algeria.
Tuttavia, secondo l’organizzazione Open doors, l’Algeria di oggi, presieduta dal 2019 da Abdelmadjid Tebboune, è uno dei primi «20 Paesi al mondo» quanto a «discriminazione e persecuzione dei cristiani». Proprio all’alba di questo terzo viaggio apostolico, il Centro europeo per il Diritto e la Giustizia (Eclj), che difende la libertà religiosa nel mondo e gode di uno «status consultivo» presso l’Onu, ha pubblicato un report di 40 pagine, intitolato L’oppressione dei cristiani in Algeria.
Il report toglie il velo, con dati accuratamente scientifici e allarmanti, sulla politica di uno dei tanti Paesi arabi «moderati» che, dopo la celebrata «decolonizzazione» degli anni Sessanta, iniziarono una sistematica oppressione verso le «minoranze religiose», ritenute quasi un corpo estraneo alla nazione, «fondata sull’Islam e l’arabità». E che pare spietato specialmente con i cristiani.
Su una popolazione di 48 milioni di abitanti, la comunità cristiana nel suo insieme, cattolici ed evangelici, è composta da circa «156.000 fedeli», appena lo «0,3% dei cittadini». I cattolici, che potranno abbracciare Leone XIV nei prossimi giorni, sono solo «8.000» e per la maggior parte di origine straniera, «subsahariana ed europea».
In un clima non facile per i seguaci del Vangelo, la situazione si è via via aggravata negli ultimi 20 anni, proprio mentre l’Algeria faceva credere di essere divenuta una compiuta «democrazia araba». Nel 2006, ricorda l’Eclj, una nuova ordinanza ha imposto una «autorizzazione amministrativa» per l’apertura di qualunque luogo di culto «non mussulmano». Da allora, e ancor di più dalla nuova legge restrittiva del 2012 sulle «associazioni religiose», le autorità di Algeri hanno «respinto» tutte le domande che chiedevano l’apertura o l’edificazione di «nuovi luoghi di culto».
Il report dedica vari passaggi al vero e proprio «arsenale giuridico» che esiste in Algeria per discriminare i cristiani, «condannandoli abusivamente» per «blasfemia» o «proselitismo». Secondo la legge attualmente in vigore, «è punito» con l’arresto «da 2 a 5 anni» e con una multa «da 500.000 a 1 milione di dinari algerini» chiunque «incita, costringe o ricorre a mezzi di seduzione» volti a «convertire un musulmano ad un’altra religione».
È quindi evidente che qualunque evangelizzazione cristiana, pur fondata sul dialogo e la persuasione, risultano legalmente impedite e pericolose. Addirittura, risulta ad oggi sanzionabile, oltre a chi «offende il profeta» e i «principi dell’Islam», anche chi «produce o distribuisce» sia «documenti stampati» che «materiale audiovisivo» con l’intento di «far vacillare la fede di un musulmano».
L’Italia è il maggior acquirente del gas algerino. E questo specialmente da quando nel 2022 Putin ha attaccato l’Ucraina, perché è noto che il gas di un Paese «che fa la guerra» porta lo stigma del capo e «va boicottato». Mentre quello di un Paese che perseguita le minoranze religiose sarebbe puro come l’aria?
Nel frattempo, ieri il pontefice ha recitato il Santo Rosario per invocare il dono della pace: «Vogliamo dire a tutto il mondo che è possibile costruire la pace, una pace nuova. È possibile vivere insieme con tutti i popoli di tutte le religioni, di tutte le razze», ha detto Leone. «La pace ce l’abbiamo tutti nei nostri cuori».





