Verrebbe da esclamare: tu quoque, Mario Draghi! Anche il fustigatore degli economici e burocratici costumi, prima italici e poi europei, può errare per stato di necessità politica. È successo con il Superbonus, inserito nel Pnrr, che la Corte dei Conti europea ha bocciato senza appello.
L’esame si è concentrato su un particolare aspetto: misurare quanto è costato l’efficientamento energetico degli edifici sottoposti a ristrutturazione con il 110%. Per farlo, i giudici contabili dell’Ue hanno assunto il paragone tra le misure adottate da quattro Paesi: Italia, Cipro, Lituania e Belgio.
E arriva l’ennesima bocciatura per il Superbonus inventato da Giuseppe Conte quando era primo ministro del governo «giallorosso» (il provvedimento è del 19 maggio 2020), ma confermato dal governo Draghi e poi subìto dal governo Meloni.
Non c’è organismo di certificazione che non abbia stigmatizzato questa misura che a conti fatti costerà allo Stato oltre 170 miliardi di euro con la «follia» contabile di recuperare al massimo 47 centesimi per ogni euro speso. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è stato chiarissimo: il 110% ingessa le manovre finanziarie pesando sul 2026 per circa 40 miliardi e per altri 20 miliardi l’anno prossimo.
C’è un pezzo di Superbonus che Mario Draghi ha fatto confluire nel Pnnr ed è su questo che i magistrati contabili si sono esercitati. Si tratta del cosiddetto Rrf, il dispositivo per la ripresa e la resilienza che ha stanziato per le ristrutturazioni (un efficientamento che l’Ue stabilisce con una quota di risparmio energetico del 30% e che l’Italia ha fissato al 40%): 36,3 miliardi, di cui 15,6 destinati all’Italia.
La Corte dei Conti europea ha osservato che in Italia il risparmio di un kilowatt è costato in media 10 euro, almeno quattro volte tanto quanto è stato il costo in Lituania. L’appunto più grave che fanno i giudici contabili è proprio relativo all’uso dei fondi Rrf (quelli europei) per finanziare una parte del Superbonus che viene così giudicato: «È di gran lunga la misura più cara e meno efficiente tra quelle esaminate; riteniamo che questo livello di sostegno non sia in linea con i principi di sana gestione finanziaria e che incida negativamente sul rapporto costi-efficacia».
Si sostiene che si sono scelti gli interventi più facili (istallazione dei pannelli), che le certificazioni sono spannometriche, che ci sono gravi ritardi nel completamento degli interventi e che si rischia di non ottenere i risultati attesi. La stoccata più forte per Giuseppe Conte e per i grillini, che hanno sempre difeso il 110% come misura per aiutare le famiglie a mettersi al passo con la rivoluzione green, è questa: «I soldi sono stati distribuiti non tenendo conto della destinazione a edifici con bassa performance energetica o a famiglie che avevano meno possibilità economiche».
Ma c’è un’altra bacchettata, stavolta indirizzata, anche se mai nominato, al governo di Mario Draghi. Sostiene la Corte dei Conti europea: «La Commissione Ue ha ben specificato ai governi che l’Rrf non imponeva di includere tali misure nei Piani nazionali di ripresa e resilienza».
Invece Mario Draghi, per evitare che i Cinque stelle, ma anche il Pd che con Conte a Palazzo Chigi aveva promosso e approvato il 110%, facessero saltare il governo decise di non revocare il Superbonus che si capiva avrebbe generato una voragine nei conti pubblici, ma si attaccò ai fondi Rrf. Era il 26 aprile del 2021 quando Draghi si presentò alle Camere affermando: «C’è un significativo sforzo per promuovere l’efficientamento energetico di edifici pubblici e privati. Per il Superbonus al 110% sono previsti, tra Pnrr e Fondo complementare, oltre 18 miliardi, le stesse risorse stanziate dal precedente governo. Non c’è alcun taglio. La misura è finanziata fino alla fine del 2022, con estensione al giugno 2023 solo per le case popolari (Iacp). È un provvedimento importante per il settore delle costruzioni e per l’ambiente. Per il futuro, il governo si impegna a inserire nel Disegno di legge di bilancio per il 2022 una proroga dell’ecobonus per il 2023, tenendo conto dei dati relativi alla sua applicazione nel 2021, con riguardo agli effetti finanziari, alla natura degli interventi realizzati, al conseguimento degli obiettivi di risparmio energetico e sicurezza degli edifici».
Quei 18 miliardi in più furono trovati attingendo per intero al fondo per la ripresa e la resilienza. Fu una sorta di «trucco» contabile quello di Draghi: per non gravare direttamente sul bilancio il 110% fu fatto passare come una delle misure del Pnrr, ma già nel 2023 si capì che la proroga del Superbonus con quel livello di spesa era insostenibile. Anche perché i risultati non sono stati entusiasmanti. Un censimento a fine 2024 ha detto che con i soldi Rrf sono stati fatti quasi 61.000 interventi, per circa 14 miliardi. Sei miliardi e mezzo sono finiti alle villette (poco meno di 47.000), mentre gli altri 7,2 miliardi di euro hanno finanziato la ristrutturazione di circa 14.000 condomini.
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