Ecco #DimmiLaVerità del 29 aprile 2026. Il nostro vicedirettore Giuliano Zulin ci spiega le prospettive della crisi energetica.
Elly Schlein (Ansa)
Reduce dal raduno dei progressisti a Barcellona, la leader dem illustra alla «Stampa» il modello spagnolo: «Investire sulle rinnovabili». Si scorda però di precisare che Madrid sfrutta l’atomo e importa Gnl da Vladimir Putin.
Il mega raduno mondiale della sinistra a Barcellona, guidato e celebrato nel weekend da Pedro Sánchez e Lula da Silva, è finito. Ma la fascinazione di Elly Schlein per il premier spagnolo è ancora viva e lotta insieme a noi, per un’Italia più libera e autonoma, anche sulle fonti energetiche. Il segretario del Pd prende a esempio il collega iberico, ma descrive una Spagna che non c’è e conferma il veto sul gas russo.
Schlein si è fatta intervistare dalla Stampa e ha parlato di politica estera a tutto campo. Il quotidiano torinese ha giustamente titolato con le sue dichiarazioni sul gas: «Comprare gas russo aiuta solo Putin. Più rinnovabili come ha fatto Sánchez». Ohibò, ecco il segretario del principale partito di opposizione dedicarsi a temi concreti. Ma la sorpresa positiva lascia purtroppo rapidamente posto alla delusione per l’approssimazione con la quale si è espressa. Prima le chiedono se Sánchez sia anche un modello per la famosa «riscossa progressista», e Schlein risponde: «È sicuramente un modello […]. La Spagna in questi anni è cresciuta a ritmi del 3%, noi dello zero virgola. E ha fatto investimenti poderosi sulle energie rinnovabili, grazie ai quali oggi loro pagano l’elettricità molto meno di noi».
A quel punto, correttamente, le viene fatto notare che la Spagna è anche il primo importatore di gas russo, con un incremento del 124% di acquisti dall’inizio della guerra in Iran. E qui parte una lezioncina del capo del Nazareno: «In Spagna il prezzo del gas incide sul costo dell’energia solo per il 15%, in Italia per l’80%. Sánchez ha investito sulle rinnovabili e oggi loro sono molto meno dipendenti di noi dal gas, che sia russo o americano». E quindi, prosegue, «dobbiamo assolutamente accelerare sull’energia pulita e possiamo farlo in tempi brevi». In ogni caso, anche a prendere per buono questo racconto, resta il nodo della Russia di Vladimir Putin e qui la Schlein si fa severa e intransigente: «Ho già detto come la penso: ora non si può pensare che la soluzione sia il gas russo perché si rafforzerebbe Putin, finanziando la sua invasione criminale dell’Ucraina». Insomma, la posizione del segretario del Pd è sempre quella dei duri e puri di Bruxelles, anche se questo ha un impatto negativo sulle tasche dei ceti medi e poveri italiani.
Per ristabilire un minimo di aderenza con la realtà dei fatti, prendiamo alcuni dati dagli ultimi studi del Crea (Center for research on Energy and clean Air) , organismo indipendente con sede a Helsinki. A marzo l’Ue è stata ancora una volta il quarto maggior acquirente di combustibili russi, rappresentando il 10% (1,45 miliardi di euro) delle entrate da esportazione di Mosca dai primi cinque importatori. E il gas naturale, non soggetto a sanzioni Ue, vale ben il 69% di questo ammontare. Quindi è abbastanza inutile continuare a fare la faccia feroce sul gas con Mosca, quando la Russia ha solo riallocato le vendite in giro per il mondo e sta guadagnano ancora di più sul petrolio, grazie alla guerra di Usa e Israele all’Iran.
Poi c’è la Spagna, il famoso modello della Schlein. Sempre secondo il Crea, Madrid è stata il maggiore importatore dell’Ue, acquistando gnl russo per un valore di 355 milioni di euro nel mese di marzo, con un incremento del 124% rispetto a febbraio. Non solo, ma a marzo, tutti gli impianti di importazione di gas in Spagna hanno aumentato gli acquisti dalla Russia, con Bilbao che ha ricevuto il quantitativo maggiore e con il terminale di Sagunto che ha ricevuto il suo primo carico russo dall’agosto 2024. Sánchez ha fatto le sue scelte, certo, anche con un certo coraggio, e queste scelte parlano russo, ma questo alla sua ammiratrice italiana non piace ammetterlo. E tanto per dare un altro paio di indizi al segretario del Pd su come gli amici dell’Ue si stanno comportando di fronte alla crisi petrolifera, ecco che a marzo la Francia si è laureata terzo maggior importatore di gas russo nel blocco Ue, con 287 milioni di euro. E al quarto posto, ecco il piccolo Belgio con un valore di 220 milioni. Chissà, forse c’è un motivo se da settimane anche l’Eni consiglia di riprendere a comprare da Mosca.
Russia a parte, che tanto turba Schlein, la Spagna ha un 20% del suo fabbisogno energetico ancora coperto dalle sue cinque centrali nucleari. È vero che c’è il progetto di spegnerle entro il 2035, ma chi vivrà vedrà e nessun leader, neppure socialista, sarà tanto fesso da chiudere il nucleare se non ci saranno alternative rodate ed efficienti. Così Sánchez ha indubbiamente puntato sulle fonti rinnovabili, ma con una solida «base» di combustibili fossili ed energia nucleare. Insomma, se davvero l’Italia dovesse prendere a modello la Spagna, dovrebbe riaccendere immediatamente i reattori nucleari e comprare un bel po’ di gas da Putin. Ma alla Schlein non andrebbe bene. Sono cose che può fare solo
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Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa)
Il cancelliere vuole intervenire prima che la situazione precipiti e convoca il consiglio di sicurezza: «Dobbiamo garantire sempre la disponibilità di benzina e diesel, economia e cittadini devono poter contare su forniture stabili». L’Italia intanto aspetta...
Berlino alza il livello di allerta sull’energia e porta la questione direttamente sul terreno della sicurezza nazionale. «La sicurezza degli approvvigionamenti energetici ha la massima priorità», ha scandito Friedrich Merz intervenendo all’apertura della Fiera di Hannover, a cui era presente anche il presidente brasiliano Lula.
In questo contesto, il cancelliere tedesco ha annunciato ieri la convocazione a breve del Consiglio nazionale di sicurezza. Un passaggio, questo, tutt’altro che formale: il governo federale si prepara a discutere la tenuta delle forniture di carburanti essenziali (diesel, benzina e cherosene) in un contesto internazionale sempre più instabile. «Dobbiamo garantire in ogni momento la disponibilità dei prodotti essenziali», ha aggiunto Merz, sottolineando che «economia e cittadini devono poter contare su forniture stabili».
Il Consiglio, istituito lo scorso anno, riunisce esecutivo e autorità di sicurezza, e può essere esteso anche ai Länder. In questa occasione, secondo quanto indicato dallo stesso Merz, sarà convocato pure il presidente della Bassa Sassonia, Stephan Weil, a conferma della volontà di coordinare la risposta alla crisi su più livelli. «Agiremo in stretto raccordo con i Länder e con tutti gli attori coinvolti», ha spiegato il cancelliere, ribadendo che «la sicurezza energetica è parte integrante della sicurezza del Paese». Il messaggio è chiaro: l’energia non è più soltanto una questione prettamente economica, ma un nodo strategico che incide direttamente sulla stabilità nazionale.
Dietro l’annuncio, d’altronde, c’è una preoccupazione concreta. La Germania, cuore industriale d’Europa, deve garantire continuità produttiva e sicurezza logistica, evitando interruzioni che potrebbero avere effetti a catena sull’intero sistema economico. «Non possiamo permetterci interruzioni nelle catene di approvvigionamento», ha avvertito il cancelliere, ricordando che «le tensioni internazionali rendono il quadro più incerto e richiedono un’attenta preparazione». Il riferimento, ovviamente, è alla crisi in Medio Oriente e alle sue ricadute sui mercati energetici globali.
A rendere ancora più evidente la portata del problema sono le indiscrezioni rilanciate da Die Welt, secondo cui ci sarebbe anche il rischio di carenze di cherosene per il settore dell’aviazione. La discussione, insomma, non verte più soltanto sui prezzi elevati, ma anche e soprattutto su eventuali difficoltà operative che possono investire infrastrutture cruciali. Sempre secondo il quotidiano tedesco, in effetti, il governo starebbe valutando un confronto diretto con tutti gli operatori del settore, dalle compagnie aeree ai gestori degli approvvigionamenti. L’idea, in pratica, è che occorre essere pronti a ogni scenario.
Il quadro, del resto, è reso più incerto dalla situazione geopolitica, con lo stallo delle trattative tra Washington e Teheran che ovviamente non aiuta. Le tensioni legate al dossier iraniano e alla sicurezza delle rotte energetiche internazionali - a partire dallo Stretto di Hormuz - continuano a pesare sulle aspettative dei mercati, alimentando volatilità e timori di possibili scossoni. In questo contesto, la scelta di Merz di convocare il Consiglio di sicurezza assume un significato preciso: anticipare gli scenari e preparare strumenti di intervento adeguati. «Non aspetteremo che la crisi si manifesti», è il senso politico dell’iniziativa, che punta a rafforzare la capacità di reazione del sistema tedesco.
Un approccio, quello di Merz, che contrasta ccon quello italiano. Mentre Berlino porta l’energia dentro il perimetro della sicurezza nazionale, Roma mantiene una linea più prudente, legata all’evoluzione dei prezzi. «Settanta euro al megawattora è la soglia per valutare un eventuale ritorno al carbone», ha spiegato il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, chiarendo che «al di sotto di quel livello non c’è alcuna necessità di intervento». Allo stato attuale, ha aggiunto, «non c’è alcuna difficoltà negli approvvigionamenti», con il gas che viaggia intorno ai 40 euro.
Il carbone, sostiene Pichetto Fratin, resta una soluzione di emergenza: «È una misura residuale, che terremo pronta nel caso in cui i prezzi dovessero salire». Una linea accompagnata da altre due precisazioni: «Non torneremo al gas russo» e, inoltre, «eventuali decisioni saranno prese in un quadro europeo condiviso». Si tratta di un’impostazione che, nei fatti, rinvia ogni scelta a un eventuale peggioramento del quadro energetico.
Il confronto tra le due impostazioni è evidente. Da un lato la Germania, che si prepara a gestire la crisi prima che si manifesti in tutta la sua portata, trattando l’energia come un tema di sicurezza strategica non solo industriale. Dall’altro l’Italia, che lega le proprie mosse a una soglia di prezzo e a un’eventuale emergenza futura, mantenendo un approccio attendista.
La domanda, a questo punto, si pone da sola: bisogna davvero aspettare che il gas tocchi quota 70 euro per intervenire? Come recita un noto adagio popolare, del resto, prevenire è meglio che curare.
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Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ha dichiarato che, se il prezzo del gas dovesse superare i 70 euro al megawattora, potrebbe rendersi necessario riattivare le centrali a carbone. L’intervento è arrivato a margine dell’incontro Il Santo Graal dell'Energia, in corso a Milano.
«È una cifra alta — ha spiegato — oggi siamo intorno ai 40 euro, mentre le stime iniziali erano tra i 28 e i 30 euro. Ma quello è il punto di caduta». Il ministro ha però precisato che si tratterebbe di una misura straordinaria: «Parliamo di uno scenario emergenziale, non della normalità». Pichetto ha ribadito che il carbone resta una soluzione residuale, ma ha sottolineato la necessità di essere pronti in caso di crisi energetica o forti tensioni sui prezzi.
Maurizio Landini (Ansa)
Il sindacato rosso critica il taglia-accise perché non punisce le società energetiche.
«È una questione di priorità». Quante volte dall’inizio della guerra in Medio Oriente ci siamo sentiti ripetere sempre la stessa solfa: il conflitto è un fenomeno esogeno, che nessuno in Italia e in Europa ha auspicato e spinto, ma ha provocato un gravissimo choc energetico su famiglie, lavoratori e imprese di tutto il Vecchio continente.
Bisogna intervenire, calibrando le risorse. Anche perché, tregua o non tregua, al momento nessuno conosce i tempi della nuova contesa.
L’ideale sarebbe, avendo un’altra Europa, sforare i paletti del Patto di stabilità e intervenire subito per dare ristoro ad aziende e cittadini che iniziano a vedere i primi segnali dei rincari. Non si può. Così il governo ha scelto. E ha deciso di intervenire in primis sulle famiglie e sui trasporti con il taglio delle accise.
Circa un miliardo per evitare che gli aumenti alla pompa, che comunque ci sono, diventino un salasso. Fino al 1° maggio, giorno della Festa dei lavoratori, dovremmo avere un’ancora di salvataggio abbastanza resistente alle intemperie.
Difficile opporsi a un provvedimento del genere. Complicato trovare da ridire. Non per la Cgil, che anche in questo caso è riuscita a non essere d’accordo. Si dirà, il segretario Maurizio Landini da un pezzo ormai fa politica, vuoi che arrivi ad applaudire il governo? Di recente è stato costretto a far buon viso a cattivo gioco sul rinnovo del contratto della scuola, e suo malgrado a garantire 137 euro lordi di aumento a 1,3 milioni di dipendenti pubblici: sarebbe davvero chiedergli troppo.
Ma al di là delle critiche al provvedimento sono le motivazione del sindacato rosso che lasciano di stucco. O meglio, fanno rabbrividire, anche perché se questa sinistra dovesse andare al governo il rischio di ritrovarsi Maurizio Landini al Lavoro è concreto.
Comunque. «Il 18 marzo, il giorno prima dell’entrata in vigore del decreto che taglia le accise», spiega Nicolò Giangrande, responsabile ufficio economia della Cgil, in un’audizione in commissione Finanze del Senato, «il prezzo medio del diesel era di 2,105 euro e quello della benzina 1,871 euro, ieri il diesel era a 2,142 euro e la benzina a 1,785 euro. Lo sconto deciso dal governo tra accise e Iva è stato mangiato dall’impennata dei prezzi energetici, destinato a crescere se la guerra in Iran durerà a lungo e tutti ci auguriamo che la tregua di questa notte sia il primo passo per la conclusione del conflitto».
Insomma, la premessa è raccapricciante. Perché si dice: nonostante il taglio delle accise il prezzo del carburante è rimasto inalterato, anzi per il diesel è addirittura cresciuto, senza evidenziare l’ovvio: in mancanza della sforbiciata del governo quell’aggravio sarebbe stato decisamente peggiore.
Ma il meglio deve ancora venire. «Si tratta», sottolinea ancora Giangrande, «di un intervento di politica economica che, se ai primi impegni del decreto aggiungiamo quelli della proroga, ammonta a oltre un miliardo di euro coperto con l’ennesimo taglio ai fondi ministeriali, compreso quello della Salute e a discapito degli investimenti in energie rinnovabili. Un intervento che oltre a rilevarsi del tutto inefficace non ha scalfito di un solo centesimo gli extra profitti che le compagnie energetiche stanno facendo dall’inizio della crisi... quegli extra profitti il governo li sta garantendo a spese del contributore». Per poi concludere: «Quando scadrà la proroga, il problema rischia di ripresentarsi peggiore di prima».
Ora, che non si trattasse di un taglio strutturale era stata la premessa di qualsiasi intervento del governo. Anche perché, come detto, i tempi del conflitto sono oggettivamente indefinibili e i paletti dell’Europa, tanto cara alla sinistra, non consentono di fare altrimenti.
Ma il punto sono le imprese e la logica distruttiva di Landini e compagni, per i quali la priorità non va data al sostegno alle famiglie ma alla punizione delle aziende petrolifere, del gas e del settore energetico che «ingiustamente» (in realtà hanno semplicemente sfruttato condizioni di mercato favorevoli ma indipendente dalle loro volontà) si sono arricchite grazie alla guerra. Morale della favola: il taglio delle accise non va bene perché non punisce le imprese e del resto chissenefrega.
Piuttosto che rassegnarci a una logica del genere preferiamo ipotizzare che pure queste dichiarazioni (tenendo conto anche del contesto in cui sono state rilasciate, Palazzo Madama) facciano parte della propaganda politica che ha contraddistinto la segretaria cgilellina targata Maurizio Landini. Ma probabilmente siamo troppo ottimisti.
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