Una decina di sedicenti «studiosi impegnati nella ricerca sul cambiamento climatico, sulle politiche di mitigazione e adattamento e sui sistemi complessi» esprimono «profonda preoccupazione per il modo in cui il governo italiano sta affrontando la crisi climatica».
Ho detto «sedicenti» in modo inappropriato, perché non c’è motivo di dubitare che siano studiosi - nel senso che spendano il loro tempo studiando le cose che dicono di studiare. Tuttavia, dalle cose che scrivono dopo nella lettera, si evince che abbiano capito poco di quel che studiano. Con l’unica eccezione del professor Giorgio Parisi che, sui sistemi complessi, ci ha preso pure il premio Nobel. Ma la lettera attiene alle politiche climatiche e fu lo stesso Parisi a dire pubblicamente di non essere esperto di clima. Insomma, Parisi sta come i cavoli a merenda, e fa solo gioco agli altri firmatari per il suo prestigio.
Tuttavia nel valutare l’attendibilità scientifica di una posizione nulla conta il prestigio, l’autorevolezza e, men che meno, l’autorità: è, questa, una condizione insita nel metodo scientifico. Gli autori criticano l’operato del governo che, sulle politiche climatiche, ha deciso di favorire l’adattamento piuttosto che una fumosa mitigazione. Secondo i sottoscrittori della missiva, invece, bisogna insistere sulla mitigazione del clima. Questo - dicono - sta cambiando per colpa delle emissioni antropiche di CO2, e bisogna mitigare il cambiamento riducendo le emissioni. Dal che si evince che né hanno capito il clima né hanno contezza delle politiche climatiche nel contesto mondiale.
Non si rendono conto che scrivere che «il 2024 è stato l’anno più caldo dal 1880» è una frase inutile in tutti i sensi. Innanzitutto è falsa: la temperatura globale del 2024 è un numero ottenuto attraverso una discutibile elaborazione di valori di temperatura, raccolti in modo discutibile da termometri calibrati in modo discutibile, e sparsi in luoghi discutibili; quel numero non ha più rilevanza della media aritmetica dei numeri di un elenco telefonico. Poi, quel numero non è certamente confrontabile con l’analogo numero relativo al 1880 e a diversi decenni a seguire, visto che i protocolli odierni per la raccolta dei dati sono ben diversi da quelli anche solo di 50 anni fa: nessuno farebbe confronti, tanto più che si sta parlando di valori espressi, dai signori che scrivono la lettera, al centesimo di grado; una precisione che non potreste definire neanche per il tinello di casa vostra, figurarsi per il pianeta. Poi scrivono: «Dal 1880», come se la Terra fosse nata allora. Lasciamo perdere gli oltre 4 miliardi d’anni della Terra, ma dalla fine dell’ultima glaciazione sono passati oltre 10.000 anni, che gli «studiosi» bellamente ignorano.
Non è finita: scrivono che «un clima che cambia aumenta la frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi». E chi gliel’ha detto? Domanda legittima, visto che non c’è alcuna evidenza che dal 1880 a oggi gli eventi estremi siano aumentati. Si lamentano del «clima che cambia» come se fosse possibile avere un clima che non cambi. Undicimila anni fa il Pianeta usciva da una glaciazione con temperature globali che sono aumentate di 7 gradi in 50 anni, altro che di 1 grado in cent’anni! Né è chiaro perché mai un Pianeta globalmente più caldo dovrebbe essere peggiore di un Pianeta globalmente più freddo. E neanche ci dicono, questi «studiosi», quale sarebbe la temperatura ideale del Pianeta.
Aggiungono che sarebbe quanto mai necessaria «una forte riduzione delle emissioni, promossa a tutti i livelli, regionale, nazionale, europeo e globale». Ma, anche fosse questa la cosa necessaria da fare (e non lo è), non si capisce perché mai scrivono a Giorgia Meloni: scrivano, piuttosto, a Xi Jinping, Donald Trump, Narendra Modi, Vladimir Putin e Sanae Takaichi, ché loro sono non solo responsabili di oltre il 60% delle emissioni globali ma anche determinati ad addirittura aumentarle. Anche se Meloni fosse così sciocca di star dietro a questi «studiosi» e azzerasse le emissioni italiane, avrebbe contribuito alla riduzione di appena lo 0.9% delle globali.
«È un errore che il governo italiano non sostenga il sistema Ets (Emission trading system) quale strumento per perseguire la decarbonizzazione». Ma, infatti, con la decarbonizzazione non c’entra nulla il sistema Ets: esso è un sistema truffaldino che non fa altro che trasferire denaro, dalle tasche di chi emette, nelle tasche di chi dice di impegnarsi a non emettere, senza che neanche una molecola di CO2 sia tolta all’atmosfera.
I nostri «studiosi» citano il ciclone Harry e la frana di Niscemi (dimostrando con ciò di aver trascurato la geologia nei loro studi), che col cambiamento climatico indotto dalla CO2 non ci azzeccano proprio. Ma trovo curioso che non sorga alcun dubbio sui loro programmi di mitigazione, visto che sebbene negli ultimi 20 anni il mondo abbia speso 800 trilioni di euro in impianti fotovoltaici ed eolici, la frana di Niscemi e il ciclone Harry non ci hanno risparmiato. Direi, allora, complimenti al governo Meloni che, contrariamente a quelli che l’hanno preceduta, ha un approccio pragmatico all’annoso problema del nostro territorio dissestato.
Quattro dritte ai politici per una sana politica energetica.
1 Più energia usiamo, maggiore è il nostro benessere.
Questo è cruciale comprenderlo. Qualunque cosa noi facciamo, senza eccezioni, usiamo energia. Coltivare vegetali, allevare animali, trasportare, conservare e preparare il cibo, curare la nostra salute, costruire le dimore dove abitiamo, riscaldarle d’inverno e rinfrescarle d’estate, spostarci da un posto all’altro, studiare fisica o violino, tutto richiede l’uso di energia. Se il nostro benessere consiste nella disponibilità di nutrirci, stare in salute, vivere in ambienti climatizzati, poterci spostare, realizzare le nostre inclinazioni, allora il nostro benessere dipende dalla disponibilità di energia abbondante e a buon mercato.
Ciò che vale per il singolo, vale anche per ogni società: le società che evolvono in una civiltà hanno disponibilità di energia abbondante e a buon mercato; le altre rimangono allo stato tribale. Dalla notte dei tempi fino a un paio di secoli fa, l’energia era fornita dalla legna da ardere e dai muscoli di animali e uomini (per lo più schiavi), e le società che non sono rimaste allo stato tribale e si sono evolute in civiltà hanno tutte praticato la schiavitù come fonte energetica. L’umanità si è affrancata dalla schiavitù solo con l’avvento delle macchine alimentate a combustibili fossili, che hanno offerto disponibilità di energia abbondante e a buon mercato. Fino ad allora, la schiavitù era accettata: il film Via col Vento è ambientato in una America di appena due secoli fa, composta da 30 milioni di cittadini e 4 milioni di legittimi schiavi. Dobbiamo ringraziare Dio di essere nati nell’era dei combustibili fossili e dell’uranio.
2 È cosa buona aumentare l’efficienza energetica.
In tutti i casi, l’uso dell’energia può essere schematizzato da una «scatola nera», nella quale si immette energia in una forma che possiamo chiamare «energia d’ingresso», e dalla quale esce energia in una forma che possiamo chiamare «energia utile». L’efficienza energetica è il rapporto tra energia utile ed energia d’ingresso, e quanto più alto è questo rapporto tanto maggiore sarà l’energia utile a parità di energia d’ingresso. Attenzione, però: una maggiore efficienza energetica comporta, sempre, un aumento complessivo dell’energia d’ingresso, perché una maggiore efficienza implica un numero sempre maggiore di utenti di energia utile. La cosa è in sintonia col punto 1: aumentare l’efficienza è cosa buona perché implica un maggiore uso d’energia, cosa a sua volta buona.
3 Non è cosa buona perseguire il risparmio energetico.
Risparmiare energia significa non usarla quando la si vorrebbe usare. Scegliere di risparmiare energia significa scegliere di diminuire il nostro benessere, obiettivo da non perseguire in quanto in contrasto sia col punto 1 che col punto 2. Il responsabile politico che dichiarasse di voler perseguire l’efficienza e il risparmio energetico starebbe dichiarando di perseguire intenti contraddittori. Quello che poi dicesse che «la miglior forma d’energia è il risparmio» è come se dicesse che la miglior forma di nutrimento è non mangiare.
4 Il mix elettrico ottimale di ogni Paese si ottiene dalla curva giornaliera di carico elettrico.
In ordine alla produzione di energia elettrica, il decisore politico non ha bisogno di rivolgersi ad «esperti». Certamente non ad economisti, che non capiscono il problema perché non hanno studiato energetica; o, peggio mi sento, ad ingegneri ambientali, che non capiscono il problema sebbene abbiano studiato energetica. Al decisore politico basta solo aver presente la curva di carico elettrico giornaliero del proprio Paese: in figura, quella del 20 novembre scorso. Signori dei governi (presente o futuri), fissatevi bene in mente questa curva: la massima domanda elettrica (48 gigawatt per il giorno in questione) si ha intorno alle ore 18 (così è praticamente tutti i giorni dell’anno). A quell’ora fa buio e il fotovoltaico conta zero, né è detto che il vento soffi a nostro piacimento: in effetti – dati Terna – alle 18 del 20 novembre la produzione da fotovoltaico era zero e quella da vento era di appena 3 GW (su 48 GW richiesti dal Paese), valore che, peraltro, quel giorno, fu anche il massimo offerto dal vento. Per farla breve, per soddisfare la domanda massima sono necessari tutti e solo impianti «convenzionali»: carbone, gas, nucleare, idroelettrico. Qualunque sia il mix scelto tra codesti impianti, necessari per soddisfare la domanda massima, è evidente che essi saranno in grado di soddisfare anche la domanda inferiore alla massima, cosicché avere impianti aggiuntivi non serve: gli impianti eolici e fotovoltaici non sono necessari.
Due dubbi: primo, sono utili quando il sole brilla o il vento soffia? E, secondo, li si potrebbe equipaggiare con batterie d’accumulo? La risposta è due no secchi. Quanto al primo dubbio, possiamo senz’altro dire che installare eolico e fotovoltaico è più dannoso che inutile, perché si può facilmente stimare che per generare la stessa energia elettrica generata nell’arco di vita di un reattore nucleare, gli impianti eolici e fotovoltaici necessari avrebbero un costo che è, rispettivamente, doppio e decuplo del costo del reattore nucleare. Quanto al secondo dubbio, possiamo tranquillamente dire che la cosa è irrealizzabile. Supponiamo di voler soddisfare la domanda elettrica di un giorno grigio e di bonaccia (produzione momentanea da fotovoltaico e da vento pari a zero). Bisognerebbe disporre di batterie d’accumulo per 1.000 gigawattora, tipico consumo elettrico giornaliero in Italia (per esempio, il consumo del 20 novembre fu di 948.8 GWh). Il costo di 1.000 GWh di batterie d’accumulo è di 1.000 miliardi di euro: la metà del nostro Pil. E se i giorni grigi e di bonaccia fossero due consecutivi? Avete capito l’antifona...
In conclusione, il mix deve essere, necessariamente, tra nucleare, idroelettrico e combustibili fossili: non c’è spazio per eolico o, peggio, fotovoltaico. Ogni euro impegnato in questi impianti è dannoso al Paese: aumenta il costo dell’elettricità e ci rende meno competitivi con Paesi che producono a costi i inferiori. Infine, chi crede che la produzione di energia da fotovoltaico ed eolico crei posti di lavoro non ha capito che ciò che crea posti di lavoro non è la produzione d’energia, ma è il consumo d’energia. Il cerchio si chiude col ritorno al punto 1 sopra: più energia usiamo, maggiore è il nostro benessere.



