La Consob lancia l’allarme. Nella sua relazione annuale Chiara Mosca, ha fotografato una situazione di progressivo svuotamento della Borsa. Perchè? Ne parliamo con Simone Strocchi, fondatore di Electa Ventures, uno dei guru di Piazza Affari.
La Consob accusa: Borsa italiana perde attrattività. Come si è arrivati a questo?
«Perché il risparmio italiano non finanzia più l’Italia».
Eppure l’indice è ai massimi e questo dovrebbe spingere nuove quotazioni.
«La contraddizione è solo apparente. L’indice è sostenuto soprattutto da pochi protagonisti del mercato: banche, assicurazioni, utility e, ora la difesa».
E l’industria?
«Il problema è proprio questo. In Borsa ci sono aziende eccellenti ma invisibili per gli investitori».
Perché?
Perché il risparmio viene indirizzato soprattutto verso strumenti come i Fondi Ucitis ed Etf, costruiti sulla logica degli indici e della liquidità giornaliera».
Che cosa significa?
«Comprano quello che comprano tutti, quando lo comprano tutti».
I danni?
«Viene penalizzato il capitale paziente. La ricerca ossessiva della liquidità immediata ha ridotto la capacità di investire con una prospettiva industriale».
Qual è il rischio per il sistema Paese?
«Trascuriamo le nostre imprese migliori. Lo ripeto da anni: se non investiamo nella nostra economia, i nostri soldi stanno lavorando per quella degli altri».
Mancano aziende pronte per la Borsa
«No. Le imprese ci sono. Molte delle nostre medie aziende sono realtà bellissime: profittevoli, dinamiche, con prodotti e competenze riconosciute nel mondo».
E allora?
«La Borsa non riesce a riconoscerne il valore. Al suo posto arrivano capitali privati, spesso internazionali».
Che cosa insegnano Bending Spoons e Newcleo che preferiscono Wall Street rispetto a Piazza Affari?
«Che il talento italiano esiste. Manca il capitale adeguato per sostenerlo».
Dov’è l’errore?
«Pensare di finanziare il lungo periodo con strumenti progettati per il breve».
Rimedi?
«Bisogna partire dagli investitori. Serve capitale paziente, attento ai fondamentali. Non capitale nervoso».
Che cosa intende per capitale nervoso?
«Un capitale che segue solo movimenti di breve periodo, senza accompagnare davvero la crescita delle aziende».
Qual è la sua proposta?
«Il risparmio deve tornare a fare impresa».
Con quali strumenti?
«Servono operatori capaci di guardare ai fondamentali e di sostenere le aziende nel tempo».
E le imprese cosa devono fare?
«Devono crescere. Basta micro-quotazioni senza prospettiva. Servono aggregazioni e storie industriali solide. La Borsa non deve essere una vetrina. Deve essere una fabbrica di crescita».
Quanto pesa l’assenza di capitale paziente sulla competitività italiana?
«Moltissimo. Gli italiani risparmiano molto, ma investono poco nella propria economia. Siamo ricchi di risparmio e poveri di investimento»
La conseguenza?
Che siamo diventati venditori e non compratori. Creiamo imprese, le facciamo crescere, ma spesso lasciamo ad altri il valore futuro».
Che cosa perdiamo in questo modo?
«Sovranità, competenze e filiere industriali. Poi ci stupiamo quando una fabbrica chiude o quando una grande realtà territoriale trasferisce altrove il proprio centro decisionale».
Che ruolo potrebbero avere i fondi pensione?
«Decisivo. Sono capitale lungo per definizione, ma oggi spesso si comportano come investitori troppo prudenti o attratti dai volumi e poco orientati all’economia reale».
L’Egm, il listino dedicato proprio alle imprese di minori dimensioni, può aiutare il rilancio?
«Sì, ma va interpretato correttamente. L’Egm non è il mercato delle piccole aziende. È il ginnasio della Borsa italiana».
Che cosa significa?
«È il luogo dove le imprese imparano a stare sul mercato: aprono il capitale, costruiscono governance, dialogano con gli investitori e preparano la crescita».
Che cosa manca oggi all’Egm?
«Più sostanza e più coerenza. Flottanti troppo piccoli non creano un mercato vero. Servono aziende con prospettive industriali e investitori capaci di accompagnarle».
Può diventare anche un laboratorio di aggregazioni?
«Deve diventarlo. La Borsa deve imparare dal miglior private equity italiano: aggregare, rafforzare le imprese e portarle verso il mercato principale».
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