Come si dimezza il costo dell’energia
I prezzi di benzina e diesel superiori a 2 euro e 60 centesimi in un distributore a Milano, 25 luglio 2026 (Ansa)

Programma Dinamo: dimezzare il prima possibile il costo dell’energia in Italia. La sua priorità dipende da un calcolo dell’impatto decompetitivo del costo dell’energia sul sistema industriale italiano in relazione a sistemi nazionali concorrenti: da tempo, tale costo è mediamente superiore di circa il 30%. Nei confronti degli Stati Uniti è perfino doppio.

Ciò rende probabile una tendenza deindustrializzante. Ma c’è molto di più che è un rischio prospettico peggiore: la domanda di energia aumenterà a picco nel prossimo futuro per la necessità di offrire servizi di Intelligenza artificiale basati su centri di elaborazione dati super-energivori in una situazione dove la produttività e competitività dipenderà dalla disponibilità di robotica cognitiva oltre che operativa. Quindi l’offerta dovrà essere moltiplicata rapidamente. Lo scenario strategico elaborato dal gruppo di colleghi italiani che collaborano nel think tank internazionale Stratematica ha diviso Dinamo in due sezioni progettuali: «Geodinamo» dedicato alla minimizzazione dei costi dell’energia importata ed «Ecotec» finalizzato all’accelerazione di fonti energetiche autonome combinate con reti di trasmissione e conservazione energetica più ampie ed efficienti per l’aumento dell’autonomia energetica dell’Italia. Come raggiungere ambedue gli obiettivi?

Geodinamo. Qui prevale l’analisi geopolitica di contingenza. Il danno dell’aumento dei costi dell’energia fossile importata dovuto al quasi blocco degli stretti di Hormuz e Bab el Mandeb sta superando le possibilità di compensarlo con mezzi ordinari e rischia di diventare insostenibile qualora i tempi di blocco o incertezza con impatto sui costi assicurativi navali si estendessero. Pertanto c’è una priorità economica chiara per ripristinare transiti liberi, senza pedaggio e con presidio di sicurezza. L’America mostra limiti nella capacità di deterrenza nei confronti dell’Iran perché non vuole (può?) fare interventi a terra. Seguendo i lavori del recente summit dell’Asean, l’organizzazione delle nazioni dell’Asia sudorientale, ho notato una loro convergenza sottile, ma significativa (compresa la Cina) sulla necessità di uno sblocco perché tutti gravemente danneggiati dalla contrazione dei flussi di petrolio, gas e derivati. Le nazioni sunnite del Golfo e affacciate sul mar Rosso stanno iniziando a rispondere militarmente alla minaccia iraniana. Ciò mi fa pensare che se gli europei si ingaggiassero in una missione di presidio degli stretti e su una proposta di coalizione per la libertà di navigazione il gap di deterrenza statunitense potrebbe essere bilanciato da un accordo molto ampio tra tutte le nazioni danneggiate. Non potrebbero esserci la Cina e la Russia che aiutano l’Iran. Ma Pechino sarebbe costretta per calcolo di convenienza a ridurre l’aiuto all’Iran. Scenario mobile, ma visto il danno corrente e il rischio prospettico sarei sorpreso se l’Italia confermasse una postura di non o troppo limitato ingaggio. Osservando un orizzonte più ampio, va segnalato il piano strategico dell’Eni finalizzato ad aumentare la varietà di fornitori di combustibili fossili a livello globale, con contratti vantaggiosi. Molto bene, ma se il governo non prendesse posizioni attive in coalizioni per la libertà dei transiti marini sarebbe difficile mantenere prezzi sostenibili di import energetico.

Ecotec. Va accelerata in ogni caso l’autonomia energetica dell’Italia con una formula mobile che gradualmente sostituisca buona parte della dipendenza da combustibili fossili con energie alternative e puntando sull’accelerazione del nucleare di nuova generazione. Aggiungo subito che: a) l’Italia ha miniere di uranio (nell’arco alpino) utile per i minireattori a sicurezza intrinseca a fissione; b) che l’abbandono di petrolio e gas non potrà essere totale e quindi ne andrebbe ampliata la ricerca sia sul territorio nazionale sia in dintorni mediterranei controllabili da mezzi di sicurezza nazionale e accordi blindati. Ma accanto alla priorità del nucleare c’è quella di aumentare le altre fonti energetiche. Non capisco perché non si possano mettere pannelli solari sui tetti delle case nelle città con robot pulenti e di controllo. Per l’idroelettrico andrebbero fatte più mini-dighe laterali (per esempio quella sull’Adige vicino a Verona che fornisce elettricità ad un intero quartiere). Il macroeolico pone problemi di impatto paesaggistico, ma il dotare ogni azienda agricola di mulini a vento darebbe vantaggi ed anche estetica. Nelle mie gite sui vulcani mi sono sempre chiesto come mai non se ne usa il calore e sto cercando dati per capire il potenziale geotermico complessivo.

In sintesi, il potenziale per una autonomia energetica in Italia c’è così come c’è la quantità di combustibili fossili nel perimetro di controllo nazionale che, pur riducendola, dovrà restare per decenni prima di poterlo sostituire. Sto lavorando sulla parte economica dello scenario strategico, ma le sensazioni preliminari sono buone: possiamo reggere in teoria l’aumento della domanda di energia dovuto alla rivoluzione tecnologica in atto. In pratica? Vedo che il governo si sta muovendo, ma anche una quantità di vincoli burocratici, europei, culturali e di capitale disponibile che producono lentezza. La giusta concentrazione di capitale privato di investimento si può ottenere, ma il resto dipende dal consenso, le vostre opinioni che vi prego di aggiornare e futurizzare, cari lettori. Aggiornamenti.

www.carlopelanda.com

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