C’era una volta il Muro. Quello di Berlino è crollato da un pezzo, ma quello dei dazi di Donald Trump ha la tendenza a mostrare preoccupanti crepe ogni volta che incrocia i parrucconi della Corte suprema. Alla Casa Bianca, però, non si arrendono. Crolla un mattone? Tirano fuori la cazzuola e mettono il cappello di carta.
L’ultimo capitolo della saga del protezionismo globale sembra uscito da una sceneggiatura di Hollywood, con un colpo di scena che ribalta i ruoli tradizionali. Nella grande partita delle tariffe doganali, la Vecchia Europa – da sempre bersaglio preferito dei fulmini della Casa Bianca – si ritrova incredibilmente con il biglietto vincente in tasca. Chi mastica amaro, anzi amarissimo, è il Brasile, rimasto col cerino in mano a bruciarsi le dita. Per capire che succede, bisogna fare un passo indietro. All’inizio dell’anno la Corte Suprema aveva praticamente azzerato le ambizioni tariffarie di Trump, bocciando i dazi. Una sberla Ma l’amministrazione Usa ha la memoria lunga: ha rispolverato la Sezione 301 del Trade sct del 1974, un ferro vecchio della Guerra fredda e lo ha affilato.
Invece di calare una mannaia unica, errore che era costato la bocciatura dei giudici, ha scelto la tattica del «divide et impera»: 60 direttive distinte, una per ogni partner commerciale. Così se un Paese fa ricorso e vince, il castello di carte perde solo un pezzetto. È già arrivato un ricorso al Court of international trade strillando che «non si può cambiare la legge per fare la stessa cosa». Ma la macchina è partita. La media globale del prelievo resta stabile al 10,8%, un soffio sopra il passato ma ben lontana dal terrorizzante 15,8% che si rischiava mesi fa. Ma il diavolo, come sempre, si nasconde nei dettagli dei listini. E qui l’Europa incassa un insperato dividendo. Grazie a una sapiente alchimia sulle esenzioni di beni come sughero, diamanti e ghisa, le tariffe effettive per i Paesi Ue scendono. Soprattutto, il nuovo meccanismo evita che il dazio del 10% si sommi ad altri balzelli precedenti. Risultato? Francia, Germania, ma soprattutto Italia, Spagna e Belgio portano a casa una riduzione dei tassi reali tra l’1 e l’1,5%.
Dall’altro lato della barricata c’è il pianto e lo stridore di denti. Se la Cina e il Vietnam vedono salire la febbre tariffaria di un punto, il vero dramma si consuma a Brasilia. È la nazione sudamericana la grande sconfitta di questa lotteria: l’aliquota effettiva sulle sue merci schizza dall’11% al 17,7%. Un salasso che rischia di mandare fuori mercato i prodotti carioca oltreoceano.
A Bruxelles i commissari europei hanno tirato un sospiro di sollievo, notando con un sorriso diplomatico che Washington ha rispettato il tetto del 15% concordato la scorsa estate tra un green e l’altro nel lussuoso resort di golf di Trump a Turnberry, in Scozia. Ma nel gioco del commercio internazionale la pace è solo una tregua tra due guerre. Sotto i tappeti di Bruxelles si stanno già preparando i caschi protettivi. Gli Stati Uniti hanno, infatti, nel mirino una nuova indagine sulle «eccedenze strutturali di capacità produttiva» delle fabbriche europee. Una risposta, come ha spiegato Trump, alla maxi-multa inflitta a Google con cui la Ue vuole irrobustire il proprio bilancio. L’Europa ha fatto sapere di avere già pronta la risposta: un piano di ritorsione da 93 miliardi di euro pronto a colpire i simboli dell’America profonda, dalle automobili al bourbon, fino alla soia. Per ora l’Europa si gode la vittoria ai punti, ma la guardia resta alta: con Trump la clessidra della tregua corre veloce.
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