Aumenta il petrolio e il costo dei carburanti schizza alle stelle. È una speculazione clamorosa. Adesso tocca alle bollette.
- Aumenta anche il diesel. Adolfo Urso difende il decreto Trasparenza mentre Pd e 5 stelle attaccano il governo chiedendo sconti sulle accise. Fdi fa quadrato intorno al ministro: «Servono a tagliare il cuneo fiscale».
- Firme taroccate sul salario minimo: l’opposizione si vanta di aver superato le 240.000 adesioni alla propria petizione. Ma il sistema non blocca partecipazioni multiple con la stessa mail e identità false.
Lo speciale contiene due articoli.
Pare non esserci più fine alla corsa al rialzo dei prezzi dei carburanti. Secondo i dati diffusi dall’aggiornamento quotidiano del ministero delle Imprese e del made in Italy, la giornata di ieri ha fatto registrare il diciassettesimo aumento consecutivo nella rete autostradale. Il prezzo medio della benzina, per il self service, è salito infatti a 2,019 euro al litro, mentre quello del gasolio è aumentato fino a 1,928. Stabili, seppure alti, i prezzi del Gpl e del metano per il servito, rispettivamente a 0,842 e 1,528 euro al litro. Una situazione ai limiti del sostenibile, per la quale la Guardia di finanza ha intensificato i controlli per fare in modo che le norme sulla trasparenza dei prezzi vengano rispettate. Sempre secondo i dati diffusi dal Mimit, nei primi 15 giorni di agosto sono stati eseguiti 1.230 interventi, che hanno portato a scoprire 789 violazioni, di cui 363 per mancata esposizione dei prezzi e 426 per inosservanza degli obblighi di comunicazione all’osservatorio dei prezzi sul carburante. Il problema, però, è che questa pur meritoria attività sia un po’ come fermare il vento con le mani, se è vero che nulla è riuscito ad arrestare la corsa al rialzo.
Tanto che, prevedibilmente, la questione è divenuta da economica a politica, dopo i ripetuti interventi del ministro Adolfo Urso, cui sono seguite reazioni polemiche dell’opposizione e di sostegno della maggioranza. Mercoledì Urso era intervenuto una prima volta con una nota siglata dal suo ministero, nel tentativo di spiegare che «il prezzo industriale della benzina, depurato dalle accise, è inferiore rispetto ad altri Paesi europei, come Francia, Spagna e Germania» e che «è falso quanto affermano alcuni esponenti politici che il prezzo di benzina e gasolio sia fuori controllo, anzi vero il contrario: l’Italia ha fatto meglio di altri Paesi europei». Parole che hanno innescato l’immediata reazione polemica di tutti i partiti dell’opposizione, i quali hanno battuto proprio sul tasto delle accise, incalzando l’esecutivo di ripristinare il taglio delle stesse, deciso dal governo Draghi, confermato dal governo Meloni per poi essere sospeso nell’ultima legge di Bilancio per dare priorità ad altri interventi. E ieri Urso è intervenuto una seconda volta, sempre per difendere il suo operato e quello dell’intero esecutivo e rivendicare l’efficacia delle norme sulla trasparenza e dei controlli. «Ci hanno mandato la foto di un distributore», ha detto, «che vendeva la benzina a 2,7 euro al litro e noi abbiamo mandato la Guardia di finanza. Questo dimostra che il cartello con il prezzo medio dei carburanti che i distributori devono esporre dallo scorso primo agosto funziona. I prezzi», ha proseguito, «sono saliti meno di quanto avvenuto alla fonte. E se si tolgono le accise», ha ribadito, «si vede che il prezzo industriale dei carburanti in Italia è inferiore a quello di Francia, Germania e Spagna».
Prevedibilmente, anche il secondo intervento del ministro ha rinfocolato la polemica politica agostana che si sta concentrando, per la verità, sul caro prezzi in generale, ivi compresi settori come la ristorazione, l’alberghiero o il balneare, oltre ovviamente ai voli. Il responsabile economia del Pd, Antonio Misiani, chiede al governo «atti concreti», alludendo all’implementazione di una serie di norme messe in cantiere negli scorsi mesi, come «l’app pubblica che era prevista dal decreto Trasparenza per informare gli italiani sull’andamento dei prezzi» o «la norma sull’accisa mobile prevista che dovrebbe scattare in caso di aumenti sopra determinate soglie per contenere i prezzi dei carburanti». Per i pentastellati ha parlato il senatore Stefano Patuanelli, che in passato si è seduto sulla stessa poltrona di Urso e rinfaccia all’esecutivo di aver «perfino eliminato gli sconti sulle accise decisi dai governi che l’hanno preceduto», mentre dal fronte Terzo polo Matteo Richetti chiede al premier Giorgia Meloni di «intervenire con un provvedimento urgente».
Nel perimetro della maggioranza si fa quadrato attorno a Urso: il presidente della commissione Lavoro del Senato, Francesco Zaffini (di Fdi), ha controbattuto all’opposizione che «le accise sulla benzina servono per tagliare il cuneo fiscale a favore dei salari più bassi e a sostenere le famiglie bisognose», e il leader di Noi moderati Maurizio Lupi sprona l’esecutivo a proseguire sulla strada del «sostegno a famiglie e imprese». Nel dibattito si sono inserite anche le associazioni dei consumatori: per Federcontribuenti «il prezzo della benzina potrebbe essere ridotto di 20 centesimi al litro senza nessuna conseguenza negativa sulle casse dello Stato», aggiungendo che serve «una risposta seria e concreta mettendo per fermare questo tsunami», mentre Assoutenti fa notare che «l’aumento degli ultimi giorni si verifica nonostante il calo del petrolio, le cui quotazioni sono scese sia per il Brent che per il Wti».
Firme taroccate sul salario minimo
Quando si parla di «grande partecipazione» o di «successo popolare», bisogna sempre essere cauti, perché dietro l’angolo della retorica può nascondersi il più classico dei boomerang. Così pare essere per la sinistra con la tanto sbandierata petizione per l’introduzione del salario minimo nel nostro Paese, che fa da sponda alla proposta di legge presentata qualche settimana fa in Parlamento da tutti i partiti dell’opposizione, eccezion fatta per Italia viva. Ebbene, come ha fatto notare il quotidiano Libero, la procedura per apporre una firma online alla petizione stessa è abbastanza «allegra», poiché sostanzialmente priva di alcun controllo degno di questo nome sull’identità dei firmatari.
La cosa sarebbe talmente all’acqua di rose che non solo si può mettere un nome falso, ma addirittura un nome di fantasia, come per esempio quello di un supereroe dei fumetti o di un personaggio storico. E dallo stesso indirizzo mail la petizione può essere sottoscritta quante volte si vuole. Così è consentito a ciascuno di votare più di una volta, incrementando in maniera esponenziale i numeri della petizione stessa.
Negli ultimi giorni, molti esponenti dei partiti promotori della raccolta di firme hanno diffuso più di un comunicato nel quale si aggiornava il conto trionfale delle adesioni: 100.000 dopo il primo giorno, più di 200.000 ieri. Il più attivo al pallottoliere è senz’altro il duumviro dell’Alleanza Verdi-Sinistra Angelo Bonelli, che dopo aver suonato la grancassa a quota 100.000 l’ha suonata una seconda volta: «Siamo tra i pochi Paesi in Europa che non applicano il salario minimo», ha detto, «per questo continua la nostra mobilitazione con più di 240.000 firme raccolte dalle opposizioni». Intuendo forse la mala parata sulla raccolta online, i grillini sudtirolesi hanno voluto mettere in rilievo il fatto che loro hanno approntato dei banchetti, dove l’inganno è sempre possibile ma in presenza appare molto più arduo.
E di inganno parlano a gran voce i parlamentari della maggioranza, soprattutto quelli di Fdi, accusati dall’opposizione di voler affossare la loro proposta di legge: dal capogruppo alla Camera Tommaso Foti arriva un’accusa sull’aspetto politico: per Foti «nella proposta dell’opposizione c’è la truffa: si firma per il salario minimo “subito” ma c’è scritto che va in vigore il 15 novembre del 2024. E non è finanziato, perché sono previsti benefici a favore delle imprese ma si demanda alla legge di bilancio di reperirne i fondi. Tutto subito», aggiunge Foti, «è un retaggio del ‘68 dei comunisti mal maturi. Noi», prosegue, «agiremo più in fretta dell’opposizione, vogliamo una soluzione che preveda il salario minimo attraverso l’estensione dei contratti in essere anche a quelli pirata e sui salari troppo bassi vanno rinnovati i contratti collettivi alla scadenza». Il capogruppo in commissione Lavoro alla Camera, Marta Schifone, di Fdi, stuzzica l’opposizione sulla vicenda delle firme farlocche, parlando di uno «psicodramma»: «Il tanto sbandierato successo della petizione », afferma, «è una fake news. Chiedono agli italiani in buona fede di firmare per il salario minimo, ma il sistema di raccolta delle firme non verifica nulla; tanto che tra i firmatari risultano anche Stalin, Sbirulino e l’Ape Maia. Per non parlare della proposta di legge che abbiamo smontato pezzo per pezzo: dall’esclusione dall’ambito di applicazione del lavoro domestico, alla improbabile richiesta di coperture al governo per finanziare i benefici da accordare alle imprese; fino alla più grave “dimenticanza” che si scrive salario minimo “subito” e si legge 15 novembre 2024».
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Mario Draghi (Ansa)
Per Sergio Mattarella, Mario Draghi, Carlo Calenda era corretto pagare i costi della crisi energetica. Ora no.
Non ci piove. La mancata proroga dello sconto di 18 centesimi sulla benzina è stato un errore, esecrato dagli stremati cittadini. Una reazione prevedibile, tra l’altro. Quasi inevitabile. L’abbiamo scritto e riscritto. Bisognava almeno anticipare gli eventi e spiegare la scomparsa dell’aiutino. I cittadini s’erano assuefatti, assaporando perfino l’inarrivabile ebrezza: 1,6 euro al litro. Goduria. Sparati gli ultimi botti di Capodanno, ecco la stangata. Sdeng! Oltre due euro. Per un pieno serve nuovamente la cessione del quinto. Colpa di filibustieri e speculatori? No, o solo in minima parte: tornate le accise, siamo tornati alle solite.
Piove, governo ladro. Reazione quasi scontata: cittadini furibondi, giornaloni in sollucchero, trasmissioni prodighe di particolari. Anche stavolta, però, si sente spiacevole odor di doppiopesismo. Stringi stringi, il messaggio di governo e maggioranza resta: meglio qualche patimento, che far nuovo debito. Servono sacrifici. Gli stessi che in effetti ci chiedono, per di più nobilitandoli, da quando è cominciata la guerra in Ucraina. Ma dove s’è invece cacciata quella misericordiosa retorica che, fino all’altro ieri, sembrava condivisa da tutti? In nome dell’atroce contingenza, siamo stati invitati a sopportare ogni avversità: inflazione, bollette, imprese sul lastrico, caldo d’estate e freddo d’inverno. Solo ora, dopo mesi di accondiscendenza, le reazioni avverse dell’economia diventano inaccettabili colpe del governo? Eppure, non c’è niente di nuovo: gli odiosi aumenti, allora come adesso, sono soprattutto diretta conseguenza della guerra a Kiev.
«Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?». Mario Draghi, dopo l’approvazione del Def, avanzò il celebre dilemma, salutato dalle adoranti coscienze dei giornalisti in sala stampa. «Se l’Ue ci propone l’embargo sul gas, siamo contenti di seguirla» aggiunse l’ex premier. «Quello che vogliamo è lo strumento più efficace. Ci chiediamo se il prezzo del gas possa essere scambiato con la pace».
Trionfare o schiumare? Annichilire l’inumano invasore sovietico o starsene beati al fresco? Il popolo, allora, non esitò. Mentre le nostre aziende agonizzavano, la futura ricerca del refrigerio divenne il male assoluto. Altro che venti centesimi in più al litro. Pochissimi, tra cui La Verità, osarono eccepire sul grottesco indovinello. Quel sacrificio, per tutti gli altri, era invece sacrosanto e auspicabile. Salvo poi magari, chiusi nei loro appartamenti, continuare imperterriti a tenere l’aria condizionata a temperature polari. Il conflitto, difatti, proseguiva. E sarà mica un Pinguino portatile, ragionavano i traditori delle buone intenzioni, a prosciugare il fabbisogno energetico del paese?
Fino all’arrivo di Giorgia a Palazzo Chigi, tali prove non erano solo necessarie. Venivano ammantate da eroismo. Una buona causa, la pace, legittimava stenti e sofferenze. Tutti chiedevano sforzi accessori. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, spiegava: «La solidarietà, che va espressa e praticata nei confronti dell’Ucraina, dev'essere ferma e coesa. È possibile che questo comporti alcuni sacrifici». Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica, informava: «Penso che gli italiani per delle grandi cause e per delle grandi motivazioni siano in grado anche di fare qualche sacrificio». E giù applausi, fino a spellarsi le mani. Perfino Carlo Calenda, leader del futuro Terzo polo, volava altissimo: «Dobbiamo fare sacrifici per la libertà».
Sui social, più modestamente, in vista dell’inverno al freddo impazzavano odi alle temperature glaciali: come noto, avrebbero forgiato corpo e spirito. Legambiente lanciava la campagna: «Un maglione è meglio di un fucile». Con stoicismo ormai fuori moda, invitava dunque intirizziti cittadini a infagottarsi anche nei tinelli, in modo da poter chiedere «al governo italiano di ridurre da subito l’acquisto di gas e petrolio dalla Russia di almeno il cinquanta per cento, fino ad azzerarlo». E adesso? Ogni benevolenza è sparita. «Dov'erano la stampa, la comunicazione, i politici, quanto il prezzo della benzina era a 2,073 euro di media?» contrattacca Meloni riferendosi al giugno 2022, epoca d’imperante draghismo. «Dov’era la stampa negli anni scorsi? Io non ricordo, negli anni precedenti, le campagne che stiamo vedendo in questi giorni». Dopo le tardive e inefficaci spiegazioni sulla scelta di «voler aiutare i salari», come se il pieno fosse roba da ricchi, la premier stavolta centra il punto: il solito doppiopesisimo.
Quella che adesso è inaccettabile ingiustizia, allora era gioioso sacrificio. Margrethe Vestager, commissario per la concorrenza, esemplificava: «Bisogna controllare la doccia propria e dei teenagers, affinché non ci siano sprechi inutili di acqua calda, e dire mentre chiude il rubinetto: “Putin, prenditi questo!”». Già, bastava sacrificarsi: qualche doccia in meno. Sperando magari di tramortire con l’afrore il perfido zar.
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2023-01-12
Governo affannato a fermare una speculazione che non c’è. Ma il 5 parte l’embargo russo
Imagoeconomica
Rincari medi alla pompa inferiori a quelli delle accise. Prodotto raffinato in difficoltà e scorte ai minimi. L’Ue importerà da India e Cina il greggio di Mosca a prezzi più alti.
Basterebbe guardare i numeri per dissolvere il mito della speculazione sui prezzi della benzina: a fronte di un rincaro delle accise di 18 centesimi al litro dal 1° gennaio, i rincari medi alla pompa sono stati di 16,8 centesimi, secondo l’ultima rilevazione ufficiale del 9 gennaio. Invece, una volta partita la solfa mediatica su furbetti e speculatori, il governo si è fatto prendere da un affannoso quanto ingiustificato zelo riparatorio, inventando un nuovo aggravio burocratico per i distributori e attivando controlli sul territorio in cerca di qualche rialzo dei prezzi che sia al contempo anche un illecito.
Il governo ha peccato di comunicazione e non ha difeso una scelta politica del tutto lecita, presa in sede di legge di bilancio per il 2023: quella di non prolungare lo sconto sulle accise, che peraltro era già stato ridotto a fine novembre. Ora autorità Antitrust, Mister Prezzi e Guardia di finanza avranno parecchio da fare per un po’. Lasciamoli lavorare e guardiamo invece ai rischi che si prospettano osservando l’industria petrolifera mondiale.
A numeri attuali, il costo industriale della benzina alla pompa è pari a 0,75685 euro al litro, cioè 756,85 euro per 1.000 litri. A sua volta, esso è composto dal margine del distributore (pari a 209 euro per 1.000 litri, secondo i dati Unem, pari all’11,5% del prezzo finale) e dal costo del prodotto (548 euro per 1.000 litri, pari al 30% circa del prezzo finale). È su questa ultima voce che influiscono diversi elementi. In primis il cambio euro/dollaro, visto che i prodotti raffinati sono quotati in dollari, poi il costo del petrolio greggio e quello dei noli marittimi. Ognuno di questi elementi ha un ruolo nella determinazione del prezzo del prodotto finale, assieme alla situazione delle scorte, che rappresenta un altro fattore che influenza il prezzo. In condizioni di domanda alta e scorte basse, come avviene oggi, il prezzo tende al rialzo e viceversa.
Ma è soprattutto l’ultima componente di costo, cioè il segmento della raffinazione, a rappresentare oggi il rischio maggiore parlando di prezzi di diesel e benzina. La raffinazione è un business a sé, che può avere periodi di sovracapacità o, come capita oggi, di capacità produttiva ridotta rispetto alla domanda.
Oggi, il diesel all’ingrosso costa più della benzina (767 euro contro 548 euro per 1.000 litri), perché la domanda non è diminuita, mentre l’offerta di prodotto raffinato è in difficoltà. In Europa, infatti, il settore delle raffinerie è stato molto colpito da chiusure e disinvestimenti, che ne hanno ridotto la capacità produttiva, soprattutto a seguito delle politiche green e dei lockdown del 2020. Inoltre, le scorte sono ai minimi negli Usa, in Asia ed anche in Europa, dove si trovano ai livelli molto bassi che si registrarono nel 2008.
Il mercato si è portato avanti e inizia a prezzare la missione impossibile che l’Unione europea si è data, ovvero sostituire integralmente il gasolio importato dalla Russia a partire dal 5 febbraio, data in cui scatterà l’embargo sui prodotti petroliferi.
L’Unione europea ha un fabbisogno di gasolio pari a circa 4,8 milioni di barili al giorno (bbl/g) e il 12% circa di questo quantitativo è direttamente importato dalla Russia. L’embargo costringerà l’Ue, tra meno di un mese, a reperire sul mercato circa 600.000 bbl/g di gasolio. Non è un caso che negli ultimi due mesi l’Ue abbia fatto incetta di gasolio russo, riportando in alto le importazioni che nei mesi di novembre e dicembre hanno toccato quantitativi record, pari a circa 800.000 bbl/g.
Difficile trovare un momento peggiore per avviare un embargo di questo tipo. Il deficit di offerta di distillati medi già presente strutturalmente a livello mondiale obbligherà l’Ue ad entrare in aspra competizione con il resto del mondo per accaparrarsi i quantitativi che le servono. È infatti difficile che la Russia riesca in breve tempo a dirottare i prodotti che prima esportava in Ue verso altri mercati. Almeno nei primi mesi, il taglio alle forniture russe ridurrà l’offerta mondiale e questo significa che i prezzi del gasolio dovranno salire. Le nuove capacità di raffinazione in Asia e in Medio Oriente non saranno in grado di produrre a regime prima di qualche mese. Difficile anche che l’Europa riesca da sé a ricostituire in breve tempo una capacità di raffinazione adeguata: troppa ne servirebbe, e sarebbero necessari tempo e denaro. Ma quale privato investirebbe oggi in una raffineria, sapendo che il green deal europeo nel giro di pochi anni spazzerebbe via il suo investimento? I raffinatori europei, tra l’altro, sono soggetti al pagamento delle quote di CO2 secondo il sistema europeo Ets, per la parte che eccede le allocazioni gratuite, cosa che fa aumentare i costi. Un raffinatore indiano non ha questo problema.
Una variabile importante è la situazione dell’economia mondiale, quella cinese ed americana in particolare. L’incognita cinese resta legata agli sviluppi della strategia zero-Covid, che nel caso di prolungati lockdown farebbe calare la domanda dando respiro ai prezzi. Negli Usa, gli ultimi dati sulla produzione manifatturiera sembrano indicare un calo dell’attività e dunque un possibile allentamento della domanda. Anche in questo caso i prezzi dei distillati potrebbero calare. Ma ad oggi gli elementi che spingono per un rialzo dei prezzi sono la maggioranza.
Ironicamente, l’Ue finirà per importare a prezzi più alti da India e Cina, che utilizzeranno il greggio russo comprato a prezzi stracciati da Mosca, incamerando lauti guadagni. Un altro capolavoro dell’Unione europea.
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2023-01-11
I soldi per coprire lo sconto sulle accise si trovano tagliando i sussidi all’elettrico
Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini (Ansa)
Eliminando gli incentivi verdi il governo può reperire i fondi per calmierare la benzina. Ma intanto è ripartito l’ecobonus.
Dalle 10 di ieri mattina è ripartita la ridda degli incentivi all’auto elettrica. Si tratta di 600 e rotti milioni destinati a chi vuole acquistare una vettura totalmente elettrica oppure una ibrida. Qualche spicciolo anche per le due ruote. Il tutto con un criterio di assegnazione legato alla fascia di emissioni con il rischio tra l’altro che su alcune categorie i fondi si esauriscano subito e su altre invece restino a giacere nel cassetto dell’ecobonus. A noi non interessa però l’efficienza della spesa ma proprio il concetto di spesa in sé. È sempre più chiaro che il veicolo che funziona senza energia tradizionale è destinato a una categoria di persone in grado di spendere. Sia per via del costo dell’auto sia per via dei costi crescenti delle ricariche. Si pone dunque un tema prettamente politico: perché continuare a sussidiare vetture destinate a fasce di reddito alte e invece penalizzare chi ha introiti economici più bassi e si trova per necessità a fare il pieno di benzina alla vecchia auto?
In questi giorni è scoppiato il tema accise. O meglio la fine dello sconto di 18 centesimi al litro sostenuto dal governo di Mario Draghi. Varrebbe la pena per la prima volta legare i due concetti e attendersi una risposta chiara dal governo. Che tipo di politiche vuole sostenere?
Prima di cercare di dare una risposta vale la pena svolgere una breve premessa. Nel corso del 2022 la riduzione delle imposte sui carburanti è stata finanziata in gran parte grazie all’extragettito assicurato proprio dagli aumenti del prezzo dei carburanti, ma il meccanismo di copertura non vale più dato che nel settembre scorso, con la nota di aggiornamento al Def, si è stabilito di considerare l’extragettito non più una maggiore entrata per i conti pubblici, bensì un incasso ordinario, dunque non utilizzabile per finanziare gli sconti. Dal primo gennaio il governo Meloni avrebbe dovuto trovare un’altra copertura per sostenere un’operazione che pesa per le casse circa 1 miliardo al mese. Non solo. Da Bruxelles poco prima di Natale è arrivata la raccomandazione di eliminare i bonus generalizzati, sostituendoli con misure più selettive e mirate in modo di avere aiuti in grado di seguire la logica della progressività. Tradotto in altre parole l’escamotage usato dall’esecutivo Draghi con un occhio di riguardo Ue non era più valido per il 2023. D’altra parte il nuovo governo ha scelto di stanziare oltre 22 miliardi della manovra contro il caro bollette nonostante abbia più volte fatto campagna elettorale contro l’enorme peso delle accise su un singolo litro di benzina. Ha evidentemente sottostimato l’aspetto comunicativo. Nascondersi dietro alle presunte speculazioni serve a poco. Tanto più che ieri uno dei ministeri che compone l’esecutivo, quello guidato da Gilberto Pichetto Fratin, ha tagliato la testa al toro. «Nella prima settimana di gennaio il ministero dell’Ambiente ha rilevato nel consueto monitoraggio nazionale un aumento dei prezzi sostanzialmente in linea con il rialzo dovuto alla mancata proroga del taglio delle accise», si legge in una nota diffusa ieri. «La benzina è salita da 1,644 euro a 1,812 euro al litro con un aumento di 16,8 centesimi. Il gasolio è passato da 1,708 a 1,868 euro, con un rialzo dei 16 centesimi. Dal primo gennaio il rialzo delle accise è stato di 18 centesimi». Un testo che appare tombale e ci riporta alla necessità di dire basta escamotage. Se questo governo crede che le tasse siano eccessive e colpiscano le classi più povere - costrette a pagare per fare un pieno più caro e a spendere di più quando acquistano beni per il 75% trasportati su camion a gasolio - allora le tagli e basta. Se i fondi non ci sono dovrà fare una scelta. L’idea che proviamo a lanciare è semplice. Tagliare gli incentivi all’elettrico e tagliare altri incentivi per racimolare almeno 6 miliardi l’anno. Il risultato potrebbe essere quello di garantire un taglio definitivo e stabile delle accise. Almeno 10 centesimi al litro. Siamo consapevoli che il miliardo e 200 milioni (in tre anni) serva a poco. Sarebbe però il segno di una scelta di fondo. Per il resto si potrebbe riorganizzare anche il sistema di incentivi alle rinnovabili.
Tra il 2010 e il 2020 in Italia sono stati spesi ben 85 miliardi di euro in energia rinnovabile. La Francia, per fare un paragone più vicino a noi, ha speso nello stesso lasso di tempo soltanto la metà. Tutta questa montagna di euro è stata sovvenzionata dalle tasche degli italiani in termini di denaro pubblico, ma soprattutto in termini di bollette. Uno dei motivi per i quali da noi l’energia elettrica costa mediamente il 25% rispetto agli altri Stati europei sta nel fatto che, a partire dal 2018, nelle bollette vengono inseriti oltre 11 miliardi di oneri di sistema di incentivazione. Grazie a questa enorme partita di giro, l’Italia è il settimo Paese al mondo nella classifica sugli investimenti per le rinnovabili. Stando ai diktat e alle scelte dell’Ue dovremmo ritrovarci in piazza a stappare champagne o prosecco. Siamo stati i più virtuosi. Nessuno però si era preso la briga di spiegare agli italiani che arrivare primi in questa gara significa anche vincere lo scettro fatto del binomio ambiente-povertà. Con la crisi energetica alcuni criteri stanno cambiando ma al momento nessun governo europeo ha dato un segnale di vero cambio di passo. Al contrario si subiscono sempre più i diktat di Bruxelles e della Bce. Nel frattempo il cdm di ieri si è limitato a un decreto make up che serve ad alzare l’asticella di controllo sui prezzi del carburante. Per evitare insomma qualunque forma di irregolarità. Nulla però che riconduca il tema al livello che merita: quello di una scelta di fondo politica.
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