Centonovantanove voti a favore e 102 contrari. Il ddl Nordio sull’abuso d’ufficio e sulle intercettazioni è diventato legge ieri in tarda mattinata alla Camera, dopo essere stato approvato a Palazzo Madama a febbraio, ma il dato numerico ha assunto anche un significato politico, perché al centrodestra si sono aggiunti i partiti dell’ex-Terzo Polo (Iv e Azione) e Più Europa, lasciando presagire, come peraltro ha sperato il Guardasigilli Carlo Nordio, in una convergenza anche più importante quando in aula arriverà la separazione delle carriere, punto principale della riforma della giustizia annunciata dal governo. Tornando al provvedimento approvato ieri, va detto che anche in seno al Pd, in tempi non sospetti, l’abolizione del reato di abuso d’ufficio era stata sostenuta a gran voce da alcuni sindaci dem, a partire dall’ex-primo cittadino di Bari ed ex-presidente dell’Anci Antonio Decaro, oltre che dall’ex-sindaco di Pesaro Matteo Ricci. Il clima politico «frontista», però, ha portato i parlamentari del Nazareno sulle posizioni del M5s, e le dichiarazioni di voto lo hanno confermato.
Entrando nel merito del provvedimento, questo si compone di nove articoli, ma le parti più rilevanti, come è noto, sono quelle che riguardano l’abuso d’ufficio e la nuova disciplina per le intercettazioni. Il reato di abuso d’ufficio viene abrogato, ma a parziale compensazione viene il «peculato per distrazione», reato che per gli abusi patrimoniali dei pubblici ufficiali prevede una pena da 6 mesi a 3 anni, se si danneggiano terzi o ci si avvantaggia destinando somme di cui è in possesso a finalità diverse da quelle previste dalla legge. Si restringe l’ambito di applicazione del traffico di influenze: la mediazione viene ritenuta illecita se finalizzata a far compiere un reato ad un pubblico ufficiale. Per quanto riguarda le intercettazioni, non dovranno essere riportate le conversazioni e i dati relativi a soggetti non coinvolti dalle indagini, se non considerati rilevanti per il procedimento. Inoltre, nella richiesta di misura cautelare del pm e nell’ordinanza del giudice non dovranno essere indicati i dati personali dei soggetti diversi dalle parti, salvo che ciò sia considerato indispensabile per l’esposizione degli elementi rilevanti. Il giudice dovrà quindi stralciare le intercettazioni che contengono dati relativi a soggetti diversi dalle parti, se non essenziali. «L’approvazione di questo ddl», ha dichiarato Nordio, «rappresenta una svolta nel rafforzamento delle garanzie per gli indagati e una mano tesa a tutti i pubblici amministratori, che non avranno più paura di firmare. Di questo importante risultato», ha aggiunto, «desidero ringraziare tutti i parlamentari, i colleghi di Governo e l’intero staff del Ministero». Una particolare attenzione il ministro l’ha riservata alle forze di opposizione che hanno votato a favore, sperando in una maggioranza più ampia per tutte le riforme legate alla giustizia: «Sarebbe auspicabile», ha detto che anche le forze che oggi hanno votato, seppure da parte dell’opposizione, a favore di questo disegno di questa legge, possano convergere anche sulla separazione delle carriere come hanno detto altre volte». Nel corso del dibattito, per Azione e Iv erano intervenuti rispettivamente Enrico Costa e Roberto Giachetti, affermando in sostanza che il ddl è solo un punto di partenza e che bisogna avanzare con la riforma dell’ordinamento giudiziario. Tra le voci della maggioranza, quella di Giorgio Mulè, di Fi: «È l’avvio di una stagione che si completerà con la separazione delle carriere dei magistrati», mentre sul fronte giustizialista si segnalano i toni duri usati dal M5s con l’ex-procuratore Federico Cafiero De Raho, per il quale «questa legge non serve alla Giustizia, che non viene né accelerata né rafforzata, ma nuoce ai cittadini, che perdono strumenti di difesa contro le angherie e le prevaricazioni del potere pubblico e occasioni di conoscenza dei sistemi illegali».
Man mano che ci si avvicina all’apertura ufficiale della nuova legislatura europea, si moltiplicano le trattative per completare l’organigramma delle istituzioni Ue. A partire, ovviamente dal padre di tutti i negoziati: quello per permettere a Ursula von der Leyen di affrontare il voto di fiducia di Strasburgo senza sorprese. Ma come accade in ogni assemblea elettiva, sul tavolo non ci sono solo i ruoli più prestigiosi o quelli più in vista, ma anche quelli magari con meno riflettori puntati egualmente ambiti dai gruppi, come ad esempio le presidenze delle commissioni parlamentari. Le trattative per questi ultimi, di riflesso, appaiono meno segrete, mentre quelle per commissari e presidenti restano ancora sotto il pelo dell’acqua, ma da ciò che sta succedendo per le cariche parlamentari minori giungono indicazioni importanti per quello che accadrà ai massimi livelli.
Detto questo, la giornata di ieri è stata segnata dal rinnovo, da parte di una maggioranza forse ringalluzzita dall’esito del secondo turno delle legislative francesi, della conventio ad excludendum nei confronti dei partiti di destra. O almeno quelli appartenenti al gruppo dei Patrioti per l’Europa, appena costituitosi per impulso del leader ungherese Viktor Orbán e già terzo per importanza, grazie all’adesione - tra gli altri - del Rassemblement national di Marine Le Pen e Jordan Bardella (eletto presidente), di Vox di Santiago Abascal (che ha consentito di fatto il sorpasso sui Conservatori) e dei portoghesi di Chega, oltre naturalmente alla Lega di Matteo Salvini e a Fidesz. Il più intransigente, su questo punto, è stato di nuovo il leader del Ppe Manfred Weber, che ha parlato di «cordone sanitario» per i Patrioti, sulla falsariga di quanto fatto nella scorsa legislatura per Id. Con questa espressione Weber intende il veto per il gruppo dei sovranisti anche per le cariche istituzionali nel Parlamento, come ad esempio vicepresidenti dell’assemblea, questori, presidenti e vicepresidenti delle commissioni parlamentari. In precedenza si era parlato di due commissioni per i Patrioti, ma poi Weber ha chiarito che «tutti coloro che sono eletti dai cittadini europei devono avere l'opportunità di lavorare qui, nel Parlamento europeo, e dobbiamo quindi garantirgli queste condizioni di lavoro». «Un’altra questione», ha proseguito, «è quella di chi rappresenta le istituzioni. Coloro che vanno chiaramente contro il progetto europeo e le istituzioni europee, come Viktor Orbán che ha detto pubblicamente che vuole smantellare questo Parlamento, queste persone penso che non possano rappresentare il Parlamento europeo come istituzione». «Rispettiamo gli individui, ma quando si tratta di ottenere una carica», ha concluso Weber, «devi anche rispettare le istituzioni, essere a favore delle istituzioni». Il gruppo dei Conservatori di Ecr invece dovrebbe ottenere le presidenze delle commissioni Bilanci e Libertà civili e giustizia (Libe). A fare incetta di presidenze sarebbe ovviamente il Ppe.
Ma a proposito di Orbán, i vertici Ue si stanno «concentrando» anche sul suo ruolo di presidente per un semestre del Consiglio europeo, e sulle iniziative diplomatiche da lui assunte, che lo hanno portato in Russia e in Cina. Aquanto filtra da fonti diplomatiche a Bruxelles, un gruppo di Paesi membri, fra cui la Germania e le Repubbliche baltiche, potrebbe chiedere di togliere la presidenza di turno dell’Ue all’Ungheria, se Orbán assumesse altre iniziative di questo genere. La questione sarà affrontata nel corso della riunione di oggi del Coreper, l’organismo che coordina gli ambasciatori dei 27 presso l’Ue. Verosimilmente, dal tavolo dei diplomatici europei verrà lanciato un «avvertimento», anche perché la procedura per contestare una presidenza di turno prevede una maggioranza qualificata e rafforzata di quattro quinti: 20 Paesi che insieme rappresentino almeno il 65% della popolazione dei 27.
A quel punto la presidenza passerebbe al turno successivo, che nella fattispecie è la Polonia. A Weber e al suo «cordone sanitario» hanno replicato a stretto giro gli esponenti di Patrioti per l’Europa, tra cui lo stesso Salvini, indirettamente, e il capodelegazione del Carroccio a Strasburgo Paolo Borchia: «Noi», ha detto Salvini, «non voteremo mai Ursula von der Leyen, non voteremo mai un inciucio con socialisti, comunisti, ecofanatici, quelli che vogliono gli sbarchi, le Ong, i trafficanti di esseri umani e guerre a oltranza». «Nessuna lezione di democrazia da Weber e compagni», ha affermato Borchia, «da chi da tempo in Ue è al guinzaglio delle sinistre estremiste e ideologiche, da chi da cinque anni porta avanti l’esatto opposto dei principi democratici, negando rappresentanza a milioni di elettori europei». Intanto, da sinistra, il capogruppo dei socialisti Iratxe García Pérez precisa che da parte loro non ci sarà «un assegno in bianco» per la Von der Leyen indicando tra le «priorità» la conferma del Green deal.
Una giornata importantissima, l’ha definita il leader leghista e vicepremier Matteo Salvini. È quella che ha portato, ieri, alla costituzione del gruppo dei Patrioti per l’Europa, fortemente sponsorizzato dal leader ungherese Viktor Orbán e impostosi immediatamente come terza forza del neonato Europarlamento, alle spalle dei popolari e dei socialisti. Patrioti potrà infatti contare su 84 deputati, scavalcando così l’Ecr di Giorgia Meloni e salendo sul podio in extremis, grazie alla scelta del leader del partito spagnolo Vox, Santiago Abascal, di lasciare i conservatori. Ma il dato politico più rilevante, oltre a quello pur importante aritmetico, è che Orbán potrà contare per la sua battaglia di opposizione al blocco di potere europeo sull’apporto di Marine Le Pen. La riunione costitutiva del gruppo, infatti, era stata rinviata a oggi proprio per attendere l’esito del secondo turno del voto francese, dal quale sarebbero dipese (e dipenderanno nei prossimi giorni) molte scelte. È verosimile che un Rassemblement national insediato al governo transalpino avrebbe fatto delle riflessioni più ponderato su dove collocarsi nell’emiciclo di Strasburgo, ponendosi il problema – che si sta ponendo in questi giorni Giorgia Meloni – di come porsi rispetto alla trattativa per la composizione della Commissione. Il mancato raggiungimento della maggioranza a Parigi ha fornito invece a Le Pen una spinta maggiore per incalzare Bruxelles sui temi più cari alla destra, e non è un caso che presidente del gruppo è stato eletto Jordan Bardella, frontman della destra francese nella campagna elettorale che si è appena conclusa.
La adesioni ai patrioti sono state numerose e omogenee dal punto di vista geografico: oltre ai citati Rn, Fidesz e Vox (e ovviamente alla Lega), ci sono i cechi di Ano 2011, gli austriaci di Fpö, gli olandesi di Pvv, i belgi di Vlaams Belang, i portoghesi di Chega, e un esponente del partito danese di Dansk Folkeparti. Inoltre, stando a quanto ha affermato l’eurodeputato lepenista Jean-Paul Garraud, «l’impressione» è che anche i polacchi del Pis (o alcuni di loro), che la scorsa settimana hanno aderito a Ecr, possano tornare sui propri passi e andare coi Patrioti. «Il gruppo», ha detto, «potrebbe ulteriormente registrare nuovi ingressi».
Al di là della competizione tra i vari gruppi e la legittima soddisfazione per il peso specifico raggiunto, più di una voce ha sottolineato che il rapporto con Ecr sarà costruttivo. Sempre Garraud, infatti, ha risposto a chi gli chiedeva come potranno evolversi le relazioni tra Marine Le Pen e Giorgia Meloni che «ci sono delle considerazioni nazionali da fare in ciascuno dei due Paesi». «Il gruppo», ha proseguito, «non è un monoblocco ma ci sono sfumature in vari ambiti perché facciamo parte di un gruppo sovranista, rispettiamo le sovranità di ciascuno Stato ma questo non significa che i ponti sono tagliati, le cose evolvono ed evolvono nel buon senso». Per Abascal, che respinge energicamente le accuse di «tradimento» nei confronti del nostro premier, «Vox condividerà il gruppo con la Lega ma il suo alleato politico in Italia è Fratelli d'Italia». Il capo delegazione leghista a Bruxelles Paolo Borchia si è augurato, non a caso che «il gruppo dei Patrioti per l'Europa, che ha numeri importanti, riesca, attraverso la collaborazione con altri gruppi che condividono la stessa visione, ad essere incisivo per i prossimi cinque anni», mentre da Budapest Zoltan Kovacs, portavoce del governo ungherese, ha parlato di una «forza decisiva nel plasmare il futuro dell’Europa». «Uniamo le forze» ha aggiunto, «e combattiamo insieme per un futuro migliore».
Naturalmente, il processo costitutivo del gruppo è stato seguito con grande partecipazione ed entusiasmo da Salvini, che nelle settimane scorse aveva caldeggiato la saldatura tra Id e il nuovo soggetto annunciato da Orbán: «Il terzo gruppo dell’Europarlamento», ha affermato il leader leghista, «nasce per contrastare ogni inciucio coi socialisti, coi filoislamici, filocinesi, gli estremisti del green deal e delle auto elettriche ad ogni costo, per difendere il lavoro, la famiglia, il futuro dei nostri giovani e la sicurezza dei cittadini italiane ed europee». «È finalmente l’occasione», ha concluso, «per cambiare quest’Europa come hanno chiesto milioni di cittadini con il loro voto». Salvini ha anche fatto gli auguri di buon lavoro a Roberto Vanacci, eletto vice del presidente Bardella assieme ad altri cinque deputati.
Dal Consiglio nazionale di Forza Italia Antonio Tajani, che continua a pressare Meloni per il via libera a Ursula von der Leyen, ha commentato in modo prevedibilmente freddo: «Che vuol dire Patrioti? Anche io sono patriota, ma sono anche europeista, è la mia civiltà e identità». «Proprio perché sono un patriota italiano», ha concluso, «sono anche un patriota europeo». La settimana prossima, il vero banco di prova per tutti, con la sessione plenaria dell’Europarlamento chamata a dare la fiducia alla nomina di Von der Leyen.





