<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/prima-pagina-verita-10-marzo-2675956588.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2675956588" data-published-at="1773111248" data-use-pagination="False">
Giorgio Mulè (Imagoeconomica)
Il forzista vicepresidente della Camera: «Certi giudici hanno dimenticato ciò che dicevano come antidoto alla malagiustizia, e l’Alta corte era nel programma del Pd. Vassalli voleva le carriere separate, fu fermato dal partito più potente: l’Anm».
Giorgio Mulè, lei è il giustiziere dei magistrati?
«No, io sono per una giustizia che riguardi anche i magistrati. Una giustizia che li faccia essere responsabili per gli errori che commettono e che sappia esaltarne la professionalità e il merito».
Il video del confronto di Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, esponente di Forza Italia ed ex direttore di Panorama, con il pm Henry John Woodcock a Piazzapulita ha fatto il giro di tutti i social. Il magistrato, divenuto molto mediatico grazie al Savoiagate, Vallettopoli e l’inchiesta sulla P4, ne è uscito malconcio.
Come vi siete salutati alla fine?
«Ci siamo dati la mano, con un reciproco in bocca al lupo».
Si è tolto anche il sassolino delle intercettazioni cui Woodcock sottopose la redazione di Panorama.
«È solo un granello rispetto alla valanga di ingiustizia prodotta dalla Procura di cui faceva parte Woodcock. E rispetto alle vite rovinate, ai destini diversi e alla normalità compromessa di molti cittadini italiani, vittime di indagini finite nel nulla».
Dopo la performance di Piazzapulita la stanno chiamando altri programmi o a La7 è nella lista nera?
«A La7 vado come nella fossa dei leoni. Se mi chiamano, continuerò ad andare, compatibilmente con i miei impegni».
Quando un confronto con Nicola Gratteri?
«Quando vuole, dove vuole…».
Woodcock come Gratteri, Nino Di Matteo e, in parte, anche Marco Travaglio?
«Sono tutti parte di una compagnia di smemorati perché hanno dimenticato ciò che dicevano come antidoto alla malagiustizia, a cominciare dal sorteggio dei membri del Csm per proseguire con la separazione delle carriere».
Perché è importante sottolineare che hanno cambiato idea?
«È importante inchiodarli alla loro ipocrisia. Far emergere che si tratta di posizioni solo ideologiche, che nascondono una contrapposizione a questo governo, i cui destini dovrebbero dipendere dall’esito del referendum».
Questa ipocrisia determinata dalla riforma partorita dal governo è un esempio palese di dipendenza di questi magistrati dalla politica?
«Lo è. Come lo è il voltafaccia della sinistra rispetto a idee di riforme che ha portato avanti per anni e che costituivano il suo Dna autenticamente riformista e garantista».
L’Alta corte disciplinare e la postura garantista erano nella tradizione della sinistra.
«L’Alta corte era a pagina 30 del programma elettorale del Pd del 2022. Questi magistrati sono gli smemorati di complemento rispetto alla compagnia di Travaglio & Co».
Molti leader della sinistra sempre pronti a gridare al ritorno del fascismo scordano che l’unificazione delle carriere fu voluta dal ministro della Giustizia di Mussolini Dino Grandi?
«Questa è una riforma per dirsi autenticamente antifascisti. Chi vota Sì è antifascista perché supera quell’ordinamento del 1941 di uno Stato totalitario e che poggiava su due pilastri: la presunzione di colpevolezza e l’unicità delle carriere».
E scordano che, al contrario, la separazione fu propugnata dal partigiano Giuliano Vassalli?
«Dalla Medaglia d’argento della Resistenza al regime nazifascista Giuliano Vassalli, per la precisione. Che aveva in animo la separazione delle carriere e fu fermato dall’unico partito che ha resistito alla Prima e alla Seconda repubblica: l’Associazione nazionale magistrati».
Un’altra amnesia del fronte del No è l’europeismo?
«Nell’Europa a 27 Stati, l’Italia è, insieme alla Grecia, la Cenerentola della separazione delle carriere. Persino il Vaticano l’ha introdotta da più di un lustro».
Significa che negli altri 25 Stati europei la giustizia è assoggettata al potere politico?
«In alcuni Stati è espressamente previsto, come in Francia, dove il pm è “agente dell’esecutivo” e dove il ministro della Giustizia può disporre nomine e trasferimenti. Negli altri Paesi la separazione è netta e totale, con vari ruoli che la politica esercita direttamente sulla magistratura».
Quindi hanno ragione coloro che mettono in guardia da questo rischio?
«In Italia c’è la corazza della Costituzione a impedire qualsiasi ingerenza».
Che percezione ha riguardo all’esito del referendum?
«Non ho percezioni, ma parlo di ciò che vedo da Reggio Calabria a Novara: migliaia di cittadini di destra, di sinistra e di centro che hanno ben chiari i contenuti della riforma e andranno a votare Sì. Alla fine, chi vota No vota per lasciare tutto com’è, magari nella speranza di avere una crisi di governo ed Elly Schlein presidente del consiglio. Non mi pare un affarone, francamente. Soprattutto per il momento storico in cui ci troviamo. Chi vota Sì supera queste degenerazioni, migliora la giustizia e, anche se non gli piace Giorgia Meloni, tra un anno voterà per cambiare il governo. In ogni caso, per adesso ci teniamo la stabilità e chi può gestire la crisi. Unire i due piani è profondamente sbagliato».
Anziché sul merito del referendum si discute sullo schieramento e si vota contro il governo?
«Esatto, ed è la cosa più sbagliata perché determinata dalla vacuità e dalla pochezza di argomenti come la deriva autoritaria che nulla c’entrano con il No alla riforma».
La guerra in Iran favorisce il fronte del No?
«La guerra in Iran nulla c’entra con il referendum che non è un campo di battaglia, ma una partita a sé, fondamentale perché riguarda la Costituzione, madre di tutte le leggi italiane. Perciò non si può fare la guerra sul referendum come tentano di fare la sinistra e parte della magistratura. Dev’essere un confronto sereno sulle ragioni del Sì e del No. Noi siamo capaci di portare degli argomenti, dall’altra parte si tenta di innescare una guerra che, però, devia il corso della consultazione».
Continua a leggereRiduci
Un vano nascosto dietro una parete, invisibile a un primo sguardo, protetto da una botola a scomparsa e realizzato in cemento armato per garantire solidità e riservatezza assoluta. È quanto scoperto nei giorni scorsi dai Carabinieri della Compagnia di Bianco nel corso di un servizio straordinario di controllo del territorio di San Luca (Reggio Calabria).
L’operazione, condotta con il supporto dei militari dello Squadrone Eliportato «Cacciatori» di Vibo Valentia, ha portato all’individuazione all’interno di un’abitazione privata ancora in costruzione, di un bunker completamente nascosto. L’accesso era abilmente mimetizzato in una parete dell’immobile: una botola a scomparsa conduceva a un locale interrato di circa tre metri per tre, con un’altezza di circa tre metri, realizzato in cemento armato e strutturato in modo da renderne estremamente difficoltosa l’individuazione. La conformazione del vano, isolato e non visibile dall’esterno, lascia ipotizzare una possibile destinazione all’occultamento di armi, sostanze stupefacenti o al rifugio di persone intenzionate a sottrarsi alle ricerche. Un ambiente progettato per non essere trovato, emerso invece grazie all’attenta e capillare attività di controllo dei militari dell’Arma. Il rinvenimento si inserisce in una più ampia strategia di presidio e prevenzione messa in campo dai Carabinieri nelle aree interne della Locride, con l’obiettivo di contrastare ogni forma di illegalità e rafforzare la presenza dello Stato sul territorio.
Continua a leggereRiduci
True
2026-03-10
Voto Sì perché la riforma mette fine a scambi di favore e a incarichi per affiliazione
Seduta del Csm. Nel riquadro, il sostituto procuratore di Massa Marco Mansi (Ansa)
Con la separazione delle carriere di pm e giudici si realizza il principio della terzietà. E il sorteggio del Csm elimina gli accordi incrociati con la politica sulle nomine apicali.
Perché votare Sì al referendum del 22-23 marzo? Al prossimo referendum si vota per approvare o no norme costituzionali, dirette a stabilire principi in materia di giustizia, in base ai quali opereranno le leggi in materia. I precetti della Costituzione non sono immutabili: possono, infatti, essere cambiati per adeguarli al mutare delle condizioni. La nuova riforma non dà attuazione ad altri principi costituzionali (sarebbe incongruo), ma conferma quelli già stabiliti, saldandosi con loro e rafforzandoli.
Marco Mansi, sostituto procuratore di Massa
Con il nuovo articolo 104 si separano le carriere dei magistrati, realizzando compiutamente il principio del giudice terzo e chiudendo un cerchio già tracciato dall’articolo 111 della Costituzione (che prevede, ricordo, un giusto processo tra parti contrapposte in posizione di parità davanti a un giudice terzo e imparziale). L’articolo 111 fissa tre principi: indipendenza, ovvero la libertà di decidere senza condizionamenti esterni; imparzialità, ovvero l’assenza di interesse nel processo; terzietà, vale a dire equidistanza dalle altre parti in ogni processo. Il che, per ora, non avviene, dato che, nonostante il principio, nel concreto permane un legame strutturale con il pm, tradendo il fondamentale requisito della terzietà.
La Costituzione non si accontenta dell’indipendenza e dell’imparzialità del giudice: pretende la terzietà che è cosa diversa e riguarda la posizione del giudice in ogni processo. Terzietà che viene tradita quando il giudice fa parte, come avviene ora, dello stesso ordine e degli stessi organi istituzionali del pubblico ministero.
Quindi votare Sì permetterà di abrogare l’unificazione delle carriere di pubblici ministeri e giudici e quel corto circuito per cui i giudici possono influire sulle carriere dei pubblici ministeri e i pubblici ministeri sulle carriere dei giudici.
Votando Sì si elimina qualsiasi unione anche solo psicologica tra pm e giudice e qualsiasi pregiudizio tra le due figure di far vita in comune. Predisporre due Csm, uno per i giudici e uno per i pm, non indebolisce l’autogoverno bensì lo rafforza e lo specializza: il Csm dei giudici tutelerà l’indipendenza di chi deve giudicare, valorizzando il loro equilibrio, la ponderazione, la cultura del dubbio; il Csm dei pm tutelerà l’autonomia degli stessi, valorizzando la capacità investigativa, il rispetto delle garanzie nella fase delle indagini preliminari, la capacità di non fare processi inutili e di essere quindi «avvocato dello Stato».
Separati i Csm per evitare al massimo interferenze reciproche, occorreva, però, intervenire per dare concretezza al principio di indipendenza e autonomia dei magistrati. E qui risiede l’altro obiettivo fondamentale della riforma, il più importante, che è quello di liberare la carriera dei magistrati da condizionamenti di gruppi organizzati.
Il Csm, anche nella forma sdoppiata, continuerà a regolare la vita lavorativa del magistrato, valutandolo, promuovendolo, permettendogli incarichi. È evidente che questo confligge con le elezioni: come non si possono eleggere dagli interessati i componenti della commissione di un concorso, perché ovviamente ognuno voterebbe per l’esaminatore a lui gradito, così va eliminato l’attuale sistema basato sullo scambio di favori reciproci, taciti o espliciti.
Del resto già nei lavori preparatori i Costituenti avevano accennato all’esclusione del sistema elettorale per comporre il Csm, ma la questione non fu dibattuta fino in fondo e, alla fine, venne accantonata. Con il sorteggio non si pescano persone a casaccio, ma si seleziona tra persone che già posseggono requisiti di competenza, certificati da valutazioni di professionalità, e che osservano regole di cultura istituzionale.
Il sorteggio sradica il malgoverno attuale e soprattutto elimina intrecci con la politica: elimina le correnti organizzate, i pacchetti di voti, gli accordi incrociati con la politica sulle nomine apicali (la vicenda Palamara ne è un chiaro esempio: i politici a braccetto con i magistrati per la nomina del procuratore di Roma). Disinnesca queste dinamiche, perché elimina la campagna elettorale interna, spezza le filiere di fedeltà, rende imprevedibile il controllo delle cariche. È il miglior antidoto alla politicizzazione, non il suo veicolo. E spezza i condizionamenti che minano dall’interno l’indipendenza del magistrato.
Ed è questa la posta in gioco: la difesa dell’indipendenza interna dei magistrati, più che quella esterna.
L’Anm è entrata nel dibattito referendario come soggetto politico per il timore di perdere l’occupazione del Csm. Il suo braccio politico, le correnti, con il sorteggio, non occuperebbero più l’organo che amministra le carriere dei magistrati e che li sanziona per mancanze disciplinari. Non si introdurrebbero indebitamente e illegalmente nella vita lavorativa di un magistrato.
L’equazione è piuttosto banale.
Il Csm è eletto, cioè votato, quindi politico. Chi concorre a un incarico qualsiasi (anche per la Corte di Cassazione) viene votato da chi già è stato votato, più o meno senza regole se non quelle rigidissime della spartizione. Ho avuto tot voti, ho «diritto» a tot incarichi, prescindendo dal merito degli aspiranti.
Sono, dunque, incarichi politici perché frutto del voto. E porre al vertice degli uffici giudiziari dei «politici» mette a rischio la democrazia ben più di quanto non lo faccia la separazione tra giudicanti e inquirenti. Perché il problema non sono neppure le aspettative di carriera dei magistrati: il problema è il servizio che la magistratura deve garantire al cittadino. E c’è molta differenza nella resa del servizio se i capi degli uffici vengono selezionati in base alle loro qualità oggettive o in base alla tessera che hanno in tasca o alla loro ruffianeria. Anche quando la giustizia disciplinare punisce chi non dà fastidio e non chi si comporta malissimo.
Personalmente, ogni giorno, sul lavoro, da pm, mi confronto con decisioni di colleghi in materie gravi che ritengo sbagliate e magari impugno. A volte ci sto proprio male, perché mi sembrano proprio sbagliate. A volte scopro poi che avevano ragione loro e scopro alcuni miei limiti, ripromettendomi di far meglio. Ma sono sereno perché so che quei colleghi decidono in scienza e coscienza e, come me e come tutti, a volte sbagliano. Ma quelli correntizi, quelli dei «soci organizzati», con liste segrete, non sono «errori».
L’aggressione illegale a magistrati non è un errore; tutti gli innumerevoli voti per decidere il conferimento di incarichi secondo l’utilità politica della corrente non sono errori; mantenere, in violazione del giudicato amministrativo, un procuratore nella sua posizione, nonostante la sconfitta davanti al Tar e al Consiglio di Stato a cui ha fatto ricorso il magistrato perdente, non sono errori.
Sono crimini. Non nel senso di reati (anche se a volte sono pure quelli) ma nel senso di «cose contrarie a un minimo etico» che qualsiasi consesso che voglia dirsi civile non violerebbe in modo sfacciato.
Se siamo arrivati alla riforma non è un caso: le riforme intervengono come controllo sociale e reazione sociale, prima ancora che politici, a comportamenti sfacciatamente inqualificabili. Lo Stato non può lasciare qualche proprio pezzo alla deriva.
Non scopro io che il Csm odierno e il sistema di potere che governa (perché è improprio parlare di «autogoverno», evocando una Costituzione palesemente violentata) la magistratura e che comprende anche la Procura generale della Cassazione è connotato da un agire con la pretesa - ostinatamente perseguita sicuramente da quando io sono in magistratura (ma temo anche da ben prima) - di non essere soggetto ad alcuna regola. Immaginiamo, per paradosso, due Paesi: in uno il popolo sceglie chi governa, ma poi l’eletto governa come dice lui; nell’altro, invece, governa il re per discendenza dinastica, ma governa rispettando delle regole. Ecco, quello democratico sarebbe il secondo dei due Paesi.
Il sorteggio non è stortura: è civiltà contro la barbarie di posti e incarichi spartiti per affiliazione e non per merito, contro decisioni mosse dalla volontà di salvare il magistrato che supporta la corrente.
Qualsiasi cittadino non vuole essere amministrato, giudicato, processato da uno intelligente, bravo, onesto, eccetera, ma da uno che, banalmente, rispetti delle regole. Invece è amministrato, processato, giudicato da gente che fa quello che vuole, difendendo il suo agire sostenendo di essere «bravo», «eletto», «migliore», ispirato da nobili ideali. Ma poi, purtroppo, arrivano le chat di Luca Palamara e si scopre che di quei nobili fini non c’è la minima traccia e che tutto è sempre stato il basso e meschino perseguimento di interessi privati.
Ciò che risolverebbe il problema è il voto per il Sì, per dire a muso duro a questa gente che la deve smettere di fare quello che gli pare. Che la deve smettere di «fare politica» in magistratura. Che deve darsi delle regole e poi rispettarle. Perché la difesa della legalità vale in ogni caso: non si cambia idea quando la legge è intralcio a manovre di potere poco pulite all’interno del Csm.
A chi gestisce l’Anm schierata per il No non importa nulla dell’indipendenza dei magistrati. Importa solo della permanenza di un sistema di governo della magistratura strutturato secondo lo stesso schema del potere politico e con difetti in parte identici, in parte peggiori.
Il cittadino che va a votare ha l’occasione di fare il rappresentante parlamentare: è chiamato a votare su una legge così come avviene in Parlamento. Deve pronunciarsi sulla legge e nel dibattito non può dire se è contro o no Giorgia Meloni, se è di sinistra o di destra. Deve valutare la legge e dire se è giusta o sbagliata. Prendendo posizione sulla legge, prescindendo dal proprio schieramento politico, il cittadino che va a votare ha una grande occasione: dire basta a questo sistema di potere che da anni condiziona la magistratura e l’intero Paese, perché è questa la radice dei mali della macchina della giustizia, che costa ogni anno al Paese due punti del Pil e grava per decine di miliardi di euro sulle casse dello Stato.
Il cittadino, con il suo voto, potrà anche orientare le future scelte in modo da avere, alla fine, una giustizia più rapida ed efficiente, perché indirizzata in tal senso dalla Costituzione. Votare Sì al sorteggio per il Csm a questo serve, a far capire ai magistrati italiani che sono i servi della legge e delle regole e non i padroni.
Ed è per questo che voterò Sì.
Continua a leggereRiduci
Don Carlo Parodi e Francesco Paolo Cardona Albini durante la messa a Genova
Il magistrato Cardona Albini sull’intervento in una chiesa di Genova: «Non ho fatto campagna elettorale». Ma persino un avvocato iscritto al Pd lo contesta: «Luogo inadatto». Il sacerdote don Parodi: «È stato un servizio civico».
La scena, come ha ricostruito ieri La Verità, era insolita. Un magistrato che parla del referendum per la riforma della magistratura davanti ai fedeli tra i banchi di una chiesa alla fine della messa della domenica. E lui, il protagonista di domenica mattina, rivendica con calma di avere fatto soltanto una cosa: spiegare. «Io ho fatto un intervento, sì, in una chiesa dove mi era stato chiesto di spiegare in che cosa consistesse il referendum», dice alla Verità Francesco Paolo Cardona Albini, noto alle cronache per avere rappresentato l’accusa durante il processo per i fatti della scuola Diaz, durante il G8, e per l’inchiesta sui presunti concorsi truccati nella facoltà di Giurisprudenza dell’università genovese, aggiungendo: «Ho spiegato in maniera molto semplice, perché non avevo più di cinque-dieci minuti per parlare di questa cosa, e ho invitato tutti ad andare a votare, perché è una riforma costituzionale e quindi interessa a tutti i cittadini».
Il magistrato racconta così la sua presenza nella chiesa di San Donato, nel cuore del centro storico di Genova. Una presenza che ha fatto discutere. Perché quel breve intervento ha acceso qualche malumore tra chi era seduto tra le navate. Il magistrato ricostruisce la scena: «Alla fine dell’intervento ho informato l’uditorio che ci sarebbe stato un incontro, moderato da un giornalista, il 16 marzo al liceo Colombo, pubblicizzato dagli stessi ragazzi dell’istituto, dove interverrò io insieme a un collega (Giuseppe Longo, anche lui pm della Procura di Genova, ndr) a spiegare le ragioni del No e interverranno due avvocati (Giovanni Beverini ed Emanuele Olcese, ndr) per quelle del Sì». È a quel punto che, secondo il magistrato, qualcosa sarebbe cambiato nell’aria della chiesa. «Molti», racconta il magistrato, «mi hanno ringraziato per questa spiegazione, mentre una persona ha polemizzato perché ha ritenuto che io stessi facendo propaganda elettorale, cosa che non credo onestamente di aver fatto. Un’altra persona mi ha detto all’uscita della chiesa “sono d’accordo con lei, non ha fatto propaganda, perché l’avrebbe fatta se avesse detto «votate no”».
Ma, come detto, tra i presenti c’era anche chi ha giudicato in modo critico l’intervento dall’altare del magistrato schierato per il No. È probabilmente lui l’uomo ha cui ha fatto riferimento con noi Cardona Albini. Si tratta dell’avvocato Enrico Ivaldi, già consigliere comunale eletto con l’Ulivo, ora attivista del Pd nel circolo del centro storico, presente alla funzione e che ha scelto di affrontare direttamente il magistrato al termine dell’intervento. La sua versione è molto più netta: «Ho parlato con il pm, dicendo che non mi sembrava il caso di fare queste cose in chiesa». Il punto, per lui, non è il merito del referendum. Dice: «Al di là del No, del Sì, della Sampdoria o del Genoa». Il problema è il luogo. «Non era il luogo adeguato».
L’avvocato usa parole semplici, ma taglienti: «Parlare dall’altare e fare un comizio per votare non mi sembra una grande idea. E questo vale per qualsiasi cosa, anche per altri argomenti». La sua obiezione non riguarda la riforma, ma il contesto: «Al di là che uno sia d’accordo o meno, proprio non mi sembra il luogo». Il confronto, racconta, è stato breve: «Io ho detto soltanto “guardi, non mi sembra una cosa opportuna”. Mi fa specie che lei non si renda conto, da procuratore della Repubblica, dell’inopportunità». E la risposta del magistrato? «Che gliel’hanno chiesto», afferma Ivaldi. Una frase che chiude il piccolo incidente tra i banchi della chiesa.
Un botta e risposta rapido, consumato all’uscita. A rivendicare la scelta, però, è soprattutto il parroco, don Carlo Parodi. Ed è proprio il sacerdote a ricostruire la genesi dell’invito rivolto alla toga. La premessa: «Non ho invitato il magistrato a intervenire durante la messa, ma quando questa era ormai finita». Il sacerdote non vede nulla di strano in quello che è accaduto tra le navate. Anzi, lo definisce un servizio ai parrocchiani: «È un servizio anche civico che facciamo». Il sacerdote porta un esempio concreto: «Quando i carabinieri mi hanno chiesto di venire a parlare alla gente delle frodi e dei pericoli delle truffe, sono venuti e alla fine della messa l’hanno fatto». Secondo il parroco, la logica è la stessa: «Quello di ieri è stato un servizio d’informazione». Una scelta che, nella sua ricostruzione, rientra quindi in una prassi già adottata in altre occasioni per temi di interesse pubblico.
Peccato che il magistrato, l’unico invitato a informare i parrocchiani, sia schierato proprio per il No. E che la sua partecipazione al dibattito pubblico sulla riforma della magistratura sia già avvenuta in altri contesti cittadini. Solo lo scorso 5 marzo, sempre a Genova, infatti, con Carlo Ferruccio Ferrajoli, docente di Diritto costituzionale, aveva preso parte a un incontro organizzato dal comitato Giusto dire No, quello partorito dall’Associazione nazionale magistrati.
Continua a leggereRiduci







