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2023-08-18
Benzina su per 17 giorni consecutivi. Nuovo record estivo a 2,019 euro
Pare non esserci più fine alla corsa al rialzo dei prezzi dei carburanti. Secondo i dati diffusi dall’aggiornamento quotidiano del ministero delle Imprese e del made in Italy, la giornata di ieri ha fatto registrare il diciassettesimo aumento consecutivo nella rete autostradale. Il prezzo medio della benzina, per il self service, è salito infatti a 2,019 euro al litro, mentre quello del gasolio è aumentato fino a 1,928. Stabili, seppure alti, i prezzi del Gpl e del metano per il servito, rispettivamente a 0,842 e 1,528 euro al litro. Una situazione ai limiti del sostenibile, per la quale la Guardia di finanza ha intensificato i controlli per fare in modo che le norme sulla trasparenza dei prezzi vengano rispettate. Sempre secondo i dati diffusi dal Mimit, nei primi 15 giorni di agosto sono stati eseguiti 1.230 interventi, che hanno portato a scoprire 789 violazioni, di cui 363 per mancata esposizione dei prezzi e 426 per inosservanza degli obblighi di comunicazione all’osservatorio dei prezzi sul carburante. Il problema, però, è che questa pur meritoria attività sia un po’ come fermare il vento con le mani, se è vero che nulla è riuscito ad arrestare la corsa al rialzo.
Tanto che, prevedibilmente, la questione è divenuta da economica a politica, dopo i ripetuti interventi del ministro Adolfo Urso, cui sono seguite reazioni polemiche dell’opposizione e di sostegno della maggioranza. Mercoledì Urso era intervenuto una prima volta con una nota siglata dal suo ministero, nel tentativo di spiegare che «il prezzo industriale della benzina, depurato dalle accise, è inferiore rispetto ad altri Paesi europei, come Francia, Spagna e Germania» e che «è falso quanto affermano alcuni esponenti politici che il prezzo di benzina e gasolio sia fuori controllo, anzi vero il contrario: l’Italia ha fatto meglio di altri Paesi europei». Parole che hanno innescato l’immediata reazione polemica di tutti i partiti dell’opposizione, i quali hanno battuto proprio sul tasto delle accise, incalzando l’esecutivo di ripristinare il taglio delle stesse, deciso dal governo Draghi, confermato dal governo Meloni per poi essere sospeso nell’ultima legge di Bilancio per dare priorità ad altri interventi. E ieri Urso è intervenuto una seconda volta, sempre per difendere il suo operato e quello dell’intero esecutivo e rivendicare l’efficacia delle norme sulla trasparenza e dei controlli. «Ci hanno mandato la foto di un distributore», ha detto, «che vendeva la benzina a 2,7 euro al litro e noi abbiamo mandato la Guardia di finanza. Questo dimostra che il cartello con il prezzo medio dei carburanti che i distributori devono esporre dallo scorso primo agosto funziona. I prezzi», ha proseguito, «sono saliti meno di quanto avvenuto alla fonte. E se si tolgono le accise», ha ribadito, «si vede che il prezzo industriale dei carburanti in Italia è inferiore a quello di Francia, Germania e Spagna».
Prevedibilmente, anche il secondo intervento del ministro ha rinfocolato la polemica politica agostana che si sta concentrando, per la verità, sul caro prezzi in generale, ivi compresi settori come la ristorazione, l’alberghiero o il balneare, oltre ovviamente ai voli. Il responsabile economia del Pd, Antonio Misiani, chiede al governo «atti concreti», alludendo all’implementazione di una serie di norme messe in cantiere negli scorsi mesi, come «l’app pubblica che era prevista dal decreto Trasparenza per informare gli italiani sull’andamento dei prezzi» o «la norma sull’accisa mobile prevista che dovrebbe scattare in caso di aumenti sopra determinate soglie per contenere i prezzi dei carburanti». Per i pentastellati ha parlato il senatore Stefano Patuanelli, che in passato si è seduto sulla stessa poltrona di Urso e rinfaccia all’esecutivo di aver «perfino eliminato gli sconti sulle accise decisi dai governi che l’hanno preceduto», mentre dal fronte Terzo polo Matteo Richetti chiede al premier Giorgia Meloni di «intervenire con un provvedimento urgente».
Nel perimetro della maggioranza si fa quadrato attorno a Urso: il presidente della commissione Lavoro del Senato, Francesco Zaffini (di Fdi), ha controbattuto all’opposizione che «le accise sulla benzina servono per tagliare il cuneo fiscale a favore dei salari più bassi e a sostenere le famiglie bisognose», e il leader di Noi moderati Maurizio Lupi sprona l’esecutivo a proseguire sulla strada del «sostegno a famiglie e imprese». Nel dibattito si sono inserite anche le associazioni dei consumatori: per Federcontribuenti «il prezzo della benzina potrebbe essere ridotto di 20 centesimi al litro senza nessuna conseguenza negativa sulle casse dello Stato», aggiungendo che serve «una risposta seria e concreta mettendo per fermare questo tsunami», mentre Assoutenti fa notare che «l’aumento degli ultimi giorni si verifica nonostante il calo del petrolio, le cui quotazioni sono scese sia per il Brent che per il Wti».
Firme taroccate sul salario minimo
Quando si parla di «grande partecipazione» o di «successo popolare», bisogna sempre essere cauti, perché dietro l’angolo della retorica può nascondersi il più classico dei boomerang. Così pare essere per la sinistra con la tanto sbandierata petizione per l’introduzione del salario minimo nel nostro Paese, che fa da sponda alla proposta di legge presentata qualche settimana fa in Parlamento da tutti i partiti dell’opposizione, eccezion fatta per Italia viva. Ebbene, come ha fatto notare il quotidiano Libero, la procedura per apporre una firma online alla petizione stessa è abbastanza «allegra», poiché sostanzialmente priva di alcun controllo degno di questo nome sull’identità dei firmatari.
La cosa sarebbe talmente all’acqua di rose che non solo si può mettere un nome falso, ma addirittura un nome di fantasia, come per esempio quello di un supereroe dei fumetti o di un personaggio storico. E dallo stesso indirizzo mail la petizione può essere sottoscritta quante volte si vuole. Così è consentito a ciascuno di votare più di una volta, incrementando in maniera esponenziale i numeri della petizione stessa.
Negli ultimi giorni, molti esponenti dei partiti promotori della raccolta di firme hanno diffuso più di un comunicato nel quale si aggiornava il conto trionfale delle adesioni: 100.000 dopo il primo giorno, più di 200.000 ieri. Il più attivo al pallottoliere è senz’altro il duumviro dell’Alleanza Verdi-Sinistra Angelo Bonelli, che dopo aver suonato la grancassa a quota 100.000 l’ha suonata una seconda volta: «Siamo tra i pochi Paesi in Europa che non applicano il salario minimo», ha detto, «per questo continua la nostra mobilitazione con più di 240.000 firme raccolte dalle opposizioni». Intuendo forse la mala parata sulla raccolta online, i grillini sudtirolesi hanno voluto mettere in rilievo il fatto che loro hanno approntato dei banchetti, dove l’inganno è sempre possibile ma in presenza appare molto più arduo.
E di inganno parlano a gran voce i parlamentari della maggioranza, soprattutto quelli di Fdi, accusati dall’opposizione di voler affossare la loro proposta di legge: dal capogruppo alla Camera Tommaso Foti arriva un’accusa sull’aspetto politico: per Foti «nella proposta dell’opposizione c’è la truffa: si firma per il salario minimo “subito” ma c’è scritto che va in vigore il 15 novembre del 2024. E non è finanziato, perché sono previsti benefici a favore delle imprese ma si demanda alla legge di bilancio di reperirne i fondi. Tutto subito», aggiunge Foti, «è un retaggio del ‘68 dei comunisti mal maturi. Noi», prosegue, «agiremo più in fretta dell’opposizione, vogliamo una soluzione che preveda il salario minimo attraverso l’estensione dei contratti in essere anche a quelli pirata e sui salari troppo bassi vanno rinnovati i contratti collettivi alla scadenza». Il capogruppo in commissione Lavoro alla Camera, Marta Schifone, di Fdi, stuzzica l’opposizione sulla vicenda delle firme farlocche, parlando di uno «psicodramma»: «Il tanto sbandierato successo della petizione », afferma, «è una fake news. Chiedono agli italiani in buona fede di firmare per il salario minimo, ma il sistema di raccolta delle firme non verifica nulla; tanto che tra i firmatari risultano anche Stalin, Sbirulino e l’Ape Maia. Per non parlare della proposta di legge che abbiamo smontato pezzo per pezzo: dall’esclusione dall’ambito di applicazione del lavoro domestico, alla improbabile richiesta di coperture al governo per finanziare i benefici da accordare alle imprese; fino alla più grave “dimenticanza” che si scrive salario minimo “subito” e si legge 15 novembre 2024».
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Aumenta anche il diesel. Adolfo Urso difende il decreto Trasparenza mentre Pd e 5 stelle attaccano il governo chiedendo sconti sulle accise. Fdi fa quadrato intorno al ministro: «Servono a tagliare il cuneo fiscale».Firme taroccate sul salario minimo: l’opposizione si vanta di aver superato le 240.000 adesioni alla propria petizione. Ma il sistema non blocca partecipazioni multiple con la stessa mail e identità false.Lo speciale contiene due articoli.Pare non esserci più fine alla corsa al rialzo dei prezzi dei carburanti. Secondo i dati diffusi dall’aggiornamento quotidiano del ministero delle Imprese e del made in Italy, la giornata di ieri ha fatto registrare il diciassettesimo aumento consecutivo nella rete autostradale. Il prezzo medio della benzina, per il self service, è salito infatti a 2,019 euro al litro, mentre quello del gasolio è aumentato fino a 1,928. Stabili, seppure alti, i prezzi del Gpl e del metano per il servito, rispettivamente a 0,842 e 1,528 euro al litro. Una situazione ai limiti del sostenibile, per la quale la Guardia di finanza ha intensificato i controlli per fare in modo che le norme sulla trasparenza dei prezzi vengano rispettate. Sempre secondo i dati diffusi dal Mimit, nei primi 15 giorni di agosto sono stati eseguiti 1.230 interventi, che hanno portato a scoprire 789 violazioni, di cui 363 per mancata esposizione dei prezzi e 426 per inosservanza degli obblighi di comunicazione all’osservatorio dei prezzi sul carburante. Il problema, però, è che questa pur meritoria attività sia un po’ come fermare il vento con le mani, se è vero che nulla è riuscito ad arrestare la corsa al rialzo.Tanto che, prevedibilmente, la questione è divenuta da economica a politica, dopo i ripetuti interventi del ministro Adolfo Urso, cui sono seguite reazioni polemiche dell’opposizione e di sostegno della maggioranza. Mercoledì Urso era intervenuto una prima volta con una nota siglata dal suo ministero, nel tentativo di spiegare che «il prezzo industriale della benzina, depurato dalle accise, è inferiore rispetto ad altri Paesi europei, come Francia, Spagna e Germania» e che «è falso quanto affermano alcuni esponenti politici che il prezzo di benzina e gasolio sia fuori controllo, anzi vero il contrario: l’Italia ha fatto meglio di altri Paesi europei». Parole che hanno innescato l’immediata reazione polemica di tutti i partiti dell’opposizione, i quali hanno battuto proprio sul tasto delle accise, incalzando l’esecutivo di ripristinare il taglio delle stesse, deciso dal governo Draghi, confermato dal governo Meloni per poi essere sospeso nell’ultima legge di Bilancio per dare priorità ad altri interventi. E ieri Urso è intervenuto una seconda volta, sempre per difendere il suo operato e quello dell’intero esecutivo e rivendicare l’efficacia delle norme sulla trasparenza e dei controlli. «Ci hanno mandato la foto di un distributore», ha detto, «che vendeva la benzina a 2,7 euro al litro e noi abbiamo mandato la Guardia di finanza. Questo dimostra che il cartello con il prezzo medio dei carburanti che i distributori devono esporre dallo scorso primo agosto funziona. I prezzi», ha proseguito, «sono saliti meno di quanto avvenuto alla fonte. E se si tolgono le accise», ha ribadito, «si vede che il prezzo industriale dei carburanti in Italia è inferiore a quello di Francia, Germania e Spagna».Prevedibilmente, anche il secondo intervento del ministro ha rinfocolato la polemica politica agostana che si sta concentrando, per la verità, sul caro prezzi in generale, ivi compresi settori come la ristorazione, l’alberghiero o il balneare, oltre ovviamente ai voli. Il responsabile economia del Pd, Antonio Misiani, chiede al governo «atti concreti», alludendo all’implementazione di una serie di norme messe in cantiere negli scorsi mesi, come «l’app pubblica che era prevista dal decreto Trasparenza per informare gli italiani sull’andamento dei prezzi» o «la norma sull’accisa mobile prevista che dovrebbe scattare in caso di aumenti sopra determinate soglie per contenere i prezzi dei carburanti». Per i pentastellati ha parlato il senatore Stefano Patuanelli, che in passato si è seduto sulla stessa poltrona di Urso e rinfaccia all’esecutivo di aver «perfino eliminato gli sconti sulle accise decisi dai governi che l’hanno preceduto», mentre dal fronte Terzo polo Matteo Richetti chiede al premier Giorgia Meloni di «intervenire con un provvedimento urgente».Nel perimetro della maggioranza si fa quadrato attorno a Urso: il presidente della commissione Lavoro del Senato, Francesco Zaffini (di Fdi), ha controbattuto all’opposizione che «le accise sulla benzina servono per tagliare il cuneo fiscale a favore dei salari più bassi e a sostenere le famiglie bisognose», e il leader di Noi moderati Maurizio Lupi sprona l’esecutivo a proseguire sulla strada del «sostegno a famiglie e imprese». Nel dibattito si sono inserite anche le associazioni dei consumatori: per Federcontribuenti «il prezzo della benzina potrebbe essere ridotto di 20 centesimi al litro senza nessuna conseguenza negativa sulle casse dello Stato», aggiungendo che serve «una risposta seria e concreta mettendo per fermare questo tsunami», mentre Assoutenti fa notare che «l’aumento degli ultimi giorni si verifica nonostante il calo del petrolio, le cui quotazioni sono scese sia per il Brent che per il Wti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/benzina-su-per-17-giorni-2664045402.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="firme-taroccate-sul-salario-minimo" data-post-id="2664045402" data-published-at="1692360188" data-use-pagination="False"> Firme taroccate sul salario minimo Quando si parla di «grande partecipazione» o di «successo popolare», bisogna sempre essere cauti, perché dietro l’angolo della retorica può nascondersi il più classico dei boomerang. Così pare essere per la sinistra con la tanto sbandierata petizione per l’introduzione del salario minimo nel nostro Paese, che fa da sponda alla proposta di legge presentata qualche settimana fa in Parlamento da tutti i partiti dell’opposizione, eccezion fatta per Italia viva. Ebbene, come ha fatto notare il quotidiano Libero, la procedura per apporre una firma online alla petizione stessa è abbastanza «allegra», poiché sostanzialmente priva di alcun controllo degno di questo nome sull’identità dei firmatari. La cosa sarebbe talmente all’acqua di rose che non solo si può mettere un nome falso, ma addirittura un nome di fantasia, come per esempio quello di un supereroe dei fumetti o di un personaggio storico. E dallo stesso indirizzo mail la petizione può essere sottoscritta quante volte si vuole. Così è consentito a ciascuno di votare più di una volta, incrementando in maniera esponenziale i numeri della petizione stessa. Negli ultimi giorni, molti esponenti dei partiti promotori della raccolta di firme hanno diffuso più di un comunicato nel quale si aggiornava il conto trionfale delle adesioni: 100.000 dopo il primo giorno, più di 200.000 ieri. Il più attivo al pallottoliere è senz’altro il duumviro dell’Alleanza Verdi-Sinistra Angelo Bonelli, che dopo aver suonato la grancassa a quota 100.000 l’ha suonata una seconda volta: «Siamo tra i pochi Paesi in Europa che non applicano il salario minimo», ha detto, «per questo continua la nostra mobilitazione con più di 240.000 firme raccolte dalle opposizioni». Intuendo forse la mala parata sulla raccolta online, i grillini sudtirolesi hanno voluto mettere in rilievo il fatto che loro hanno approntato dei banchetti, dove l’inganno è sempre possibile ma in presenza appare molto più arduo. E di inganno parlano a gran voce i parlamentari della maggioranza, soprattutto quelli di Fdi, accusati dall’opposizione di voler affossare la loro proposta di legge: dal capogruppo alla Camera Tommaso Foti arriva un’accusa sull’aspetto politico: per Foti «nella proposta dell’opposizione c’è la truffa: si firma per il salario minimo “subito” ma c’è scritto che va in vigore il 15 novembre del 2024. E non è finanziato, perché sono previsti benefici a favore delle imprese ma si demanda alla legge di bilancio di reperirne i fondi. Tutto subito», aggiunge Foti, «è un retaggio del ‘68 dei comunisti mal maturi. Noi», prosegue, «agiremo più in fretta dell’opposizione, vogliamo una soluzione che preveda il salario minimo attraverso l’estensione dei contratti in essere anche a quelli pirata e sui salari troppo bassi vanno rinnovati i contratti collettivi alla scadenza». Il capogruppo in commissione Lavoro alla Camera, Marta Schifone, di Fdi, stuzzica l’opposizione sulla vicenda delle firme farlocche, parlando di uno «psicodramma»: «Il tanto sbandierato successo della petizione », afferma, «è una fake news. Chiedono agli italiani in buona fede di firmare per il salario minimo, ma il sistema di raccolta delle firme non verifica nulla; tanto che tra i firmatari risultano anche Stalin, Sbirulino e l’Ape Maia. Per non parlare della proposta di legge che abbiamo smontato pezzo per pezzo: dall’esclusione dall’ambito di applicazione del lavoro domestico, alla improbabile richiesta di coperture al governo per finanziare i benefici da accordare alle imprese; fino alla più grave “dimenticanza” che si scrive salario minimo “subito” e si legge 15 novembre 2024».
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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