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2025-12-12
«Multinazionale» della truffa spolpa il Duomo di Firenze: rubati due milioni alla Onlus
Santa Maria del Fiore (iStock)
A contribuire al montepremi monstre c’è anche un colpaccio. Il più remunerativo. Quello che ha creato un buco nero nei conti di una Onlus fiorentina, l’Opera di Santa Maria del Fiore, ovvero l’ente che custodisce il Duomo di Firenze, il campanile di Giotto e il Battistero di San Giovanni. L’associazione sarebbe stata «indotta», secondo l’accusa, a pagare 1.785.000 euro «su un conto corrente fittizio» per il restauro del Complesso Eugeniano. La cricca si era infilata nelle email tra l’ente e l’impresa edile, aveva clonato le comunicazioni e deviato il bonifico. Gli inquirenti lo chiamano schema «man in the middle», letteralmente «l’uomo nel mezzo». E quell’uomo, ritengono gli investigatori, sarebbe un soggetto «gravato da numerosi precedenti di polizia». L’Iban della società sul quale era stato inviato il bonifico era riconducibile a lui.
La cifra è poi stata spezzettata e girata su altri conti correnti. Da lì il resto è venuto giù come una valanga. La Squadra mobile, dopo la denuncia del direttore della Onlus, ha cominciato a seguire il denaro e ha trovato una costellazione di conti correnti: italiani, lussemburghesi, polacchi, lituani, spagnoli, tedeschi, nigeriani e croati. E soprattutto ha individuato due fratelli italiani, Luca e Daniele Bertoli. Per la Procura sono avrebbero ricevuto, spezzato, disperso e riconsegnato il denaro «provento di frodi informatiche e fiscali».
Nel provvedimento di fermo per nove dei 13 indagati (altre 21 persone sono state perquisite) si legge che uno dei due fratelli Bertoli, Luca (nome al quale viene legata la truffa alla Onlus fiorentina), e Antonino Giuseppe De Salvo sarebbero «il fulcro dell’intera indagine» e che gli accertamenti hanno svelato «l’esistenza di un gruppo dedito in via esclusiva all’attività di riciclaggio di denaro provento di frodi fiscali o, in altri casi, di frodi informatiche». Mezzo milione di euro in contanti è saltato fuori dagli armadi, dai cassetti e dalle auto. È stato proprio uno dei fratelli Bertoli a vuotare il sacco. Ha raccontato che gli fu proposto di ricevere «un importo di 250.000 euro per conto di altre persone che avevano necessità di monetizzare e fare dei pagamenti» e che lui avrebbe dovuto trasferire quei soldi «in favore di altri».
In cambio avrebbe trattenuto il 5%, da dividere con chi aveva mediato. Dalle carte emerge che la Srl di Bertoli era una società fantasma: sede fittizia, nessun bilancio, nessun dipendente, zero dichiarazioni fiscali. Serviva, secondo l’accusa, a emettere fatture per operazioni inesistenti e a far girare il denaro. Lo stesso valeva per un’impresa di costruzioni di proprietà di Chunhui Hu, detta «Sharon», che aveva la disponibilità di conti esteri sui quali far scivolare i fondi illeciti che, infine, diventavano contanti. E per lo scambio di denaro «si è presentata sua maestà in persona […] tutta vestita Versace», commentano i due fratelli a telefono.
Un passo falso, che ha permesso agli investigatori di individuare la donna. E poi il «sistema» che, secondo l’accusa, funzionava così: le società cartiere emettevano fatture per operazioni inesistenti, gli imprenditori compiacenti pagavano, il denaro veniva spostato su conti esteri e da lì rientrava in Italia in contanti. «Sharon» si appoggiava a due connazionali, Weihong Xu e Huihui Hong, incaricati di recuperare i soldi dai conti esteri e di consegnarlo a Bertoli. Gli appuntamenti avvenivano in via Asiago, rapidissimi, con i pacchi di contanti riconsegnati agli italiani grazie a un «pin» per evitare errori. Gli imprenditori, italiani e albanesi, compravano questo «servizio» per evadere tasse o per riciclare proventi illeciti.
La commissione era chiara: tra il 2 e il 7% trattenuto dalla rete, più un altro 2% destinato ai due intermediari italiani. È così che si arriva ai 30 milioni di euro movimentati in sei mesi. Uno degli snodi chiave è datato 4 settembre. Quel giorno gli agenti fermano un’auto con a bordo la cinese Hong. Nascosti in sacchetti di plastica ci sono 197.220 euro. La somma era divisa in mazzette da 10.000 euro. Nel provvedimento di fermo la Procura scrive che la Hong «compiva operazioni tali da ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa di denaro contante». Il ritratto perfetto degli «spalloni» d’antan. Ma è a questo punto che gli indagati avrebbero fatto un altro passo falso. Sul telefono cellulare di uno degli indagati arriva la fotografia del verbale di sequestro del denaro. E in chat compare un commento: «Siamo sfigati». «In tal modo», sottolineano gli inquirenti, «rivendicando la paternità della somma di denaro» e «palesando il proprio diretto interesse al rientro dei contanti».
Proprio Luca Bertoli sperava di poter concludere l’ultima operazione prima di lasciare l’Italia: «Sto aspettando il 13 di pagarvi poi scappo, poi me ne vado». Parole captate dagli inquirenti e sottolineate nelle esigenze cautelari.
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Scoperto un sodalizio criminale basato in Lombardia dedito a frodi fiscali e riciclaggio. Intercettato il maxi bonifico dell’ente. Nella cricca italiani, cinesi, albanesi e nigeriani.Ovunque ci fossero soldi da ripulire c’era la multinazionale di via Asiago a Milano. Lì, nelle vicinanze del domicilio di Chunhui Hu, una dei quattro cittadini cinesi coinvolti, venivano distribuiti i proventi del maxi sistema di riciclaggio che i 13 indagati (sette italiani, un nigeriano, un albanese e i quattro cinesi) erano riusciti a mettere in piedi e che, hanno scoperto gli inquirenti di Brescia, aveva già movimentato 30 milioni di euro in soli sei mesi, facendoli sparire e ricomparire altrove dopo averli puliti con false fatture.A contribuire al montepremi monstre c’è anche un colpaccio. Il più remunerativo. Quello che ha creato un buco nero nei conti di una Onlus fiorentina, l’Opera di Santa Maria del Fiore, ovvero l’ente che custodisce il Duomo di Firenze, il campanile di Giotto e il Battistero di San Giovanni. L’associazione sarebbe stata «indotta», secondo l’accusa, a pagare 1.785.000 euro «su un conto corrente fittizio» per il restauro del Complesso Eugeniano. La cricca si era infilata nelle email tra l’ente e l’impresa edile, aveva clonato le comunicazioni e deviato il bonifico. Gli inquirenti lo chiamano schema «man in the middle», letteralmente «l’uomo nel mezzo». E quell’uomo, ritengono gli investigatori, sarebbe un soggetto «gravato da numerosi precedenti di polizia». L’Iban della società sul quale era stato inviato il bonifico era riconducibile a lui. La cifra è poi stata spezzettata e girata su altri conti correnti. Da lì il resto è venuto giù come una valanga. La Squadra mobile, dopo la denuncia del direttore della Onlus, ha cominciato a seguire il denaro e ha trovato una costellazione di conti correnti: italiani, lussemburghesi, polacchi, lituani, spagnoli, tedeschi, nigeriani e croati. E soprattutto ha individuato due fratelli italiani, Luca e Daniele Bertoli. Per la Procura sono avrebbero ricevuto, spezzato, disperso e riconsegnato il denaro «provento di frodi informatiche e fiscali». Nel provvedimento di fermo per nove dei 13 indagati (altre 21 persone sono state perquisite) si legge che uno dei due fratelli Bertoli, Luca (nome al quale viene legata la truffa alla Onlus fiorentina), e Antonino Giuseppe De Salvo sarebbero «il fulcro dell’intera indagine» e che gli accertamenti hanno svelato «l’esistenza di un gruppo dedito in via esclusiva all’attività di riciclaggio di denaro provento di frodi fiscali o, in altri casi, di frodi informatiche». Mezzo milione di euro in contanti è saltato fuori dagli armadi, dai cassetti e dalle auto. È stato proprio uno dei fratelli Bertoli a vuotare il sacco. Ha raccontato che gli fu proposto di ricevere «un importo di 250.000 euro per conto di altre persone che avevano necessità di monetizzare e fare dei pagamenti» e che lui avrebbe dovuto trasferire quei soldi «in favore di altri». In cambio avrebbe trattenuto il 5%, da dividere con chi aveva mediato. Dalle carte emerge che la Srl di Bertoli era una società fantasma: sede fittizia, nessun bilancio, nessun dipendente, zero dichiarazioni fiscali. Serviva, secondo l’accusa, a emettere fatture per operazioni inesistenti e a far girare il denaro. Lo stesso valeva per un’impresa di costruzioni di proprietà di Chunhui Hu, detta «Sharon», che aveva la disponibilità di conti esteri sui quali far scivolare i fondi illeciti che, infine, diventavano contanti. E per lo scambio di denaro «si è presentata sua maestà in persona […] tutta vestita Versace», commentano i due fratelli a telefono. Un passo falso, che ha permesso agli investigatori di individuare la donna. E poi il «sistema» che, secondo l’accusa, funzionava così: le società cartiere emettevano fatture per operazioni inesistenti, gli imprenditori compiacenti pagavano, il denaro veniva spostato su conti esteri e da lì rientrava in Italia in contanti. «Sharon» si appoggiava a due connazionali, Weihong Xu e Huihui Hong, incaricati di recuperare i soldi dai conti esteri e di consegnarlo a Bertoli. Gli appuntamenti avvenivano in via Asiago, rapidissimi, con i pacchi di contanti riconsegnati agli italiani grazie a un «pin» per evitare errori. Gli imprenditori, italiani e albanesi, compravano questo «servizio» per evadere tasse o per riciclare proventi illeciti. La commissione era chiara: tra il 2 e il 7% trattenuto dalla rete, più un altro 2% destinato ai due intermediari italiani. È così che si arriva ai 30 milioni di euro movimentati in sei mesi. Uno degli snodi chiave è datato 4 settembre. Quel giorno gli agenti fermano un’auto con a bordo la cinese Hong. Nascosti in sacchetti di plastica ci sono 197.220 euro. La somma era divisa in mazzette da 10.000 euro. Nel provvedimento di fermo la Procura scrive che la Hong «compiva operazioni tali da ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa di denaro contante». Il ritratto perfetto degli «spalloni» d’antan. Ma è a questo punto che gli indagati avrebbero fatto un altro passo falso. Sul telefono cellulare di uno degli indagati arriva la fotografia del verbale di sequestro del denaro. E in chat compare un commento: «Siamo sfigati». «In tal modo», sottolineano gli inquirenti, «rivendicando la paternità della somma di denaro» e «palesando il proprio diretto interesse al rientro dei contanti». Proprio Luca Bertoli sperava di poter concludere l’ultima operazione prima di lasciare l’Italia: «Sto aspettando il 13 di pagarvi poi scappo, poi me ne vado». Parole captate dagli inquirenti e sottolineate nelle esigenze cautelari.
Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.