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L'ex Ilva di Taranto (Ansa)

Fiumi di inchiostro, decreti «salva-Ilva» vergati nella notte e smentiti all’alba. Una processione di potenziali acquirenti stranieri accolti come Re Magi carichi d’oro. Tanto teatro per scoprire che l’acciaio italiano non muore sui mercati globali né sotto i colpi della concorrenza cinese, ma nelle stanze della Corte d’Appello di Milano.

Con un colpo di penna, le toghe sono riuscite dove concorrenza e crisi avevano fallito. Hanno preso i bandi di gara per la vendita del gruppo – fogli di carta su cui si reggevano le residue speranze del più grande stabilimento siderurgico d’Europa con 20 mila occupati e 12 milioni di produzione – e li hanno trasformati in carta straccia. Dopo tre ore di riunione il governo ha deciso di ricominciare. Il verdetto dei giudici è perentorio: novanta giorni di tempo per ripulire l’area a caldo di Taranto dall’amianto e dalle polveri sottili. Da Acciaierie d’Italia hanno fatto notare, che rimuovere una simile montagna in tre mesi è tecnicamente impossibile. È come chiedere di svuotare l’oceano con un cucchiaino, pretendendo pure che sia d’argento. Di fronte a questo scenario apocalittico, qual è la risposta immediata, il riflesso condizionato della Cgil e dei sindacati? Otto ore di sciopero in tutto il gruppo. Viene da chiedersi, con il dovuto sarcasmo: contro chi incrociano le braccia i metalmeccanici? Contro il meteo? Contro il destino cinico e baro? O forse contro la Corte d’Appello di Milano?

Immaginare le tre confederazioni che proclamano la mobilitazione generale contro un decreto giudiziario è surreale. Ma il vero capolavoro d’ipocrisia spetta alla Fiom. La sigla rossa si scaglia oggi contro le conseguenze del provvedimento, dimenticando con amnesia selettiva di essersi schierata pancia a terra contro il referendum sulla giustizia. Quella riforma che, limitando la discrezionalità delle toghe, avrebbe forse evitato che un tribunale decidesse autonomamente la politica industriale di un Paese del G7. Niente da fare: per la Fiom i giudici erano intoccabili: sacerdoti di una verità rivelata. Oggi che applicano quella stessa severità ideologica distruggendo il lavoro, la colpa è magicamente del governo. La Fiom non ha dubbi sui colpevoli, purché abbiano la cravatta ministeriale e non la toga.

A Palazzo Chigi la disperazione ha indossato l’abito dell’amarezza istituzionale. Alfredo Mantovano, sottosegretario alla Presidenza e uomo notoriamente incline alla misurazione geometrica delle parole, non ha nascosto il retrogusto tossico della sentenza. Ha parlato apertamente di una «singolare sincronia» tra l’orologio del governo su Taranto e il calendario della magistratura. Un tempismo perfetto, se non fosse che rischia di lasciare sul selciato migliaia di famiglie. C’è chi, tra i promotori del ricorso giudiziario, ha esultato parlando di «scacco matto». Ma Mantovano ha gelato i sorrisi: questa non è una partita a scacchi, ma la spina dorsale di un intero sistema industriale. Niente re e regine da muovere sulla scacchiera della demagogia, solo operai in carne e ossa. Mentre il destino industriale della grande fabbica si compie, non si può non rivolgere un pensiero affettuoso a Silvia Salis, l’ex martellista eletta sindaco di Genova.

Con encomiabile ottimismo olimpico, si è affrettata a dichiarare che l’azzeramento della gara e lo stop all’area a caldo sono, in fondo, una grande opportunità. Certo, gli indiani di Jindal e gli americani di Flacks, che erano in fila per l’intero pacchetto, ringraziano sentitamente e preparano le valigie. Ma la Salis non dispera: dice che ora, concentrandosi sulla sola lavorazione a freddo, la gara attirerà «altri gruppi, anche nazionali». Praticamente un successo clamoroso. Peccato che l’acciaio a freddo vada prima prodotto, e senza i forni di Taranto, lo stabilimento genovese di Cornigliano rischia di diventare una magnifica cattedrale nel deserto. Se Taranto piange, il Nord non ride affatto. La fine dell’area a caldo pugliese è una bomba a frammentazione che viaggia rapida sui binari della penisola. Novi Ligure e Racconigi scoprono oggi che il pacchetto è stato dimezzato. I contraccolpi occupazionali minacciano di tradursi in migliaia di lettere di licenziamento e cassa integrazione a pioggia.

A tentare di governare questo caos, al fianco dei ministri Giorgetti, Urso e Calderone, ci sono i commissari straordinari, trasformati di colpo da venditori a custodi di un’azienda fantasma. Il tavolo tecnico è già apparecchiato per martedì prossimo al Mimit, dove si cercherà di sfruttare ogni singolo minuto dei 90 giorni concessi prima dello stop. Si dovranno riscrivere i bandi da capo, inventandosi un’architettura industriale per piazzare la sola lavorazione a freddo. Un richiamo disperato patriottismo – invocando magari una Federacciai salvatrice dell’ultima ora – che sa tanto di ultima spiaggia, con i ministeri che cercano di rianimare un paziente a cui i giudici hanno già staccato la spina, mentre il sindacato sciopera contro la rianimazione.

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