Carlo Messina si presenta all’appuntamento con gli analisti senza effetti speciali. Gli basta aprire il bilancio. Il primo semestre di Intesa Sanpaolo è il migliore nella storia della banca e il numero uno del gruppo lo dice subito. Sul tavolo ci sono utili record, dividendi generosi e una previsione ambiziosa: a fine anno il risultato netto sarà superiore ai 10 miliardi previsti. Ma i conti sono soltanto metà della storia. L’altra metà ha il volto antico di Siena. Il messaggio è semplice: l’Opas da oltre 30 miliardi non cambia.
Anzi, a dire il vero è il mercato ad averla resa ancora più ricca. L’aumento delle quotazioni ha fatto lievitare il valore dell’offerta fino a sfiorare i 34 miliardi. Un regalo arrivato direttamente dalla Borsa, non dal consiglio di amministrazione di Intesa. Per questo Messina chiude subito la porta a qualsiasi ipotesi di rilancio. «Zero possibilità» dice. La convinzione nasce anche dalla forza dell’operazione. Mettere insieme tutti i tasselli consentirà di raggiungere i 2.000 miliardi di euro di attività finanziarie della clientela entro il 2029, così come un utile netto superiore a 16 miliardi di euro. A questo si aggiunge una distribuzione totale, a favore degli azionisti, che per i soci di Mps raggiunge i 61 miliardi tra il 2025 e il 2029. Nel conteggio dividendi, valore dell’Opas e buyback. Per il banchiere non esistono rischi di integrazione. Il tutto accompagnato da un piano occupazionale che promette 13.000 nuove assunzioni. Se sui numeri Messina appare rilassato, quando il discorso scivola sulle tensioni interne a Montepaschi cambia registro. Le ultime settimane hanno riportato Siena al centro di una nuova tempesta societaria. Tre consiglieri espressione delle minoranze (ma con un’assenza pesante come quella di Corrado Passera ex ad di Intesa) cui si è aggiunta la rappresentante di Assogestioni hanno contestato l’amministratore delegato Luigi Lovaglio. Il numero uno di Intesa osserva: «È difficile capire come Mps possa trovarsi ancora in questa situazione dopo tutto quello che è accaduto negli ultimi mesi». Ricordo del curioso balletto che ha visto prima l’allontanamento e poi il ritorno di Lovaglio. Per Messina la soluzione è una sola: portare Montepaschi dentro Intesa significherebbe restituirle stabilità. Insomma basta drammi, è tempo di normalità. Le frecciate non finiscono qui.
Da Siena, infatti, continuano a filtrare indiscrezioni su possibili contromosse. Tra le ipotesi c’è quella di un matrimonio alternativo con Banco Bpm accompagnato da una distribuzione straordinaria di capitale agli azionisti. Per finanziarlo c’è il patrimonio in eccesso o addirittura la vendita della partecipazione in Generali ereditata attraverso Mediobanca.
Messina smonta queste costruzioni. Vendere il 13% del Leone di Trieste, spiega, è molto complicato. Serve un compratore di livello. UniCredit? «Abbiamo grande rispetto, ma non credo siano pronti a comprare una partecipazione di queste dimensioni». Anche immaginando l’arrivo di giganti internazionali come Allianz o Axa, il problema non sparisce. Anzi, rischia di aggravarsi. La vendita direttamente in Borsa di una quota tanto consistente potrebbe provocare al titolo Generali perdite del 20% con effetti negativi proprio per quegli azionisti che si vorrebbe premiare.
Per questo il banchiere invita a smetterla con le bolle di sapone. La distribuzione del capitale in eccesso infatti dovrebbe superare l’esame dell’assemblea straordinaria dei soci e poi della Bce. Complicato. C’è poi un altro ostacolo, meno visibile ma ancora più difficile da aggirare. Si chiama passivity rule, la norma che durante un’Offerta pubblica limita le operazioni straordinarie. Messina liquida la questione con una battuta: a Siena, osserva, sembra esserci ancora qualche difficoltà nel comprendere il funzionamento della regola.
Nel frattempo, ricorda, Montepaschi non è più la banca che era qualche mese fa. L’integrazione con Mediobanca ne ha cambiato profondamente il profilo industriale. Alla tradizionale attività di banca commerciale si è aggiunta l’ investment banking modificando il livello di rischio del gruppo. Ed è proprio questo il punto. Con una trasformazione così profonda appare difficile immaginare che la Bce possa autorizzare una distribuzione straordinaria di capitale tanto generosa.
E se anche Francoforte dovesse sorprendere concedendo il via libera, l’effetto sarebbe paradossale: cambierebbero i rapporti tra i due titoli e Intesa sarebbe costretta a ricalcolare il concambio dell’Opas. L’arma difensiva diventerebbe boomerang.
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