Chi, durante la pandemia, ha osato avanzare dubbi sulla somministrazione di massa dei vaccini a mRna – una tecnologia applicata allora per la prima volta su larga scala – è stato a lungo tacciato di «negazionismo», termine fino ad allora riservato a chi negava la realtà storica dell’Olocausto.
La prudenza verso un nuovo prodotto farmaceutico veniva equiparata a uno scetticismo complessivo sulla scienza, come se questa fosse un contenuto definito anziché, prima di tutto, un metodo. A tal proposito, l’accordo extragiudiziale da 5,5 miliardi di dollari raggiunto da Johnson & Johnson per chiudere decine di migliaia di cause legate al suo talco, responsabile – secondo diversi tribunali – di aver causato malattie oncologiche, dovrebbe far riflettere.
La storia recente è costellata di scandali che hanno coinvolto Big pharma, ma il clima del periodo pandemico, alimentato da una narrazione mediatica a senso unico, impediva persino di ricordare la banale realtà di questi precedenti. Dal caso OxyContin di Purdue Pharma a quello del Vioxx di Merck, passando per l’antinfiammatorio Bextra di Pfizer, sono diversi gli esempi di farmaci presentati come sicurissimi e poi ritirati dal mercato dopo cause miliardarie. D’altronde, l’industria farmaceutica globale muove circa 1.800 miliardi di dollari all’anno, di cui oltre 1.000 miliardi concentrati nelle prime 20 aziende del settore. Che interessi economici di questa portata possano indurre a irregolarità non dovrebbe sorprendere nessuno.
La battaglia legale sul talco rappresenta una delle vicende giudiziarie e industriali più complesse e costose della storia recente. Un contenzioso epocale culminato nel maxi-accordo transattivo da 5,5 miliardi di dollari, finalizzato a estinguere la quasi totalità delle oltre 76.000 cause intentate negli Stati Uniti contro il colosso farmaceutico Johnson & Johnson. La vicenda affonda le sue radici nei primi anni Duemila, quando sono emerse le prime pesanti accuse. Al centro della disputa, una tesi inquietante: il minerale di talco, estratto da giacimenti spesso geologicamente contigui a quelli dell’amianto, conterrebbe microscopiche fibre asbestiformi. Secondo le accuse, l’uso prolungato e quotidiano della polvere per l’igiene intima avrebbe causato l’insorgenza di gravi patologie oncologiche, in particolare il tumore alle ovaie e il mesotelioma.
La pressione sul gruppo americano è diventata insostenibile a partire dal 2016, quando diversi tribunali statunitensi hanno iniziato a emettere verdetti di condanna con risarcimenti multimilionari a favore delle vittime. Il colpo reputazionale più duro è arrivato però nel 2018 dall’inchiesta della Reuters, che ha rivelato documenti interni da cui emergeva che i vertici di J&J fossero a conoscenza di potenziali contaminazioni da amianto già negli anni Sessanta e Settanta, scegliendo tuttavia di non informare il pubblico né le autorità regolatorie.
I riscontri della Food and Drug Administration, che nel 2019 ha trovato tracce di amianto in alcuni lotti, hanno accelerato la ritirata. Johnson & Johnson ha sospeso le vendite del borotalco a base di talco prima in Nord America nel 2020 e poi, nel 2023, a livello globale, sostituendolo con una versione a base di amido di mais. Pur accettando di versare 5,5 miliardi di dollari, Johnson & Johnson ha continuato a professare la propria innocenza, ribadendo la sicurezza scientifica dei propri prodotti e precisando che l’accordo è stato siglato esclusivamente per evitare decenni di ulteriori e logoranti battaglie giudiziarie.
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