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Il segretario generale della Nato Mark Rutte (Ansa)

«Abbiamo bisogno di una rivoluzione industriale della difesa in ambito transatlantico. Il ronzio dei macchinari deve trasformarsi in un ruggito»: il segretario generale della Nato, Mark Rutte, al vertice di Ankara, sfida il presidente della Fifa Gianni Infantino: chi dei due è il più servile verso Donald Trump? Il suo discorso è uno scoppiettante elogio dell’industria bellica, un impressionante spot a quella che un tempo si sarebbe definita la «corsa agli armamenti».

Musica per le orecchie del tycoon, visto e considerato che molti dei contratti miliardari annunciati da Rutte finiranno per arricchire le industrie americane. «La Cina», premette Rutte, «continua a modernizzare le proprie forze armate e ad espandere le capacità nucleari in assenza di trasparenza. La Corea del Nord prosegue nell’espansione del suo programma nucleare e nella fornitura di armamenti alla Russia. Ecco la situazione che ci troviamo ad affrontare; questa è la realtà con cui dobbiamo confrontarci. Per vincere questa sfida», si esalta Rutte, «abbiamo bisogno di una rivoluzione industriale della difesa in ambito transatlantico. Il ronzio dei macchinari deve trasformarsi in un ruggito. I governi hanno un ruolo fondamentale da svolgere: devono continuare a effettuare ordinativi a lungo termine e a stipulare contratti». Contratti, quelli stipulati e di cui si parla ad Ankara, del valore di oltre 50 miliardi di dollari. I principali: 40 miliardi in cinque anni per la piattaforma anti-droni «Nato drone edge». C’è poi l’ acquisto, come riporta l’agenzia Fps, di 10 nuovi aerei di sorveglianza Globaleye prodotti dalla svedese Saab che sostituiranno 14 aerei E-3 Awacs: i partecipanti a questa operazione sono Belgio, Canada, Danimarca, Germania, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Romania e Svezia, con l’industria europea e canadese in prima linea e un importante contributo da parte di aziende statunitensi (la canadese Bombardier, che li produce, collabora con aziende Usa per gli equipaggiamenti, che poi vanno in Saab e vengono integrati sul velivolo). Al via anche un’iniziativa di cooperazione industriale tra alleati europei e gli Stati Uniti dal valore di 2,81 miliardi di dollari alla quale partecipano Belgio, Canada, Finlandia, Germania, Paesi Bassi, Polonia, Norvegia, Svezia, Danimarca, Estonia, Italia, Lettonia, Lituania, Portogallo, Romania, Spagna e Regno Unito. Andiamo avanti: Danimarca, Finlandia, Germania e Norvegia acquisteranno fino a cinque droni MQ-4C Triton, prodotti dalla public company americana Northrop Grumman Corporation.

Tra gli altri progetti avviati, c’è Hybrid Alliance Layered Operations in Space, destinato a integrare i satelliti militari nazionali in una costellazione interoperabile capace di assicurare comunicazioni, intelligence e tracciamento missilistico; il Canada è entrato nel programma Starlift; la Spagna ha aderito all’Alliance Persistent Surveillance from Space, e la Turchia ha annunciato nuovi satelliti ad alta risoluzione, piattaforme Leo per comunicazioni militari e sistemi radar di allerta precoce. Avviato dalla Nato anche il progetto Genifr, che punta a sviluppare un munizionamento standardizzato da 155 millimetri completamente interoperabile tra gli alleati, riducendo tempi e costi produttivi. Sei Paesi, tra cui l’Italia, hanno inoltre lanciato un programma comune dedicato alle capacità di attacco terrestre a lungo raggio.

Accenture ha invece firmato un accordo del valore di circa 200 milioni con la Nato Communications and information agency (Ncia), segnando un passo fondamentale verso la realizzazione dell’organizzazione digitale sicura e cloud-enabled della Nato. Nel corso dei prossimi sette anni, Accenture collaborerà con Leonardo per la realizzazione del programma. Particolare rilievo assume infine la dimensione industriale. Dodici alleati, Italia compresa, hanno dato vita al progetto sulle materie prime critiche, volto a mettere in sicurezza le catene di approvvigionamento della difesa. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha ribadito dal canto suo l’importanza di Safe, il programma di prestiti comuni dell’Ue per la difesa, e annunciato che finora sono stati «firmati dieci accordi per un totale di 100 miliardi di euro. Safe è valido per la progettazione aperta anche a partner e altri Paesi. Il 35% dei componenti può provenire da Paesi al di fuori dell’Unione europea, ma ovviamente il 65% deve essere all’interno dell’Unione europea». L’Italia, ricordiamolo, non ha ancora usufruito dei prestiti Safe, perché chiede che questi denari possano essere utilizzati anche per contrastare il caro-energia. La situazione è interlocutoria, se ne riparlerà a settembre.

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