La Banca mondiale sforbicia i fondi per il clima
Ansa

La fuffa green arretra, la corsa alla difesa avanza. E naturalmente si spostano anche i miliardi. A margine del vertice Nato di Ankara, il Canada e altre otto nazioni hanno annunciato la nascita di una banca internazionale per gli investimenti nella difesa. Un’iniziativa aperta anche ad altri Stati e destinata a cambiare, almeno un po’, il volto al famoso multilateralismo. Il tutto a pochi giorni da una fragorosa frenata della Banca mondiale, che ha deciso di abbandonare il suo obiettivo di finanziare con almeno il 45% delle proprie risorse progetti con impatto positivo sul clima.

I negoziati per la nuova banca internazionale si erano conclusi a Montréal lo scorso mese di aprile e la scelta del luogo non era casuale perché il Canada è una potenza economica e fa parte del G7. La nuova struttura finanziaria è stata chiamata Dsrb, ovvero Banca per la difesa, la sicurezza e la resilienza. A conferma che «resilienza», termine che in Italia è stato introdotto nel linguaggio pubblico dal Quirinale, è davvero una parola magica, che tutto tiene e tutto sdogana.

I paesi fondatori della Dsrb, oltre al Canada, sono Albania, Belgio, Grecia, Lettonia, Lussemburgo, Romania, Turchia e Ucraina. E l’annuncio dell’iniziativa è stato dato martedì ad Ankara dal premier canadese Mark Carney, insieme all’obiettivo di raccogliere fino a 100 miliardi di sterline in finanziamenti a basso costo per rafforzare la difesa delle nazioni alleate. Per farsi un’idea della cifra, a margine del vertice Nato sono stati firmati accordi di cooperazione tra aziende e governi per circa 90 miliardi di dollari, tra armamenti e droni. Il primo passo sarà essere operativi già nel 2027 e Dsrb punta a ottenere subito il rating «AAA» di massima fiducia del mercato. Un aspetto interessante della nuova banca internazionale è che punterà a sostenere una serie di settori emergenti come l’intelligenza artificiale e quantistica, lo spazio (sempre più inscindibile dalla difesa) e la sicurezza informatica. Da notare infine che quattro paesi fondatori come Belgio, Grecia Lettonia Romania hanno già prenotato i fondi europei Safe per il riarmo (il Lussemburgo invece nicchia) e che Dsrb, se avrà successo, sarà un concorrente per il fondo Ue.

Se 100 miliardi sono tanti, 400 sono tantissimi e chi li ha è la Banca Mondiale, che per statuto dovrebbe ridurre la povertà globale e promuovere lo sviluppo sostenibile. Insomma, l’organizzazione completa l’architettura multilaterale che poggia sul Fondo monetario internazionale, dando vita alla versione finanziaria dello schema «poliziotto buono e poliziotto cattivo». A giugno del 2023, la Banca Mondiale annunciò da Parigi una svolta ideologicamente non neutra, ovvero la virata green.

Davanti a un Emmanuel Macron entusiasta, il fresco presidente indiano Ajay Banga (ex manager di Mastercard e di Exor degli Agnelli Elkann) impegnava la Banca a investire almeno il 45% su progetti con impatto positivo sul clima. Il 17 aprile 2025, Banga difese quello scalone con un mezzo gioco di prestigio: «Quando stai pelando una cipolla per arrivare a quel 45% sul quale ci siamo impegnati, non è scontato che tu debba togliere fondi all’istruzione e allo sviluppo». Banga però era stato scelto da Joe Biden e con Donald Trump non lega molto. Stati Uniti, Russia, Kuwait e Arabia Saudita, lo scorso ottobre, non hanno voluto firmare una lettera «green» di altri 18 paesi capitanati dalla Francia, che chiedevano di accelerare sui finanziamenti per il clima. Mentre India e Giappone non hanno espresso una contrarietà esplicita, ma non hanno firmato nulla. Secondo gli ultimi dati del Parlamento europeo, Cina, Stati Uniti, India, Russia e Brasile sono le nazioni che inquinano di più in valori assoluti, con l’economia di Pechino che pesa per il 33%. Che la Banca Mondiale, dove le varie nazioni comandano pro quota, dovesse guidare la battaglia climatica era quindi abbastanza risibile, a meno di puntare il dito solo sui Paesi europei. E così, un po’ in sordina, ecco la svolta. Lunedì la Banca ha annunciato ufficialmente che il famoso obiettivo del 45% verrà «ritirato», mentre ha contestualmente deciso di prolungare il Piano sul cambiamento climatico che scadeva martedì. Insomma, meno soldi, ma le buone intenzioni proseguiranno.

Banga e il suo board non avevano molta scelta. Specie dopo che il ministero del Tesoro Usa, Scott Bessent, si era presentato alle riunioni primaverili 2026 di Fondo monetario internazionale e Banca Mondiale con il fermo richiamo alle due istituzioni di mollare gli eccessi su clima e gender e recuperare la missione storica di assicurare la stabilità finanziaria e combattere la povertà.

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