Tutto iniziò dieci anni fa dalla visione di Lucia Leonessi, condita dalla sua tenace perseveranza tutta toscana che si unì al coraggio di un pugno di industriali. Cisambiente Confindustria non esisteva e nel settembre 2016 contava solo 11 aziende e un direttore. Oggi riunisce oltre 1.500 imprese che gestiscono rifiuti urbani e speciali ed un’intera ala del secondo piano di Confindustria con un team di professionisti e specialisti di alto livello.
Il cosiddetto «ciclo integrato del rifiuto» trasforma in energia e risorse anche materiali insospettabili: così, ad esempio, pneumatici fuori uso (Pfu) diventano campi sportivi o elementi di arredo ma anche chilometri di strade asfaltate grazie al protocollo di Cisambiente con Anas; il cartongesso torna a nuova vita e i vestiti usati generano gomitoli di filato fiammante. Il direttore generale, anima dell’associazione verde di viale dell’Astronomia, ci indica i traguardi raggiunti e le nuove sfide.
Il 29 settembre Cisambiente compie 10 anni di vita.
«Bilancio positivo. Abbiamo un numero enorme di associati che cresce quasi quotidianamente e che rappresentano quasi tutte le filiere del recupero e del riciclo. I nostri iscritti sono riusciti a disegnare la nuova mappa di quella che ormai è una sovrastruttura economica nel mercato interno italiano e che sta anche prendendo un bella autostrada verso l’Europa e il mondo. Si parla tanto di ambiente a tutti i livelli e Cisambiente ogni giorno vive e crea un percorso con le sue aziende, riunite in un compatto ed armonico gruppo di industriali. Quando siamo nati, non pensavamo certo di raggiungere questo risultato in dieci anni».
Associate oltre 1.500 aziende, quali criticità si devono affrontare nel percorso di transizione ecologica?
«Le criticità sono quelle di ogni percorso industriale: di per sé transizione ecologica non vuol dire nulla anche perché se fosse transizione non se ne potrebbe parlare per tanti anni ed invece dovrebbe avere un passaggio veloce ad un’altra fase che in realtà abbiamo già raggiunto. Poi da italiani, un po’ drammatici e un po’ commedianti, non riusciamo sempre a riconoscerlo. La complessità, per le aziende di Cisambiente, è districarsi nelle leggi, tante e spesso contraddittorie, che nel nostro ambito rendono difficili i percorsi di adesione alle normative e europee e ai progetti. Il corretto smaltimento dei rifiuti inciampa spesso nel livello locale dove non si riesce a dare una autorizzazione impiantistica in modo semplice».
Uno dei vostri principali obiettivi è la diffusione del riciclo integrato del tessuto. L’aumento del fast fashion e la scarsa qualità dei capi rendono difficile questo processo. Come si supera il problema?
«È solo in parte un problema, proprio a settembre di quest’anno una delle nostre aziende inaugura con la presenza del ministro dell’Ambiente un impianto di ultimissima generazione, in grado di recuperare quasi tutte le tipologie di tessuti e la parte non recuperabile diventa prezioso “carbone bianco”: il Css, il combustibile solido secondario. Ancora sento resistenze di fronte a questa grande possibilità energetica nata dalla ricerca e costruita normativamente dal ministro Corrado Clini con il decreto del 2013 oggi rivitalizzato da altri importanti passaggi con il governo attuale, soprattutto grazie alla volontà e alla competenza del viceministro Vannia Gava. La base poi di un percorso davvero corretto ci riporta a Chiara Boni e al suo progetto dell’abito mono tessuto e soprattutto all’utilizzo di fibre naturali e ad una lavorazione che permetta il recupero del filato. La tecnologia di oggi fa quello che un tempo sarebbe stato impensabile ma non riesce ancora a cambiare il modo di pensare di tutti coloro che sono nel mondo dell’ambiente e che per non perdere potere si attaccano inutilmente al passato. Ma il domani, comunque arriva».
L’economia circolare incontra ancora difficoltà?
«Come detto le difficoltà sono solo nella testa dei difensori di posizioni acquisite».
È un settore che può offrire opportunità di lavoro ai giovani?
«Certamente, molte e variegate. Noi abbiamo un team di esperti e giovani professionisti che usano la propria intelligenza lasciando la IA ai macchinari per la selezione. Con il Progetto Lic-Eco abbiamo percorso la Penisola spiegando alle quarte e quinte dei licei classici e scientifici il futuro che potrebbe interessarli qualora volessero dedicarsi ad una professione del nostro mondo. Ingegneri ambientali, chimici e biologi, biotecnologi, analisti e progettisti di macchinari ma anche e direi soprattutto operatori ecologici consapevoli e innamorati di un lavoro fondamentale troppo spesso svilito. Sono stata tra l’altro la sostenitrice del rinnovo contrattuale perché la dignità di questi lavoratori sia espressa al meglio».
A gennaio scorso è stata approvata la legge che consente la demolizione delle auto abbandonate.
«È un vero e proprio passaggio di civiltà. Abbiamo riscontrato numeri importanti, contrariamente a quello che si poteva superficialmente pensare, ed i nostri autodemolitori (la filiera Adq, autodemolitori di qualità) sono stati felici per il lavoro aggiuntivo e per aver avuto modo di iniziare questo servizio sociale ambientale».
Come incidono gli aumenti dei costi dell’energia nel settore dell’economia circolare, dei rifiuti e delle bonifiche?
«Come su qualunque settore che utilizzi autoveicoli. Noi abbiamo parchi veicoli davvero imponenti a livello di numeri e abbiamo necessità di energia per la trasformazione delle materie. Se si aprisse la mentalità del legislatore, in alcuni casi la nostra produzione di energia sarebbe sufficiente mentre stiamo combattendo contro le accise del carburante insieme al resto del Paese».
Le risorse del Pnrr per l’ambiente. Come stanno andando i progetti?
«Con giugno abbiamo superato la prova e per quanto riguarda il mio settore il rispetto dei termini ha permesso di avere una boccata di ossigeno».
State lanciando una campagna sui bioeroi.
«I bioeroi sono i miei cuccioli, positivi, pieni di energia e possibilità. Sono nati alcuni mesi fa da una mia idea per lanciare un evento su idrogeno e biometano e successivamente sono stati accompagnati da altre forme di bionenergia: il Css combustibile solido secondario e il Compost, prodotto della lavorazione della frazione umida che ci dona il biometano e l’idrogeno lasciandoci il prezioso fertilizzante tutto naturale che potrebbe sostituire additivi chimici costosi e spesso provenienti dall’estero anche dallo stretto di Hormuz».
Quali ostacoli impediscono la diffusione delle fonti alternative?
«La burocrazia e la volontà di rimanere sulle vecchie e consolidate posizioni acquisite».
Cisambiente è in prima linea nel monitoraggio e nella promozione di tecnologie innovative per l’abbattimento dei Pfas (sostanze perfluoroalchiliche) nei processi industriali e nel trattamento dei rifiuti.
«Abbiamo aperto questo fronte, come sempre con coraggio, perché nessuno aveva voglia di parlarne essendo un argomento scomodo. L’Italia è uno dei principali produttori a livello mondiale dei Pfas e questo richiede attenzione a non devastare un settore industriale: con la povertà non si aiuta la salute. I Pfas non ci abbandonano mai e utilizzandoli dagli anni Quaranta abbiamo necessità di capire come intercettarli perché non si depositino sulle falde ed entrino nel nostro quotidiano nel modo sbagliato. Non è confermata la loro pericolosità per il corpo umano anche se queste particelle perfluoroalchiliche sembrano in grado di attaccarsi al sistema endocrino. Ci sono due strade da percorrere: sostituirli con prodotti biodegradabili (carta da forno e padelle senza Teflon) e abbatterli a valle del recupero dei prodotti che li contengono (abiti colorati, creme e attrezzature sanitarie ad esempio) con tecnologie che permettano la loro distruzione o messa in sicurezza. Recentemente abbiamo condotto una sperimentazione a Novara con una schiuma che li raccoglieva a valle del depuratore delle acque».
Un altro campo di interesse sono le aree di bonifica. Ad Augusta un’area industriale abbandonata da 20 anni è diventata uno stadio.
«Il risanamento è da sempre uno dei nostri punti centrali. Accanto all’Alto commissariato delle bonifiche del generale Giuseppe Vadalà abbiamo inaugurato non solo il nuovo stadio di Augusta ma canili e gattili, parchi giochi e territori che sono tornati a vivere grazie alla bonifica e al risanamento. Pensiamo al grande lavoro di recupero del porto di Marghera e al risanamento dell’area di Bagnoli».
Vi siete lanciati anche in Europa con la partecipazione a fiere estere. Come sta andando?
«Molto bene soprattutto con Spagna e Francia. Anche in Germania abbiamo aperto la collaborazione. Tra l’altro sia il Regno Unito che la Spagna ci sono di esempio per quello che è un mio vecchio cavallo di battaglia: semplificare il metodo di raccolta che ormai ha fatto il suo tempo. Il doppio sacco, frazione umida e frazione secca, ed ovviamente le campane del vetro sarebbero oggi la soluzione più performante perché non possiamo chiedere al cittadino quella precisione certosina che oggi la tecnologia necessita per il recupero totale delle materie. Selezionando a valle si riuscirebbe a tirare fuori (anche grazie alla IA) una maggior quantità di nuova materia prima e il resto andrebbe felicemente a comporre il mitico Css che va portato fino alle centrali elettriche decarbonizzando davvero il nostro Paese con abbattimento della CO2 a partire addirittura dal 50%. La frazione umida ha bisogno unicamente della autorizzazioni agli impianti per produrre biogas: siamo indietro e questa parte di rifiuto viene ancora in larga parte – ingiustamente – differito all’estero».
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