Lo ha dichiarato l'europarlamentare di Fratelli d'Italia a Strasburgo, riferendosi specificamente alla Calabria.
Antonio Zichichi (Ansa)
Il fisico è morto a 96 anni. Meritava il Nobel, ma l’Accademia lo guardava con sospetto. Il suo peccato capitale? Era cattolico.
La notizia della morte del professor Antonino Zichichi, 96 anni, costituisce per tutte le persone libere un momento di riflessione e, per chi come me ha conosciuto personalmente l’uomo, motivo di orgoglio per averlo conosciuto ed essere stato privilegiato della sua amicizia.
Non c’è bisogno qui di osannare le sue qualità di scienziato, che gli sono state riconosciute, in vita, dai successi professionali e dalla comunità scientifica internazionale. Dico solo che, per il lavoro sperimentale sullo studio delle simmetrie nelle interazioni fondamentali, avrebbe potuto anche meritare il Nobel per la fisica, e il fatto che non ne sia stato insignito significa solo che non sempre si possono premiare tutti i meritevoli: il comitato del Nobel deve fare delle scelte e lasciar fuori, proprio malgrado, molti fisici di prim’ordine. Ecco: il prof Zichichi fu uno di quelli.
I suoi pregi - di mente e di cuore - erano fuori dal comune. Il suo difetto è stato l’essere italiano in un’Italia che per troppi decenni è stata ammorbata dalla ideologia comunista che ha contagiato non poco l’accademia (come, peraltro, la magistratura). E fu morbo per una ragione molto semplice: quella comunista è un’ideologia contro la pur imperfetta natura umana e, stanti così le cose, per affermarsi deve necessariamente essere violenta, perché solo con la violenza si possono perseguire ideali contrari alla natura umana. Il morbo manifestò la propria violenza col Sessantotto. Questo, però, ove altrove fu un movimento studentesco e giovanile, che si esauriva con la crescita dei giovani e con la fine dello stato di «studente», in Italia diventava un progetto per conquistare il potere. In tutte le sedi; anche, e principalmente, nelle università. Alla parallela evoluzione del Sessantotto negli Anni di piombo, occorreva anche l’evoluzione di quelli che, nel colorarsi di rosso, trovarono l’occasione per fare una altrimenti tanto rapida quanto improbabile carriera: fecero presto quadrato ghettizzando chi a essi non strizzava l’occhio. Antonino Zichichi non si sognava di strizzarglielo, e la circostanza non gli depose a favore.
Innanzitutto - il suo primo peccato mortale - era credente. Per comprendere quanto mortale fosse considerato quel peccato, basti pensare che quando nel 2007 papa Joseph Ratzinger fu invitato alla Sapienza per l’inaugurazione dell’anno accademico, partiva proprio da un manipolo di fisici romani la lettera di protesta (pubblicata dal quotidiano comunista Il Manifesto) contro quell’invito. Professionalmente, erano fisici di second’ordine ma, come detto, avevano grande potere perché erano rossi. Personalmente credo che se, nonostante il morbo comunista, la scuola di fisica italiana ha potuto mantenere l’elevato standard internazionale che ha, questo è grazie al fatto che quello di Enrico Fermi e dei suoi successori - penso a Edoardo Amaldi, Nicola Cabibbo, Giorgio Salvini e, appunto, Zichichi - è stato alla fine un seme ben più potente del sinistro morbo rosso.
Credente come gli altri grandi della fisica italiana che ho sopra nominati, Zichichi ha in più avuto il coraggio di manifestare dubbi sulla correttezza dell’evoluzionismo darwiniano. Ora, l’evoluzionismo ha certamente solide basi scientifiche, ma solo gli sciocchi non hanno dubbi sulla completa correttezza della casualità come teoria onnicomprensiva. Il salto di qualità tra la specie umana e ogni altra specie vivente è troppo alto per lasciare senza dubbi la presunta casualità: possibile ma, comunque, non dimostrata, precisava Zichichi. Per il suo rifiuto dell’evoluzionismo di Darwin è stato mal sopportato da chi trovava più comodo dormire nelle proprie certezze anziché rifletterci sopra.
Il caso ha voluto che egli prendesse posizione in un altro campo - quello ambientalista - ma, di nuovo, verso gli stessi che mal sopportavano la sua fede in Dio. Il fallimento e la morte del progetto comunista, infatti, ha spinto i suoi orfani verso l’ambientalismo. Questo è stato il pane di cui si sono nutriti i più sfacciati bugiardi del pianeta. L’ambientalismo è una religione pagana fatta di atti di fede su pregiudizi: esso nega ogni scienza che solo provi a mettere in discussione quei pregiudizi. Come tutte le pseudoscienze, anche l’ambientalismo si ammanta di scientificità, e Zichichi è stato in prima linea nel denunciarlo. Per esempio, ha sempre negato il contributo antropico al cambiamento climatico. Oggi la cosa non stupisce, perché è stata definitivamente sconfessata da una abbondante messe di fatti. A dispetto di ciò, la menzogna continua a essere propagandata perché chi dovrebbe smettere di farlo son gli stessi che l’hanno sostenuta. Negli ultimi anni non è stato più solo a negare ciò che a lui era ovvio negare: il cambiamento climatico causato dall’uomo lo negano oggi migliaia di altri fisici, geologi, astrofisici, tra cui due premi Nobel per la fisica: Ivar Giaever e John Clauser. I fatti danno a tutti questi ragione, ma Zichichi ci aveva visto giusto oltre vent’anni fa, quando tutti gli altri avevano invece gli occhi bendati.
Parte della politicizzata accademia italiana ha preferito tenerlo lontano. Ma l’uomo e scienziato - spalle larghe - s’è creato la propria struttura culturale di riferimento: la Scuola di Erice, apolitica, meritocratica, internazionale, un altro motivo per suscitare invidia, il peggiore dei vizi capitali. Credo che ogni uomo di scienza, parlando coi propri figli e nipoti, non può non ricordare con ammirazione la mente e il cuore di Antonino Zichichi.
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