Trattori in protesta ma il Mercosur passa. Il ricorso polacco rimanda tutto al 2027

Il Mercosur s’ha da fare e Ursula von der Leyen non si cura di avere contro tutta l’Europa dei campi, di aver spaccato il consiglio: ha soddisfatto chi vende auto, macchinari, chimica e farmaci. Tutto per un risparmio in dazi di 4 miliardi attraverso l’accordo commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay con estensione alla Boliva che aspetta di essere varato da un quarto di secolo. Ieri nel Consiglio dei 27 ambasciatori ha incassato il sì della maggioranza europea. Ha però un blocco di Paesi che le votano contro: Francia, Austria, Ungheria, Irlanda (il Belgio si è astenuto, la Grecia ci sta pensando) e la Polonia che ha già fatto ricorso alla Corte di giustizia europea. Se accolto il Parlamento non voterà l’accordo prima di un anno.
La «baronessa» ha forzato la mano per renderlo operativo provvisoriamente in modo da poter andare il 12 o al massimo il 14 gennaio in Paraguay a firmare. Per lei è un successo personale: può tacitare i malumori dell’industria che ha massacrato con il Green deal e può far finta che l’Europa stia battendo Donald Trump nel giardino di casa degli Usa e dove la Cina sta facendo il bello e il cattivo tempo. Ma il rischio politico è altissimo. Deve averlo messo in conto anche Giorgia Meloni che ha convertito la posizione italiana dal no del 15 dicembre al sì di ieri peraltro determinante. Da Palazzo Chigi ha detto: «Non ho mai avuto una preclusione ideologica sul Mercosur, ho sempre posto una questione pragmatica che non riguarda solo il Mercosur: la strategia europea di iper-regolamentare al suo interno aprendo, al contempo, ad accordi di libero scambio è suicida. Io sono per gli accordi di libero scambio, ma anche per deregolamentare. Il sì all’accordo lo abbiamo dato alla luce delle garanzie ottenute per i nostri agricoltori». Sono l’aver limato al 5% per tre mesi il ribasso dei prezzi che fa scattare il blocco dell’import, una quasi reciprocità sui fitofarmaci, un modesto aumento dei controlli doganali, 6,3 miliardi per le emergenze e una mitigazione per 45 miliardi dei tagli sulla futura Pac. Non è tutto ma è molto, almeno a giudizio del ministro agricolo Francesco Lollobrigida e del capo degli eurodeputati di FdI Carlo Fidanza. Ma il prezzo politico è alto. La Lega ha già dichiarato che voterà – a Roma come a Bruxelles – contro il Mercosur. Ursula von der Leyen l’accordo se lo può spendere, ma è da vedere se lo possa praticare. In tutta Europa gli agricoltori stanno paralizzando i Paesi e il 20 gennaio arriveranno a decine di migliaia con altrettanti trattori carichi di letame ad assediare Bruxelles. Ieri Milano era «invasa» da centinaia di trattori «convocati» da Riscatto Agricolo e Coapi e Gian Marco Centinaio – vicepresidente del Senato - accompagnato da Silvia Sardone - vicesegretaria della Lega ed eurodeputata - ha portato la solidarietà agli agricoltori e ha scandito: «Ero contrario al Mercosur da ministro dell’Agricoltura e sono oggi ancora più contrario». Gli agricoltori hanno bloccato le strade e riversato migliaia di litri di latte davanti al Pirellone. Nulla a confronto di ciò che succede in Francia, in Spagna, in Belgio, in Grecia, in Polonia, in Ungheria dove i contadini stanno paralizzando i Paesi. In Francia Jordan Bardella ha costretto Emmanuel Macron al no e ha già annunciato due mozioni di sfiducia contro la Von der Leyen. Le possibilità che passino ci sono. Infine c’è la complessità dell’iter. Strada facendo le garanzie promesse potrebbero attenuarsi e dunque in sede parlamentare – è l’Eurocamera che deve ratificare – potrebbero esserci delle sorprese. Così il Mercosur resta un «accordo in attesa di giudizio». Ed in crisi il consenso verso l’Europa. Il presidente di Coldiretti Ettore Prandini lo ha detto chiaro: «Della Von der Leyen non ci fidiamo; c’è un miglioramento delle clausole di salvaguardia grazie al governo italiano, ma quelle di reciprocità sono insufficienti: l’accordo non ci soddisfa». Luigi Scordamaglia (Filiera Italia): «Ci sono gravi lacune: dalla tutela inadeguata alle indicazioni geografiche, alla mancata reciprocità». Cristiano Fini di Cia-agricoltori: «Sulla reciprocità ci sono solo promesse, la qualità del made in Italy non si baratta».
Sarebbe utile sapere se i contadini dell’Amazonia o della Pampa lasceranno «almeno il 4% della superfice non coltivata per salvaguardare l’ambiente» o se hanno «un protocollo del benessere animale» o «tengono le siepi incolte per consentire la nidificazione dei migratori». Questo sono regole imposte dall’Ue ai nostri agricoltori. Lamberto Frescobaldi, presidente dell’Unione Italiana vini, però è soddisfatto. Ci sono sconti del 27% dei dazi sui vini. Al netto di considerare che il Brasile continuerà a fare il suo Prosecco e che un Chianti (tanto per dirne una) arriverà in Argentina non più a 25 dollari a bottiglia, ma a 18, un Malbec argentino però verrà da noi a 6 dollari. Ma la narrazione dell’eurocrazia è che il Mercosur costituisce una zona di libero scambio con oltre 700 milioni di consumatori. Un miracolo formato Ursula von der Leyen.






