In seguito al mio articolo di venerdì 26 giugno – ove, guardando i dati della stazione meteo di Milano-Linate, sostenevo che non c’è alcunché di sorprendente nel caldo di questi giorni – molti lettori mi hanno inviato critiche, devo dire abbastanza omogenee, cosicché mi è comodo qui rispondere a tutti.

In seguito al mio articolo di venerdì 26 giugno – ove, guardando i dati della stazione meteo di Milano-Linate, sostenevo che non c’è alcunché di sorprendente nel caldo di questi giorni – molti lettori mi hanno inviato critiche, devo dire abbastanza omogenee, cosicché mi è comodo qui rispondere a tutti.

La prima obiezione è che l’aver usato la stazione di Milano-Linate è stato «cherry picking» e, comunque, riduttivo, perché una sola. L’accusa di cherry picking – cioè aver scelto una stazione comoda alla mia tesi – la respingo con decisione. Anzi, a bella posta avevo cercato quella meno comoda – almeno a sentire le stime delle cronache.

Quanto alla seconda parte dell’accusa, è vero: i dati da una sola stazione non sarebbero sufficienti per una analisi climatologica globale. Ma era mia intenzione fare non una analisi climatologica globale (che è stata già fatta – secondo me sbagliata), quanto piuttosto controllarne i risultati con quel che succede a livello locale. Ove sarebbe strano se si osservasse qualcosa in contraddizione con quel che si ritiene accadere a livello globale: ci sarebbe da chiedersi, primo, il perché, e, secondo, ove la discrepanza fosse sistematica, cosa ce ne faremmo mai di un’analisi globale che non avesse riscontro locale, visto che, per i nostri scopi, è spesso il livello locale ciò che conta.

La seconda obiezione attiene all’intervallo temporale considerato: i 27 anni dal 2000 al 2026. L’obiezione è legittima, e inizialmente era mia intenzione considerare un intervallo temporale più lungo, ma non avevo i dati disponibili. Pur tuttavia, li ho ritenuti sufficienti visto che, comunque, i risultati erano compatibili con le affermazioni che ascoltiamo tutti i giorni, a reti unificate, alla tv.

Ho allora trovato una stazione – disastrata, per così dire, come Milano – e coi dati disponibili negli ultimi 50 anni: in Francia, la stazione di Bordeaux/Merignac, citata da tutte le cronache per essere stata, in questi giorni, «la città più calda del mondo» (copyright, Corriere della Sera). Orbene, cambiando città, da Milano a Bordeaux, ed estendendo l’intervallo temporale da 27 a 50 anni, il risultato produce la stessa interpretazione dei fatti: il riscaldamento comporta, ogni circa 10 anni, un aumento medio di 0.4 gradi della temperatura massima, e uno o due giorni in più con temperature superiori a 30 gradi.

Come detto sopra, nessun allarmismo sanitario da attribuire a queste differenze è giustificato: per esempio, i danni subiti da ondata di calore non dipendono certamente dal fatto che la temperatura è di 43 anziché di 41 gradi, ma dipendono dal malcapitato (disidratazione, esposizione prolungata al caldo, etc.).

L’ultima obiezione lamenta che «un aumento medio della temperatura massima di 0.4 gradi in 10 anni significherebbe 4 gradi in 100 anni». L’obiezione non regge perché queste estrapolazioni non sono giustificate, e chi le ha fatte nel passato ha sbagliato. Per esempio, per oltre 30 anni dopo il 1940 il Pianeta rinfrescava e le estrapolazioni ai decenni successivi, che allarmavano contro una imminente era glaciale, si sono poi rivelate errate: dopo il 1980 il Pianeta riprese a riscaldarsi. E anche le estrapolazioni che si fecero alla fine del millennio si rivelarono errate: nella prima dozzina d’anni del nuovo millennio si ebbe quello che i climatologi hanno poi chiamato «iato climatico», cioè l’arresto del global warming.

Sul Corriere della Sera del 26 giugno, tal Telmo Pievani – con poca scienza, pochissima logica e un pizzico di ipocrisia – si esibisce in una doviziosa sequela di sesquipedali pensieri. Due per tutti. 1) «La soluzione al caldo non è certo aria condizionata per tutti», che invece è proprio la soluzione, come dimostra il fatto che – mi ci gioco la camicia – il nostro Telmo, se è in città, in casa o al lavoro, ha l’aria condizionata accesa. 2) «Siccome la causa del problema siamo noi (cioè le emissioni di CO2, ndr), allora abbiamo la speranza di poterlo risolvere da soli: la transizione energetica». Oh, Telmo, Telmo… ammesso e non concesso che il problema siamo noi, come potresti aver visto se solo ti fossi dato la pena di verificare, negli ultimi 50 anni a Bordeaux ci sono state 812 giornate con temperature fra 30 e 43 gradi; senza di noi (senza le nostre emissioni di CO2) quelle giornate sarebbero state 802 con valori compresi fra 28 e 41 gradi. Un «fantastico» risultato ottenibile se solo 50 anni fa avessimo azzerato – ripeto, azzerato – le emissioni, ammesso e non concesso che queste abbiano alcunché a che fare con le temperature del pianeta.

Non servono altri commenti, ma c’è una cosa che mi rattrista particolarmente: l’umanità avrebbe crucci reali (due per tutti tra i più attuali: proteggersi dal terremoto e interrompere la più vergognosa delle guerre mai intraprese, quella contro la Russia); ma, a quanto pare, nudi prìncipi in quel di Bruxelles, applauditi da sciocchi servitori, combattono i propri improbabili fantasmi.

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