Il Corriere della Sera e l’Accademia dei Lincei, lo scorso 28 luglio, si sono esibiti su «Cambiamenti climatici tra negazionisti e catastrofisti: dov’è la verità?». Con il vicedirettore del Corsera, Daniele Manca, che ha intervistato gli accademici Bruno Carli e Filippo Giorgi. Risultato: non ci siamo, a cominciare dal titolo, difettoso nel merito e nel metodo.
Nel merito perché le parole usate – catastrofisti e negazionisti – sono un modo volgare di etichettare gli esponenti di un dibattito in corso tra coloro che ritengono che il cambiamento climatico dell’ultimo secolo sia dovuto quasi esclusivamente alle emissioni antropiche di CO2, e coloro che invece ritengono che la CO2 antropica non ha, sul clima, alcun ruolo significativo e degno di menzione.
Ecco, di seguito, perché i primi sono detti catastrofisti. Il cambiamento climatico consiste in un riscaldamento secolare di circa 1 grado, cosa di cui a nessuno importerebbe, visto che il pianeta ha sperimentato cambiamenti climatici ben più importanti e l’umanità è sottoposta a variazioni climatiche, appena stagionali, di decine di gradi; e la stessa Terra ha variazioni climatiche di 100 gradi tra l’equatore e i poli. Allora, per riscuotere un’attenzione altrimenti improbabile, i sostenitori della causa antropica hanno iniziato a procurare allarme prefigurando catastrofi, senza neanche considerare la possibilità che, magari, il detto cambiamento climatico facesse, tutto sommato, bene. Insomma, i primi si sono spontaneamente trasformati in catastrofisti, altrimenti nessuno se li sarebbe filati. I secondi, invece, nel mettere in dubbio il contributo della CO2 antropica sul clima, si sono ritrovati, loro malgrado, nel ruolo dei guastafeste e, visti come il fumo negli occhi dai primi, sono stati oggetto della più nefanda campagna denigratoria ed etichettati col repellente epiteto di «negazionisti».
Quanto al metodo, i due professori intervistati sarebbero entrambi «catastrofisti», cosicché non c’erano «negazionisti» né contraddittorio, e la promessa della verità è destinata a essere tradita visto che nella chiacchierata si ascolta una sola voce.
Il risultato giornalistico è aggravato dal fatto che Carli e Giorgi non sono scienziati. Sono, sì, professori di fisica, ma non sono scienziati. I due, infatti, non applicano il metodo scientifico. E questo non solo perché rifiutano il confronto (più volte i Lincei sono stati invitati a un confronto pubblico, ma si sono sempre sottratti, fino al punto, una volta, di cancellare una conferenza pur di non dar voce a pareri opposti – una macchia indelebile nella storia dell’Accademia); ma anche per le posizioni assunte durante la chiacchierata con il giornalista. Ecco alcune perle.
Esordisce Giorgi: «L’attuale riscaldamento è attribuito in maniera inequivocabile alle attività umane: su questo non c’è più alcun dibattito». Questa appena detta è una frase estranea al metodo. Esso proibisce, se così posso dire, di pronunciare la frase su cose molto più consolidate, e nessuno scienziato la pronuncerebbe, ergo Giorgi rivela di non esserlo. Ma c’è di più: che motivazione dà per parlare così? Ne dà due. Uno, perché – dice – «inequivocabile» è la parola usata dall’Ipcc, aggravando così la propria posizione: dire che «le cose stanno così perché così ha detto qualcun altro» è un altro errore che il metodo vieta di commettere, perché il principio d’autorità non è ammesso. E, due, perché l’Ipcc non ha alcuna autorevolezza scientifica, essendo formato per nomina politica. Il governo di 25 anni fa manifestò la volontà di nominarmici, ma io declinai il cortese invito perché non volevo macchiare il mio curriculum. L’Ipcc può sbilanciarsi con le parole «inequivocabile» e «dibattito chiuso», proprio perché non è tenuto a seguire il metodo galileiano. E non lo segue. Comunque sia, Giorgi non offre alcun fatto a sostegno della propria affermazione, e non lo fa perché non c’è alcun fatto che abbia provato la responsabilità antropica del riscaldamento. Essa rimarrebbe a livello di congettura se non fosse che ci sono decine di fatti che la sconfessano, e che i professori non conosceranno mai perché rifiutano il confronto.
Da buon catastrofista, Giorgi afferma che bisogna preoccuparsi: senza neanche chiedersi se per caso il riscaldamento possa essere benvenuto, e senza dire perché bisogna preoccuparsi. O meglio: lo dice, affermando che sono in accelerazione eventi meteo severi, ma non porta alcun dato a sostegno della cosa – che invece è sonoramente falsa.
Non meno incredibile è Carli, che senza arrossire lamenta che l’allarme della scienza avrebbe «trovato fortissime opposizioni». Non ho parole. Sono oltre 30 anni che tutti i governi assecondano questo allarme, organizzando ogni anno riunioni planetarie (le 33 Cop), foraggiando con trilioni di dollari l’intero circo e impegnando, solo negli ultimi 20 anni, oltre 8 trilioni di dollari nella fallimentare transizione energetica. Professor Carli, suvvia…
Fatemi concludere illustrandovi la natura dell’allarme. In figura si riporta il clima del pianeta nel corso degli ultimi 10.000 anni, dedotto da carotaggi in Groenlandia. All’estrema destra della figura ci siamo noi, ove l’ultima parte del grafico, la caccola di riscaldamento dentro il cerchio rosso, sarebbe ciò che toglie il sonno agli sprovveduti. Ora fate voi.
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