La climatologia e l’epidemiologia, scienze dal glorioso passato, sono oggigiorno quasi del tutto screditate e ridotte a delle sette. Tutto è cominciato quando alcuni adepti si sono resi conto che la loro attività, tutto sommato di nicchia, avrebbe potuto ricevere grandi attenzioni semplicemente diffondendo allarmi.

A questo proposito, segnalo una grottesca commedia francese – «Dr. Knock», diretta dalla regista Lorraine Lévy – che racconta di un dottore che, trovatosi a operare in un villaggio di gente straordinariamente in salute, per avere pazienti ed onorario, s’industria a convincere ciascuno di essere in realtà affetto da qualche improbabile e inesistente male. Insomma, nulla di nuovo sotto il sole. Pur tuttavia, è interessante vedere il caso di climatologi ed epidemiologi. Si potrebbe scrivere un libro, ma pochi esempi dovrebbero bastare a mettere in guardia.

Il primo è offerto dalle lamentele di alcuni di questi moderni climatologi che, a proposito di alcuni grafici da me mostrati sulle registrazioni delle temperature di Bordeaux, mi hanno accusato di aver io usato una scala ove l’aspetto visivo non veicolava alcun allarme. Insomma, mi accusavano di non imbrogliare. E, in effetti, la moderna climatologia imbroglia alla grande quando pubblica immagini come quella in alto nella figura. A me, che sono del mestiere e guardo anche ai valori numerici tendendo spontaneamente a contestualizzarli, la figura trasmette tutto fuorché allarme. Anzi, trasmette sicurezza: essa mostra, a me, quanto straordinariamente stabile sia il clima. Però capisco che i poveri geometra Angelo Bonelli o avvocato Alfonso Pecoraro Scanio possano allarmarsi, giacché «visivamente», per usare la parola dei miei sprovveduti detrattori, sembra un riscaldamento enorme e repentino. Quando però lo contestualizziamo nell’intervallo delle temperature registrate localmente (si veda la figura in basso), il riscaldamento globale emerge ben ridimensionato. Anzi, come dicevo prima, il clima dell’ultimo secolo appare straordinariamente stabile, oltre ogni aspettativa.

Oltre a non contestualizzarli o alterarne la scala, si può imbrogliare coi grafici anche presentandoli troncati, mostrando solo la porzione che fa comodo. Per esempio, la tesi secondo cui l’uso dei combustibili fossili sarebbe la causa del riscaldamento è sostenuta mostrando i dati solo dopo il 1980, tacendo così che quelli 1940-80 furono anni di rinfrescamento. Oppure, se si mostra il clima dall’inizio dell’industrializzazione (come nella figura in alto), si glissa sugli anni 1940-80 (in figura è evidente che non furono anni di riscaldamento). Sicuramente non si mostra il clima negli anni preindustriali: si scoprirebbe che è dal minimo della Piccola era glaciale, cioè dal 1690, che il pianeta si riscalda senza che ci fossero le emissioni di CO2 a giustificare l’allarme che nutre più le tasche che le menti dei climatologi d’oggi.

Un altro esempio di grafico troncato è quello della concentrazione atmosferica di CO2. Si mostra l’aumento dalle 300 parti per milione (ppm) preindustriali alle 400 ppm di oggi, ma si omette la costante diminuzione nel corso degli ultimi 150 milioni di anni da ben 3000 ppm fino a 300 ppm: un valore, questo, pericolosamente basso, posto che una concentrazione inferiore a 180 ppm mette in pericolo la vita stessa sul pianeta.

L’ultimo esempio è quello dell’indice di ondate di calore, con grafici troncati che evidenziano solo l’aumento degli anni 1980-2025, omettendo così gli anni 1920-30, quando quell’indice raggiunse valori da 3 a 7 volte maggiori del massimo valore raggiunto negli anni 1980-2025.

Visto che l’ho nominata, concludo con un esempio dall’epidemiologia, cioè dalla statistica usata dagli epidemiologi d’oggi. Se rammentate, alcuni giorni or sono l’Oms diramò la notizia che in un solo giorno in Italia sarebbero morti cinque disgraziati, in conseguenza dell’ondata di calore di fine giugno. Nessuno ha mai saputo da quale esercizio di statistica fosse venuto quel numero «cinque», neanche la stessa Oms, espressamente interrogata in merito.

Ora vi dico io come potrebbe aver fatto il Trilussa che sbroccolò quel «cinque». L’Oms aveva dichiarato che ci furono nella Ue 1300 morti, di cui 1000 soltanto in Francia. Se ora moltiplicate i 300 morti attribuiti al resto dell’Europa per 60/380 (dove 60 e 380 sono la popolazione, in milioni, dell’Italia e della Ue senza la Francia) otterrete, per i dieci giorni e per l’Italia, 47… et voilà i cinque morti in un sol giorno. All’Oms, o a chi per essa, bisognava chiedere non come fosse stato ottenuto il numero «cinque», ma il nome e cognome dei cinque poveretti.

Forse state ridendo, ma badate che è con questa climatologia e con questa statistica che sono state distrutte, tra le tante, l’Ilva e le fabbriche d’automobili.

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