Fate presto: fa caldo.
Giorgio Agamben ha scritto che l’Unione europea, un «cadavere politico», è «una sorta di dispositivo o di stratagemma funzionale rispetto a una particolare emergenza ogni volta diversa». Adesso tocca al clima. E allora i cervelloni di quel corpo – o di quella carcassa – rimettono insieme tutti gli elementi del catenaccio: la coscienza civile, l’appello degli esperti, una legge speciale, un nuovo reato.
Si chiama «globicidio», quello che invocano i firmatari del testo promosso dall’associazione Bloom e pubblicato ieri da Le Monde. Una novantina tra climatologi (da Christophe Cassou a Valérie Masson-Delmotte), paleoclimatologi (come Jean Jourzel) ed economisti (spicca Thomas Piketty, il Karl Marx del XXI secolo, solo un po’ meno influente). L’espressione è un conio, nemmeno nuovissimo, del filosofo tedesco Günther Anders (1902-1992), atterrito dall’olocausto nucleare e dal degrado ecologico causato dalla tecnica moderna: il globicida, inquinando, mette a repentaglio la sopravvivenza della biosfera, la struttura entro la quale si sviluppa la vita.
Gli intellò trasformano in piattaforma politica un’ondata di caldo torrido, la canicule, ovviamente anomala, ovviamente prova sperimentale, ancorché ridondante, della drammatica realtà del global warming. «Siamo collettivamente traumatizzati», scrivono gli autori, deplorando il dolore «incommensurabile» dei francesi, i quali «hanno provato sulla loro pelle le conseguenze del cambiamento climatico». Negazionisti compresi: per loro, già da anni si ipotizza una «punizione» giuridica. Tra i primi a sdoganarla, sul Domani, il filosofo Gianfranco Pellegrino nel 2024, sulla scorta di un’altra emergenza: era l’alluvione in Spagna, che curiosamente è anche la Terra promessa degli ambientalisti, convertita alla religione green da Pedro Sánchez. Ma con l’ecologismo va come con il comunismo: se non funziona, ce ne vuole di più.
Pertanto, Piketty e compagni pretendono una legge di «emergenza climatica», logico correlato degli stati di emergenza che si susseguono nell’era della «permacrisi» battezzata da Ursula von der Leyen, in cui una politica amorfa ricerca legittimità nell’eterna straordinarietà dell’ordinario. E cosa bisogna fare, a parere dei savant transalpini, allo scopo di garantire «la nostra sopravvivenza collettiva»? Suicidarsi, in un certo senso. Vietare alle aziende di partecipare a nuovi progetti basati su fonti fossili, in patria e all’estero; interrompere qualunque sovvenzione a fonti energetiche che non siano le rinnovabili; proibire le lobby di gas e petrolio; introdurre la fattispecie del globicidio.
Ammesso che la diagnosi del male sia corretta, è un sacrificio che rischia di ridursi a una battaglia perdente di testimonianza, almeno fintantoché i veri inquinatori, i veri emettitori di anidride carbonica, non cambieranno abitudini. Non ci pensa nessuno al dolore «incommensurabile» delle terre sfigurate per estrarre il litio delle batterie per le nostre auto elettriche, o alle sbuffate di carbone dalle centrali cinesi da cui escono i nostri pannelli solari?
Il punto è che la grande macchina dell’emergenza acquisisce presto una sua autonomia ontologica. Va da sé, per dinamica autoalimentata: come il «cricchetto» di cui ha parlato, in un bellissimo intervento su Unherd, Michel Houellebecq, la cui firma, non a caso, mancava nella petizione per il clima. Il romanziere discuteva la legge francese sull’eutanasia, ma il suo ragionamento ormai si applica all’intero repertorio che definisce il nomos di questo Leviatano filantropico, nel quale si cerca la soluzione a tutti i problemi dell’umanità: «Una volta che un “progresso sociale” (aborto, matrimonio omosessuale, Pma, surrogata, qualsiasi cosa) è stato stabilito, non si può più tornare indietro». L’emergenza produce le condizioni di questa irreversibilità, anche nel dominio del Green deal; dopodiché, il cricchetto potrà finalmente girare nell’unico verso possibile.
Fanno tutti presto a sbertucciare la fisima di Peter Thiel per l’Anticristo. Come altro definire tutto ciò? C’è una casta illuminata che vuole forzarci a perseguire il presunto bene, stimolando il nostro senso di colpa, quando ci invita a contemplare, contriti, le conseguenze della nostra reticenza a lasciarci correggere; che è ansiosa di immolare la libertà sull’altare della necessità, possibilmente facendo «presto», ossia prima che qualcuno scopra il trucco; che si arroga il diritto di sorvegliare e punire i reprobi; e che sogna di unificare il pianeta sotto l’egida del suo paternalismo progressista. Quasi quasi, è meglio morire di caldo.
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