Adesso è l’Europa «il continente che si sta riscaldando più rapidamente sulla Terra, con un riscaldamento doppio rispetto alla media globale», sostiene Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).
Ogni anno, anzi, ogni mese, c’è qualche territorio che viene segnalato come il più infuocato e la top ten si arricchisce.
«Il 2023 è stato l’anno più caldo della storia e il Canada si sta riscaldando più velocemente di qualsiasi altro luogo sulla Terra», dichiarava a gennaio 2024 lo scienziato Gordon McBean del WeClish, il Centro climatico occidentale con sede nell’Ontario.
«I record sono stati battuti in quasi ogni Paese dell’Africa, da Nord a Sud e da Ovest a Est. Non è mai successa una cosa simile in nessuna parte del mondo nella storia climatica dei nostri giorni», segnalava a marzo dello stesso anno il climatologo Maximiliano Herrera. Un mese dopo, stesso allarme spostato su altri Paesi. «Da Gaza a Delhi a Manila, le persone hanno sofferto e sono morte quando le temperature di aprile sono aumentate vertiginosamente in Asia», oltre 40 gradi, affermava la dottoressa Friederike Otto dell’Imperial College di Londra. Il caldo, diceva, «sta provocando la morte di molte persone». Refrain che viene ripetuto in questi giorni.
A marzo di quest’anno, la cupola di calore «sta causando temperature tipiche dell’estate in gran parte degli Stati Uniti», titolavano i giornali, elencando le città dove la colonnina di mercurio raggiungeva «la soglia dei 40 gradi». Per il divulgatore scientifico Stefano Mancuso, la soluzione sarebbe semplice. Nella sua lezione dal titolo «Le città ci stanno uccidendo» propone di togliere il «il 20% delle strade» e di «piantare migliaia di alberi che assorbono anidride carbonica». Ha detto che «il riscaldamento globale è opera dell’uomo, lo dice il metodo scientifico che aiuta a cercare la verità: non è un’opinione». Non sappiano se abbia parlato anche delle nuvole.
Sarebbe risultato utile, perché riferendosi a studi del fisico Helge Goessling e colleghi dell’istituto tedesco Alfred Wegener, che hanno dimostrato come le variazioni nello squilibrio energetico della Terra siano in gran parte dovute alla recente diminuzione della copertura nuvolosa bassa, gli scienziati di Berkeley Earth, un’organizzazione di ricerca senza scopo di lucro con sede in California, punto di riferimento globale nella scienza del clima, hanno fatto un’importante precisazione.
«Ciò comporta una corrispondente diminuzione dell’albedo terrestre (la percentuale di radiazione incidente riflessa da una superficie, ndr) e permette a una maggiore porzione della luce solare in arrivo di essere assorbita anziché riflessa nello spazio», scrivono, con questa spiegazione ipotizzata: «Il cambiamento nella copertura nuvolosa e il rapido aumento della radiazione solare assorbita potrebbero essere dovuti, in parte, alla recente riduzione dello zolfo di origine antropica e di altri aerosol che storicamente hanno contribuito a bloccare una parte della radiazione solare in arrivo e a favorire la formazione delle nuvole. In sostanza, i recenti sforzi per ridurre lo smog e altri inquinanti atmosferici potrebbero aver inavvertitamente accelerato il riscaldamento globale».
Non è una novità, anche se molti preferiscono avere la memoria corta. Nel 2011 il progetto Eucaari, promosso dalla Commissione europea e costato 15 milioni di euro, vedeva tra le 48 istituzioni di ricerca di 24 Paesi anche la partecipazione italiana con l’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Isac-Cnr).
Spiegava lo scienziato Stefano Decesari: «I risultati del nostro progetto dimostrano che se si impiegassero in tutto il mondo le migliori tecnologie disponibili per abbattere il livello di aerosol in atmosfera, si verificherebbe una riduzione dell’inquinamento che favorirebbe senza dubbio il miglioramento della qualità dell’aria, con conseguenze positive sulla salute, ma con un effetto collaterale sulle temperature medie globali. L’abbattimento dell’emissione di inquinanti ridurrebbe infatti l’intensità del raffreddamento esercitato dalle particelle di aerosol, comportando un riscaldamento di circa 1 grado su scala globale entro il 2030».
Non è solo colpa, allora, delle attività umane sul pianeta se si è prodotto un surriscaldamento che ci avvicina alla soglia critica di 1,5 gradi dell’Accordo di Parigi. Berkeley Earth concludeva: «Nella misura in cui l’eccesso di riscaldamento recente è probabilmente dovuto alla riduzione dell’inquinamento da aerosol di origine antropica (costituito da particelle solide o liquide generate dalle attività umane e disperse nell’aria, ndr), il riscaldamento futuro derivante da questa fonte dipenderà direttamente anche dalle scelte umane in merito alla regolamentazione di tali aerosol».
Più recentemente, anche nel 2024 uno studio coordinato da Oivind Hodnebrog del Centro per la ricerca internazionale sul clima (Cicero) di Oslo, Norvegia affermava: «Poiché la maggior parte degli scenari futuri prevede un’ulteriore rapida riduzione delle emissioni di aerosol grazie alla legislazione sulla qualità dell’aria, tale riduzione potrebbe continuare ad accentuare lo squilibrio energetico della Terra, oltre al contributo dei gas serra. Di conseguenza, potremmo aspettarci un riscaldamento accelerato della temperatura superficiale in questo decennio». Le politiche green puliscono i cieli ma stanno scaldando di più la Terra?
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