Riscaldamento globale ridotto a barzelletta dai suoi stessi corifei
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Oggi sconfessiamo due cose. La prima è il mantra che ascoltiamo tutti i giorni a reti e stampa unificate: «Il 97% degli scienziati concorda sul fatto che nell’ultimo secolo vi sia stato un riscaldamento globale attribuito alla CO2 emessa dalla combustione di petrolio, carbone e gas naturale».

Abbiamo già (La Verità, 26 maggio 2023) avuto modo sia di dimostrare che quel 97% è frutto di una lettura sbagliata – uno sbaglio malizioso – di una ricerca di sociologia, dalla quale si evince che trattasi del 97% del 33%, cioè del 32%; sia di osservare che la cosa comunque non ha rilevanza, perché nella scienza decidono i fatti, non la maggioranza.

Giova però rammentare non solo chi si spende a favore della realtà dell’emergenza climatica, ma anche gli scienziati e accademici che si sono espressamente spesi contro. Non hanno avuto molta pubblicità perché la cosa non conviene a chi conviene mantenere quel mantra: qui facciamo noi quel poco che possiamo.

A valle del «Vertice della Terra» del 1992 a Rio, ci fu l’Appello di Heidelberg, sottoscritto inizialmente da 425 accademici, per esprimere preoccupazione per «l’emergere di un’ideologia irrazionale che si oppone al progresso scientifico e industriale e ostacola lo sviluppo economico e sociale». Che era appunto l’ideologia emergente in quel Vertice. Ad oggi, più di 3.000 firmatari, provenienti da oltre 100 Paesi, hanno aderito all’appello, tra cui molti premi Nobel.

Nel 1997, a valle della stesura del Protocollo di Kyoto (che avrebbe imposto la prima riduzione volontaria dell’uso dei combustibili fossili), più di 100 studiosi del clima firmarono la Dichiarazione di Lipsia, che così concludeva: «Sulla base di tutti i dati a nostra disposizione, riteniamo che le drastiche politiche previste dal Protocollo di Kyoto di controllo delle emissioni sono prive di un sostegno scientifico credibile e sono sconsiderate».

Nel 1998 fu sottoscritta la «Oregon Petition»: erano oltre 30.000 firmatari, 10.000 scienziati, tra cui molti geologi e geofisici, alcuni premi Nobel per la fisica, e tra essi il presidente dell’Accademia Nazionale delle Scienze americana, Frederick Seitz: «Ridurre le emissioni di CO2 è un danno all’ambiente e al benessere dell’umanità. Non c’è alcuna evidenza scientifica che la CO2 antropica stia causando – o causerà in futuro – alcunché di catastrofico al clima. Al contrario, v’è sufficiente evidenza che un aumento di CO2 in atmosfera avrà effetti benefici».

Nel 2008, oltre 1500 scienziati, tra cui 200 con competenze e qualifiche nel campo delle scienze climatiche, hanno firmato la Dichiarazione di Manhattan, che comincia così: «Il riscaldamento globale non è una crisi globale».

Nel 2019, più di 2.000, tra climatologi, geologi e fisici (tra cui due premi Nobel per la Fisica), hanno sottoscritto la World Climate Declaration: «Non c’è alcuna emergenza climatica», promossa dalla Fondazione Clintel.

L’altra cosa che sconfessiamo è il riscaldamento globale. O meglio, non siamo noi a sconfessarlo, quanto i suoi stessi allarmanti sostenitori. Costoro diffondono nella propria area di influenza un aggiuntivo allarme, che per esempio per noi suona così: «l’Italia si sta riscaldando il doppio del resto del mondo». Il giornalista Massimo Mazzucco ha raccolto cronache provenienti da mezzo mondo e che riportano, ciascuna riferita alla propria area di influenza, la stessa notizia: a scaldarsi il doppio della media del mondo sono anche: l’Europa, l’Australia, l’Africa, la Cina, la Russia, il Messico, la Finlandia, l’America Latina e i Caraibi, l’Irlanda, l’Artico, l’Antartico, il Medio Oriente, la Gran Bretagna, il New England, la Svezia, la Svizzera, Singapore, il Canada, l’oceano Atlantico, il mar Mediterraneo, l’oceano indiano. E poi: il Nordest americano, il bacino dei Grandi laghi e la California si scaldano più velocemente del resto degli Usa. Insomma, a livello locale ognuno è doppiamente terrorizzato: per il riscaldamento globale e per la sventura di vivere dove il riscaldamento è il doppio che nel resto del mondo. Si badi che quelle riportate non sono invenzioni giornalistiche, ma dichiarazioni di organismi scientifici (o spacciati per tali) e riprese dai giornali. Se non ci credete: divertitevi chiedendo a Google: «X si scalda il doppio del resto del mondo» sostituendo a X la parte di mondo che vi pare.

Senonché, ’sti catastrofisti – che, diciamola tutta, un po’ fessi lo sono, tanto da far quasi tenerezza – si danno così la zappa ai piedi. Perché i casi sono due: o la litania continua veramente per ogni parte del mondo, oppure è limitata solo ad alcune regioni. Nel primo caso, detto R il riscaldamento globale, varrebbe l’equazione R=2R. Ma questa equazione ha una sola soluzione: R=0, cioè non ci sarebbe alcun riscaldamento.

Se, invece, la litania del riscaldamento a velocità maggiore della media valesse solo per le regioni dette (che comunque comprendono mezzo mondo), allora vorrebbe dire che l’altro mezzo mondo si scalda a velocità inferiore, o addirittura si rinfresca. Insomma, il riscaldamento globale non sarebbe affatto globale. Qual è la verità? La parola è grossa ma noi, fiduciosi, cerchiamo qualcosa in letteratura. Scopriamo che J. Karlsson et al. (2025) non hanno riscontrato alcun riscaldamento netto nella Scandinavia centrale dal 1750 al 2025. B. Li et al. (2025) hanno rilevato un significativo raffreddamento di 1-2 gradi dell’Eurasia centrale dal 2004 al 2020. N. Khan et al. (2024) hanno riscontrato una tendenza alla diminuzione della temperatura media annuale nel Pakistan settentrionale dal 1960 al 2018. K.E. King et al. (2024) hanno riscontrato che il sud-est degli Stati Uniti si sta lievemente raffreddando da 120 anni. H.A. Singh e L.M. Pulvani (2020) hanno rilevato che il continente antartico non si è riscaldato negli ultimi sette decenni.

Come concludere? La conclusione breve è che il riscaldamento globale non è globale. Rimandiamo quella lunga ad un’altra volta.

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