L’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) delizia ancora una volta gli osservatori con uno dei suoi report che smentiscono le previsioni rosee (anzi, verdi) da essa stessa elaborate in precedenza. Tetragona alla realtà ogni qualvolta si tratta di fare stime e previsioni, questa volta l’Iea va a sbattere contro le proprie previsioni a proposito del carbone per uso termoelettrico.

L’Electricity mid-year update 2026, pubblicato sul sito dell’Iea, rivede al rialzo la produzione elettrica mondiale da carbone. Nel 2026 le centrali a carbone genereranno 10.974 terawattora (TWh), l’1,4% in più del 2025, pari a circa un terzo dei 33.313 TWh di elettricità prodotti nel mondo.

Il gas si ferma a 6.976 TWh, l’idroelettrico a 4.536, il fotovoltaico a 3.289, l’eolico a 2.898, il nucleare a 2.871. Si tratta di una revisione netta rispetto al rapporto Electricity 2026, pubblicato a febbraio, nel quale l’Agenzia stimava per l’anno in corso un calo della generazione a carbone dell’1,3% e una crescita del gas dell’1,3%. Le nuove stime indicano carbone a +1,4% e gas a +0,2%.

Hormuz fa salire il costo del gas

Una delle cause principali di questo svarione è la crisi di Hormuz, che ha sottratto al mercato circa il 20% del gas liquefatto mondiale. Dall’inizio delle ostilità i prezzi del gas in Asia hanno segnato una media superiore del 65% ai livelli precedenti la crisi, il Ttf europeo è salito del 50%. Ciò mentre gli stoccaggi europei sono al 60% del riempimento, dodici punti sotto il 72% di un anno fa. Il differenziale di costo tra generazione a gas e a carbone in Germania, misurato dalla stessa Iea, è a favore del carbone da marzo in avanti.

In Cina la generazione a carbone è cresciuta del 3% nel primo semestre ed è attesa a +2% sull’anno, con quella a gas in calo dell’1,5%. In India il carbone è salito del 3,5% nel semestre e chiuderà l’anno a +3%, seguito da un ulteriore +1,5% nel 2027.

In Polonia la generazione a carbone è cresciuta del 5% nel semestre dopo il calo di oltre il 3% nel 2025, in Germania è passata da una flessione media del 4% a gennaio e febbraio a una crescita superiore al 4% tra marzo e giugno. Nell’Unione europea il calo del carbone nel 2026 si fermerà al 4%, meno di quanto stimato a febbraio.

Il mercato del carbone è quanto mai attivo. Le scorte nei nove principali porti cinesi sono scese a 26,51 milioni di tonnellate (-3% in una settimana), mentre in Sudafrica sono ripresi progetti estrattivi sospesi in precedenza. Il 10 agosto scorso la Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme cinese ha pubblicato il quindicesimo piano quinquennale per il settore carbonifero.

Il documento definisce il carbone riserva energetica primaria del Paese fino al 2030, fissa al 25% la quota delle fonti non fossili e destina risorse alla modernizzazione delle miniere e all’uso del carbone come materia prima industriale.

Le rinnovabili non tengono il passo e le emissioni fanno record

Il rapporto dell’Iea prevede che nel 2026 le rinnovabili superino per la prima volta il carbone, con 11.627 TWh prodotti contro 10.974. Il confronto mette in relazione un aggregato di sei tecnologie e un singolo combustibile. Negli 11.627 TWh rientrano infatti idroelettrico, solare, eolico, bioenergie e geotermia, e il solo idroelettrico ne rappresenta il 39%. Nessuna singola fonte rinnovabile supera il carbone, mentre l’insieme dei combustibili fossili supera i 18.800 TWh, il 56% della generazione mondiale.

Nel frattempo, le emissioni di anidride carbonica del settore elettrico salgono dell’1,1% e toccano il massimo storico di 14.209 milioni di tonnellate. Dopo migliaia di miliardi di dollari investiti in transizione, il risultato del 2026 è un record mondiale di emissioni. Niente male.

La strozzatura geopolitica di Hormuz ha provocato la riaccensione delle caldaie in giro per il mondo, con buona pace di tutti i piani, le tassonomie, le roadmap e le Cop. A dispetto dei proclami, la transizione continua a costare moltissimo e a non produrre risultati, giacché l’inseguimento tra sostituzione dei combustibili fossili e aumento dei consumi energetici non sta andando come i pianificatori della transizione speravano.

Per sostituire i combustibili fossili, la produzione elettrica da fonte rinnovabile deve fornire l’elettricità aggiuntiva richiesta e, allo stesso tempo, sostituire il carbone. Per citare una nota serie di film, missione impossibile. Almeno ai ritmi con cui crescono i consumi energetici.

Germania e Italia frenano l’uscita dal carbone

Le decisioni politiche confermano la tendenza. Nel marzo scorso, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che la Germania potrebbe tenere collegate alla rete le centrali a carbone esistenti più a lungo di quanto previsto. In Italia, un emendamento al decreto Bollette ha spostato al 2038 la cessazione dell’operatività delle centrali a carbone, consentendo il mantenimento in riserva strategica o in esercizio.

La realtà è che la sicurezza dei sistemi energetici non va d’accordo con la transizione. L’estrema abbondanza e il basso costo di fonti energetiche come carbone e petrolio (ricordiamo che in Italia la metà circa del prezzo della benzina è rappresentato da tasse) rendono le fonti rinnovabili comparativamente più costose e complesse da gestire.

In Cina, ad esempio, la quota di energia da rinnovabili tagliata per congestione e mancato accoppiamento tra i profili di generazione e quelli di consumo nel primo trimestre del 2026 è stata dell’8,6% per l’eolico e del 9,4% per il solare. La stessa Iea indica in questo fattore uno dei limiti alla traduzione della nuova produzione green in minore consumo di carbone.

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