Ursula von der Leyen ha un dono, quello di trasformare ogni difficoltà creata dalla sua Commissione in un’occasione per aggravarla. Il pacchetto presentato il 17 luglio dalla vicepresidente Teresa Ribera insieme ai commissari Dan Jørgensen (Energia) e Wopke Hoekstra (Clima) porta a compimento questa attitudine con due proposte che si sorreggono a vicenda nella loro cervellotica ambizione, cioè la revisione del sistema Ets e il piano d’azione per l’elettrificazione.
Lo slogan scelto, fare dell’Europa «il primo elettrocontinente al mondo», dice già tutto sul tipo di ambizioni che circolano a Bruxelles. Chissà quale esito avrebbe questa proposta politica se fosse portata al vaglio degli elettori in una libera elezione democratica e non, invece, calata dall’alto sulla testa di imprese e cittadini. Ma veniamo alla cronaca.
La cosiddetta riforma dell’Ets interviene sul fattore di riduzione lineare (cioè il ritmo annuale con cui si tagliano le quote di emissione concesse), portandolo dall’attuale 4,3% al 3,7% per il periodo 2031-2035 e all’1,7% dal 2036 al 2040. Una traiettoria più graduale, certo, che però lascia intatta l’architettura punitiva. Le assegnazioni gratuite alle imprese proseguono oltre il 2030, ma saranno subordinate all’obbligo di reinvestire in decarbonizzazione un importo pari al 100% del loro valore. Gli Stati membri dovranno destinare almeno il 50% dei proventi delle aste di quote a progetti di decarbonizzazione. Viene alleggerita la riserva di stabilità del mercato, il cui tasso di assorbimento scende dal 24% al 12%. Piccoli aggiustamenti tecnici che non cambiano la sostanza.
Fin qui gli sconti, poi arriva il prezzo vero. Oggi le quote CO2 valgono circa 83 euro a tonnellata, e la Commissione stima che dopo il 2030 dovranno costare almeno 150 euro/tonnellata, effetto della progressiva diminuzione delle quote concesse. Poi l’Ets viene esteso a ciò che finora ne era fuori, cioè i voli in partenza dall’Unione verso destinazioni entro 5.000 chilometri (le altre destinazioni ricadranno nel sistema Corsia, vedi La Verità del 30 giugno scorso), poi l’intero trasporto marittimo e l’incenerimento dei rifiuti urbani. Il tutto senza dimenticare che dal 2028 partirà l’Ets 2, che colpirà edifici, trasporto stradale e piccola industria, cioè le tasche di chiunque accenda una caldaia o metta in moto un’automobile. Se l’obiettivo è de-industrializzare l’Europa, questa è la strada.
Il capolavoro, però, è il piano di elettrificazione. La Commissione valuterà un obiettivo del 46% di elettrificazione dei consumi finali entro il 2040, cioè il doppio della quota attuale, che viaggia in Europa attorno al 23%. Esiste già un obiettivo del 32% al 2030, che significa un ritmo di elettrificazione dei consumi pari a +1,5% all’anno, un numero pressoché impossibile e che richiederebbe decine di miliardi all’anno di sostegni pubblici.
La Commissione dice che per arrivare al 46% di energia elettrica bisognerà rendere elettrici 400.000 camion entro il 2030, un terzo della flotta di traghetti, installare quattro milioni di pompe di calore all’anno entro il 2030, tagliare del 70% l’import di gas e del 40% quello di petrolio, spendendo 260 miliardi in meno. Numeri in libertà, che non avranno nessun riscontro nella realtà.
L’ineffabile danese Jørgensen ha detto in conferenza stampa che i combustibili fossili «non sopravvivrebbero in un mercato veramente competitivo». È vero il contrario, vista la densità energetica del petrolio e la massa ingente di sussidi pubblici versati alle fonti rinnovabili. A non sopravvivere, piuttosto, sarà l’industria europea, costretta a chiudere o a delocalizzare per campare.
Il punto che sfugge completamente alla Commissione è che l’energia elettrica non è una fonte energetica, bensì un prodotto derivato dall’energia primaria. Questo fa tutta la differenza del mondo. Le fonti energetiche primarie (gas, petrolio, carbone, uranio, movimento dell’acqua e dell’aria, sole) sono quelle dalle quali si può produrre l’energia elettrica, con perdite di efficienza nel percorso. Ma l’idea che sole e vento siano gratuiti e quindi convenga investire in eolico e fotovoltaico per fare energia elettrica «gratis» si scontra con la realtà dei sistemi elettrici e dell’economia. Intanto, senza sussidi e prezzi garantiti le rinnovabili ancora oggi non stanno in piedi, il che significa che i costi di impianto non sono certo zero (l’ultima asta per i contratti garantiti Fer X ha fissato un prezzo di 66 €/MWh per il fotovoltaico nel Nord Italia). Del resto, chi vorrebbe vendere il proprio prodotto senza ricavarne nulla? Servono i sussidi e i prezzi garantiti perché si tratta di una allocazione inefficiente del capitale.
Poi, la rigidità e l’intermittenza delle produzioni rinnovabili costringono a modificare le reti e i meccanismi di bilanciamento, oltre a richiedere accumuli, cioè batterie, che sono centrali elettriche che si caricano in poche ore e scaricano per poche ore. Tutto questo costa moltissimo, perché duplica un sistema già esistente e lo deve sostituire, ma con costi enormemente superiori. Non ultimo fattore, le tecnologie green e i relativi materiali, fino alle batterie dell’auto elettrica, sono in mano alla Cina.
La Germania ha appena avviato le aste di capacità per costruire decine di migliaia di megawatt di potenza elettrica a gas per mantenere in equilibrio la rete elettrica, data l’enorme potenza solare ed eolica. Introdurre obiettivi di elettrificazione dei consumi significa ancora una volta ignorare il mercato, che alloca le risorse in maniera efficiente, a favore di un obiettivo politico, che rappresenta un costo insostenibile, a colpi di tasse e sussidi. Eppure, il mercato è uno dei totem feticcio dell’Unione europea. Chissà che fine ha fatto.
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