Inesorabile come una rata del muto e come il servizio del Tg1 a Ferragosto sul grande esodo, torna il tormentone dell’estate ecologicamente corretta: la grande sete. Secondo gli allarmi «catodici», il Po è in secca, il lago Trasimeno perde mezzo centimetro al giorno.
La profondità massima è 6 metri: un paio d’anni ancora e ce lo siamo giocati. La pianura padana come la Valdarno fa concorrenza al deserto del Gobi. La siccità è colpa degli scellerati umani che, sputando in aria ogni schifezza, sdegnano le nuvole che, però, quando piangono lo fanno così forte da creare disastri. Nel frattempo, il Mediterraneo bolle (butta la pasta tanto l’acqua è già salata) e i pesci alieni c’invadono. Perfino il politicamente corretto Ferruccio De Bortoli su Corriere.it titola: «L’allarme siccità e la testa sotto la sabbia» (che scotta, com’è ovvio).
Il «principe» di via Solferino non riflette però sulle dighe mai collaudate in Sicilia o sullo strano caso dell’Acquedotto pugliese (731 milioni di fatturato, il più imponente carrozzone idrico d’Europa). Riccardo Petrella – con una lite a sinistra Avs contro Pd – ha lasciato la presidenza per protesta contro la Regione – prima di Michele Emiliano ora di Antonio Decaro – perché non voleva «sposarsi» con l’Acea (4,2 miliardi di fatturato, soci: Roma Capitale, i francesi di Suez e Francesco Gaetano Caltagirone) e nel frattempo è scoppiato uno scandalo di parcelle che la Procura di Bari sospetta fittizie per 400.000 euro.
Non si deve parlare di questo, ma del Green deal e di quanto Ursula von der Leyen ci voglia bene, perché si preoccupa del nostro ambiente (e dei carri armati di Friedrich Merz). Invece bisognerebbe occuparsi del fatto che in Italia, come avverte l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, si perde il 42% dell’acqua potabile perché i tubi sono dei colabrodo. Basandosi su cifre Istat – un po’ datate visto che sono del 2022 – gli artigiani veneti spiegano che «il costo stimato della dispersione idrica è 9,8 miliardi di euro e ogni giorno si perdono 157 litri per ogni abitante». Le cifre scritte sull’acqua sono queste: «In totale, nel 2022, si sono persi 3,8 miliardi di metri cubi. Le cause principali sono le rotture nelle condotte, l’età avanzata degli impianti, errori di misurazione dei contatori e allacci abusivi.
Le città con le perdite più elevate sono Potenza (71%), Chieti (70,4%), L’Aquila (68,9%), Latina (67,7%) e Cosenza (66,5%). Le più virtuose sono Como (9,2%), Pavia (9,4%) e Monza (11%). Nel Sud non mancano però eccezioni positive: Lecce si ferma al 12%, meno di Milano (13,4%). A livello regionale, la Basilicata ha la dispersione più alta (65,5%), seguita da Abruzzo (62,5%) e Molise (53,9%), mentre l’Emilia-Romagna è la più virtuosa (29,7%) davanti a Valle d’Aosta (29,8%) e Lombardia (31,8%).
Il Lazio è la regione con il costo economico delle perdite più elevato, 1,5 miliardi, seguita da Sicilia e Lombardia con poco più di un miliardo ciascuna. L’Italia è anche il Paese europeo con il prelievo idrico più alto, pari a 36,5 miliardi di metri cubi nel 2023, davanti a Spagna (33 miliardi) e Francia (26 miliardi). Il 49% va all’agricoltura, il 23% agli usi civili, il 18% all’industria e il 10% alla produzione di energia elettrica».
E qui ci sarebbe da fare un appuntino alla signora Von der Leyen che, insistendo sulla direttiva Bolkestein, ha fatto sì che gruppi stranieri (Eph, Macquarie, Bkw, per dirne alcuni), mettendo le mani sulle turbine, si sono presi anche gli invasi. Di dighe si occupa ampiamente la Coldiretti, che continua a martellare sulla siccità avvertendo che, se va avanti così, si rischia un taglio della produzione del 30%.
Coldiretti lamenta che l’aumento del costo dell’energia determina un’impennata degli oneri per l’irrigazione a tutto campo – tra il 20% e il 50% – anche perché gli ambientalisti (siamo al solito paradosso) e la burocrazia bloccano il piano da 10.000 invasi che gli agricoltori insieme all’Anbi (Associazione nazionale dei consorzi di bonifica) hanno presentato da anni per raccogliere l’acqua piovana (evitando anche le alluvioni) su cui investire 32 miliardi.
Giusto per sapere quanto siamo allarmati per la siccità, il Pnrr ci ha investito 880.000 euro. Ma ogni anno le aziende che gestiscono il servizio idrico – nel 2011 si fece un referendum: il 95% disse sì all’acqua solo pubblica, ma che gli fa – si mettono in tasca 8 miliardi di euro e l’Europa dice che siamo i più forti consumatori. Peccato che metà dell’acqua finisce in fogna senza passare dal rubinetto. Un titolo sulla siccità però ci sta: ce lo chiede l’Europa del Green deal.
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