Intervistato dalla Verità, il ministro Adolfo Urso: bisogna «sgretolare il muro dell’ideologia eretto da Bruxelles sul feticcio del Green deal», e «sul caro energia è necessario procedere anche senza l’autorizzazione dell’Unione». Parole sante le prime e un po’ inquietanti le seconde.
Quanto a quelle sante, non è stato detto come implementare il non meno santo proposito di sgretolamento e, anche se sono sicuro che il ministro avrà le giuste idee, un’ideuzza l’avrei anch’io, ed è presto detta: prendere il toro per le corna. Che nel caso specifico del Green deal sono il dogma delle emissioni antropiche di CO2 che starebbero alterando (in peggio, va da sé) il clima. Insomma, per sgretolare quel feticcio bisognerebbe sgretolarne le fondamenta, cioè apertamente negare quel dogma.
Il nodo ideologico della transizione
Capisco che la cosa non è semplice.
Non tanto perché, mentre Urso guida il ministero di chi vuol fare imprenditoria, quello del suo collega all’Ambiente gli rema contro, visto che nel sito di questo dicastero possono leggersi perle del tipo: «Se si vuole evitare che le temperature si innalzino oltre livelli tali da rendere problematica la vita sulla Terra occorre, in tempi brevissimi, decarbonizzare il sistema produttivo e gli usi civili dell’energia».
Quanto, piuttosto, perché più il progetto di transizione energetica dimostra il suo totale fallimento più mostruosa si fa la quantità di denaro in esso profusa: un osso che i beneficiari di quel denaro difficilmente molleranno.
Le critiche agli Accordi di Parigi
Ma, pur non semplice, non è impossibile, perché non resterebbe solitario quel coraggioso che si risolvesse a dire: signori, ci ritiriamo dagli Accordi di Parigi giacché questa idea di voler ridurre le emissioni di CO2 per abbassare la temperatura del pianeta di 1,5 gradi è una pazza idea.
Primo, immettere CO2 fa bene al pianeta; secondo, l’aumento della cosiddetta temperatura media globale non ha alcuna correlazione con la CO2 antropica; terzo, la temperatura media globale è una cosa inventata, mai definita (e forse neanche esiste).
E non resterebbe solitario perché sarebbe applaudito da più di 2.000 accademici e uomini di scienza, tra cui due premi Nobel per la fisica. E ci sono anche gli scienziati onesti di quella parte di comunità che, pur avendo sostenuto quell’allarme, stanno ora rivedendo le proprie posizioni. Fino a poco tempo fa dicevano che «la scienza ha deciso e il dibattito è chiuso», ma da qualche tempo stanno ammettendo che non è stabilito niente e, anzi, in climatologia si brancola ancora nel buio. Naturalmente ci sono i disonesti, quelli cui nessuna università avrebbe affidato da risolvere neanche un cruciverba e che son diventati professori: non gli pare vero, tengono famiglia, e si tengono stretta la loro ciotola di lenticchie.
I tre punti messi in discussione
Seguiamo i tre punti detti. Primo, la CO2 è cibo per le piante e facciamo bene a immetterne in atmosfera: rende la vegetazione più rigogliosa e i raccolti più ricchi. Secondo, non c’è correlazione tra CO2 e la cosiddetta temperatura media del pianeta.
«Correlazione» è parola con preciso significato statistico (che evoca bene l’uso comune del termine), ed è misurata dall’omonimo indice, c, una quantità che varia tra -1 e +1, ove la correlazione è alta a questi valori estremi. Ebbene, l’indice di correlazione tra le variazioni annuali della concentrazione atmosferica di CO2 e della cosiddetta temperatura media globale per gli anni 1939-2025 vale c=0.15, cioè è debolissima.
Terzo, nessun climatologo s’è mai preso la briga di enunciare le basi fisiche della procedura di calcolo della temperatura media. La calcolano eseguendo medie aritmetiche (opportunamente aggiustate) delle temperature registrate dalle decine di migliaia di stazioni meteo sparse per il pianeta; e ottengono certamente un numero.
Ma è un numero privo di significato finché non dicono perché la calcolano proprio in quel modo.
Il problema della temperatura media
Per chiarire: qual è la media tra 20 e 80? Per questi fenomeni di climatologi – e gli hanno pure dato il Nobel per la fisica! – la media tra 20 e 80 è 50. Ma vi assicuro di poter dare una ben definita circostanza in cui la media tra 20 e 80 risulta essere 123. Non basta. Ho personalmente calcolato 33 medie diverse sulle registrazioni giornaliere di temperatura minima e massima da 1.371 stazioni, tutte operative per tutto il periodo 1939-2025. E ho trovato che, a seconda della media usata, il riscaldamento osservato (che più che altro è un riscaldamento dei dati, non del pianeta) varia tra 0.15 e 5.39 gradi per secolo, una discrepanza di un fattore 36 che non dà alcun senso al proposito parigino di mantenere entro 1.5 gradi il riscaldamento dell’ultimo secolo.
Trump, Cina e India davanti alla sfida energetica
Ma c’è una terza ragione per sentirsi incoraggiati a dichiarare di uscire da quegli sciocchi Accordi. Il presidente Donald Trump ha formalmente ritirato gli Stati Uniti da ogni impegno (presunto benefico) per il clima. La Cina tutto sta facendo fuorché prepararsi ad abbandonare gli idrocarburi. Idem l’India. E nel mondo ci sono oltre 400 impianti a carbone in costruzione e altrettante con, o in corso di, autorizzazione.
Insomma, tutto sommato, a fare il salto nel bagno del realismo ci vuole non il coraggio ma la disponibilità a sopportare gli scomposti lai di quelli che non si rassegnano alla fine della loro ricreazione: si può fare.
Infine, una chiosa sulle parole che ho detto inquietanti. Perché trovo inquietante assai che un Paese abbia bisogno dell’autorizzazione della Ue per decidere la propria politica energetica. Significa semplicemente non essere padroni del proprio benessere, perché è proprio la disponibilità di energia abbondante e a buon mercato che può fare la differenza sul nostro benessere. Significa allora che prima ancora del dogma climatico e conseguente Green deal della Ue, forse è proprio la Ue quella da sgretolare.
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