Iraq tra oleodotti e barili. Sinopec sempre più in profondità. L'Europa dipende troppo dal gas americano. Il solare spagnolo non ripaga il mutuo. Washington Post contro il Green Deal. Grano e zucchero sotto pressione.
Dan Jorgensen, il danese commissario per l’Energia e l’Edilizia abitativa assieme alla vicepresidente della Commissione Teresa Ribera (Getty Images)
Arriva Accelerate Eu, il piano per affrontare la crisi energetica. Spariscono lockdown e smart working, non la vacuità della ricetta: nel breve qualche (futile) palliativo, nel medio-lungo elettrificare tutto. Jorgensen però ammette: «Non ci sono abbastanza reti».
Da un po’ non arrivava da Bruxelles un piano per dirci che cosa dobbiamo fare, ma l’attesa è finita. Dalla riunione dei commissari europei di ieri si è riversato sull’Europa quasi intera il piano Accelerate Eu, il nuovo e atteso elenco di misure che l’Unione introduce per affrontare (si fa per dire) l’ennesima crisi energetica.
La fredda cronaca dice che la Commissione propone un pacchetto basato su cinque linee principali: coordinamento, protezione prezzi, produzione interna, investimenti e rafforzamento delle reti.
Sarà avviato un coordinamento tra Stati membri su riempimento degli stoccaggi gas, possibili rilasci di scorte petrolifere, uso delle flessibilità per prevenire carenze, salvaguardia delle forniture di jet fuel e diesel. Sarà creato un Osservatorio combustibili per mappare l’offerta, dare le priorità a fonti alternative di jet fuel, ottimizzare la distribuzione, catalogare la capacità di raffinazione europea.
Quanto alla protezione dei consumatori, gli Stati potranno adottare misure temporanee per aiutare i consumatori vulnerabili, ci sarà un framework temporaneo sugli aiuti di Stato per sostenere investimenti strategici. Si cercherà di aumentare la produzione interna di energia con rinnovabili, nucleare e biocarburanti. Arriveranno altri piani per l’elettrificazione, sviluppo di biometano e idrogeno rinnovabile, sostegno a tecnologie come veicoli elettrici, pompe di calore e sistemi di accumulo (le batterie). Saranno rafforzati gli investimenti nelle infrastrutture, saranno fatte nuove proposte su tariffe e tassazione energetica. Si spingerà su un migliore utilizzo dei fondi europei (Rrf e coesione).
Non può mancare l’obiettivo di fondo a lungo termine, quello di elettrificare i consumi energetici. Il posato Dan Jorgensen, il danese commissario per l’Energia e l’Edilizia abitativa, presentando il piano assieme alla vicepresidente della Commissione Teresa Ribera, ha affermato ieri che «con Accelerate Eu sosteniamo i nostri Stati membri nel fornire un aiuto immediato a coloro che sono più in difficoltà nella nostra società, rafforzando al contempo la transizione verso l’energia pulita e l’elettrificazione. Questa è l’unica via duratura per garantire a tutti gli europei un approvvigionamento energetico stabile, sicuro, pulito e accessibile».
Ribera, dal canto suo, ha detto che avere dato un costo alle emissioni di CO2 è uno dei maggiori successi delle politiche europee, che l’impianto dell’Ets non va toccato e che quello dell’Ets non è un problema perché le evidenze dimostrano il contrario. A quanto pare ci sono evidenze ed evidenze.
Jorgensen ha ribadito il concetto dicendo che l’Ets europeo è il motore della decarbonizzazione e che qualunque sussidio ai fossili deve essere limitato e temporaneo, mentre è preferibile incentivare l’elettrificazione dei consumi energetici piuttosto che sospendere l’Ets. Ha fatto l’esempio di un’azienda che dispone di una caldaia a gas, che potrebbe essere aiutata (sic) a installare una pompa di calore elettrica.
L’astuto esempio di Jørgensen fa da corollario all’importante dichiarazione della commissaria spagnola al Green deal, che richiamando in quarto il «There is no alternative» di Margaret Thatcher ha detto: «Non c’è alternativa al Green deal quando si tratta di sicurezza e competitività». Una frase che ricorda la vecchia storiella dell’oste e del vino.
Nel documento della Commissione non vi è traccia invece delle misure sulla riduzione guidata della domanda, quella che era balenata in qualche bozza e ribattezzata lockdown energetico, come l’incentivo allo smart working o le domeniche a piedi. Jorgensen, ignorando la relazione diretta e dimostrata tra consumi energetici e prosperità, rispondendo a una domanda di un cronista ha detto che la Commissione incoraggia comunque gli Stati membri a fare tutto il possibile («whatever they can») per abbassare la domanda energetica, sia perché ciò farebbe scendere i prezzi dell’energia sia perché aiuterebbe la sicurezza delle forniture in futuro. In effetti se non si consuma energia non si corrono rischi, se non quello di restare al buio o senza lavoro.
Il candido danese ha poi ammesso che il problema maggiore per il Green deal è rappresentato dalle reti elettriche che non ci sono, una cosa che i lettori della Verità hanno potuto leggere in anteprima in un articolo del 9 luglio 2021 (controllare per credere). Il commissario ha poi parlato dei tagli obbligati alla produzione fotovoltaica, che iniziano a diventare un problema serissimo per la redditività degli impianti a energia solare, mentre in Danimarca gli impianti eolici sono pagati per fermare la produzione perché la rete satura non può trasportarla.
Insomma, la sessione di domande e risposte in conferenza stampa è stata assai più godibile della mera presentazione delle misure.
Notiamo che Accelerate Eu è un documento pervaso da un tono tra l’impotente e il velleitario. Prendiamo il primo punto delle azioni proposte dalla Commissione. Essa faciliterà (il coordinamento), traccerà (la capacità di raffinazione europea), coordinerà (molte cose, non tutte chiarissime), chiarirà (le flessibilità), proporrà, avvierà (la revisione della direttiva sulle riserve strategiche). Sulla protezione dei consumatori, la Commissione presenterà (un catalogo di misure), redigerà (una tabella di buone pratiche), fornirà (assistenza a stabilire misure, sic), promuoverà e aiuterà (lo sviluppo del social leasing), e via impegnandosi.
Niente di nuovo sul fronte di Bruxelles, insomma, solo un altro dei mirabolanti piani europei che contengono altri piani, a loro volta ispiratori di altri piani, che un domani daranno origine ad altri piani.
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Prezzi dei carburanti in una stazione di servizio in Germania (Getty Images)
La Commissione ha subito usato il caro energia per chiedere di razionare i consumi e così ridurre le emissioni di CO2. L’obiettivo è sempre quello: smantellare l’industria.
La benzina a tre euro al litro forse non da tutti in Europa è vista come una tragedia.
Questa Europa e questa Commissione hanno un obiettivo strategico di fondo: ridurre le emissioni. Tutto il resto è sacrificabile e ogni scusa è una opportunità per raggiungere questo obiettivo. I razionamenti con riduzione dei consumi son quindi una benedizione per questa classe dirigente totalmente scollegata dalla realtà e profondamente sfavorevole se non contraria alle attività economiche imprenditoriali.
L’industria è un male da estirpare secondo il pensiero profondo di questa Unione europea.
Non si spiegano altrimenti le infinite misure che, attraverso Green deal e normative assurde, hanno distrutto intere filiere industriali e in generale l’industria manifatturiera europea.
Se guardiamo l’Italia la riduzione parte da lontano; dal 1980 ad oggi si è perso il 46,2% delle imprese artigiane manifatturiere. Non è ovviamente solo la richiesta di standard ambientali irraggiungibili ad aver causato questo tracollo, ma sicuramente negli ultimi anni l’esasperazione green europea ha spinto molti imprenditori a chiudere.
E questa esasperazione degli obiettivi «sostenibili» ha impattato forse ancora più pesantemente sulle imprese più grandi. Pensare di raggiungere la neutralità climatica (concetto demenziale) entro il 2050 non può che spingere imprese medio grandi a delocalizzare o a capitalizzare i propri asset prima del colpo finale.
Spostare la fiscalità dalla produzione ai consumi è sempre stato un obiettivo delle politiche green, come se abbattere i consumi non avesse effetti sulle imprese che di consumi vivono. I disastri della filiera dell’auto sono solo un esempio di ciò che è successo in questi anni e denotano la cultura che partorisce queste ideologie. La normativa contro la deforestazione, oggi in stand by ma non modificata nella sostanza, è un altro esempio di come questa Europa vede il futuro del continente e del mondo.
La Commissione desidera un mondo ideale, dove i bambini studiano felici, i lavoratori delle piantagioni di cacao o caffè sono pagati come un operaio della Ferrari, e dove siano egualmente distribuiti tra tutti i colori della pelle, così da non comunicare l’immagine di gerarchie tra le razze.
Probabilmente chi scrive queste normative non ha mai lasciato le stanze del Parlamento europeo e non ha mai visto una piantagione di olio di palma, di cacao, di pulp and paper in Indonesia, nell’Amazzonia brasiliana o in Costa d’Avorio. E soprattutto non ha idea di come si modificherebbero i prezzi dei prodotti finiti che arrivano nei nostri supermercati se un approccio di questo tipo venisse implementato fino in fondo.
L’utopia di un mondo senza diseguaglianze rischia di crearne sempre di più, visto che l’illusione europea è appunto solo qualcosa che non può essere realizzato se non a prezzo di una distruzione totale di molte filiere industriali, non solo agroalimentari, con conseguente disoccupazione di massa e povertà, sia nei Paesi di origine che nei Paesi di trasformazione.
La superiorità etica che la Commissione ritiene di avere è il problema culturale di fondo. Non gli è parso vero quindi di avere l’occasione di parlare immediatamente di razionamenti, targhe alterne, divieti, smart working, in una logica classista che penalizzerebbe in primis le fasce più deboli della popolazione. Ma il tutto ovviamente per il bene supremo, salvare il pianeta dalla deriva climatica. Sacrificare lo stile di vita e il welfare è un costo minimo da sostenere a fronte di un obiettivo superiore. La tregua nella guerra e la riapertura dello stretto di Hormuz, per questi fanatici green, è una iattura.
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Gianni Murano, presidente di Unem (Ansa)
Il presidente dell’Unem, Gianni Murano: «I nostri impianti si stanno rivelando strategici e il loro funzionamento ci permette di essere indipendenti. Basta green».
«Bruxelles invece di parlare di razionamento dovrebbe dichiarare le raffinerie asset strategico, rivedendo l’Ets e riaprendo il discorso dell’approvvigionamento russo con una svolta sul conflitto russo-ucraino. L’Italia, considerata finora pecora nera dell’Europa per aver mantenuto attive le sue più importanti raffinerie, ora è un modello da seguire perché sul fronte dei prodotti finiti da petrolio, è autosufficiente a parte il settore dell’aviazione. Servirebbe un bagno di realismo, uscire dalla gabbia dell’ideologia green». Gianni Murano, presidente di Unem, l’Unione energie per la mobilità, che riunisce le principali aziende della lavorazione, logistica e distribuzione dei prodotti petroliferi, è un fiume in piena.
Quale è la situazione delle raffinerie in Italia?
«È uno degli asset strategici del Paese, pur avendo chiuso negli ultimi vent’anni, dal 2005, sette raffinerie su 17. Quindi ne rimangono dieci, di cui una dedicata ai bitumi. La domanda di carburanti fossili è diminuita, perché sostituiti da gas e rinnovabili, fondamentali per la produzione di energia elettrica. Ma per la mobilità stradale, aerea e marittima, i derivati dal petrolio sono dominanti. La chiusura delle raffinerie è stata determinata anche dalla politica dell’Ets, il meccanismo di acquisto delle quote di emissioni che non esiste in altre parti del mondo e che diventa pertanto uno svantaggio competitivo per le raffinerie europee. L’Italia sul fronte della raffinazione è autosufficiente. Lo scorso anno abbiamo raffinato circa 60 milioni di tonnellate di petrolio grezzo e abbiamo esportato 28 milioni di tonnellate di prodotti finiti. La raffinazione ci consente ancora di essere indipendenti tant’è che le importazioni non superano i 15 milioni di tonnellate e, quindi, abbiamo un saldo positivo in termini di export. Quanto al gasolio, ne importiamo 5 milioni di tonnellate e ne esportiamo 8 milioni. Dove soffriamo è sul jet fuel, ossia il carburante per aviazione, che acquistiamo dall’estero per il 50% del nostro fabbisogno, e sul Gpl che importiamo per l’80%. Per l’Italia, quindi, non c’è una situazione emergenziale».
Vuol dire che il nostro Paese è in una situazione migliore del resto d’Europa?
«Esattamente. L’Europa ha bisogno di importare 20 milioni di tonnellate di prodotti finiti e 10 milioni di tonnellate di jet fuel. Il gasolio prima veniva dalle raffinerie russe. Scoppiata la guerra ucraina, l’Europa ha pensato di poter fare a meno di Mosca rivolgendosi al Medio Oriente ma abbiamo visto come sono andate le cose».
Se l’Italia è autosufficiente per il gasolio perché soffre i rincari?
«Il prezzo dei prodotti petroliferi è internazionale».
Il commissario europeo all’Energia, Jorgensen, continua a prospettare il razionamento dei prodotti petroliferi. Ma l’Italia autosufficiente sarebbe costretta a stringere la cinghia?
«Innanzitutto, è un’ipotesi. Poi, non penso che Bruxelles abbia i poteri per decidere per tutti gli Stati membri. Come tenderei a escludere che l’Italia possa essere chiamata a compensare il deficit di prodotti raffinati di altri Paesi, dirottando parte della sua produzione. Il nostro Paese, più volte ripreso per non essere al passo con la decarbonizzazione, che comprende anche la chiusura delle raffinerie tradizionali, ora è in una posizione di vantaggio. Abbiamo un sistema di raffinazione molto flessibile. Nel 2025 abbiamo lavorato oltre 80 tipologie di petrolio arrivate da 31 Paesi (la metà sono africani). Durante la guerra del Kippur, nel 1973, si lavoravano 25 tipologie di petrolio che arrivavano da 15 Paesi. La Commissione Ue dovrebbe considerare la raffinazione come un asset strategico, da proteggere».
Quanto può durare l’autosufficienza dell’Italia?
«Le raffinerie fanno i contratti in anticipo, per cui gli acquisti di petrolio grezzo sono garantiti per aprile e inizio maggio. Quello che succederà dopo non possiamo prevederlo, ma vediamo che il prezzo di acquisto sta aumentando enormemente. Quindi, tutto dipende dalla disponibilità di petrolio e da quanto i prezzi di acquisto incidono sulla profittabilità delle raffinerie. I piccoli impianti potrebbero essere indotti a diminuire la produzione. C’è un dato che indica il carattere strategico delle nostre raffinerie. Negli ultimi anni abbiamo visto alcuni cambiamenti di proprietà a favore di operatori internazionali e multinazionali. Sono il segnale di quanto le nostre raffinerie sono attrattive».
Come dovrebbe intervenire l’Europa per affrontare l’emergenza?
«Parlare di razionamento è un errore. Significa preoccuparsi tatticamente di un’emergenza e non saper affrontare le politiche energetiche. Bisogna intervenire sul meccanismo dell’Ets, congelandolo poiché incide sulla competitività del sistema europeo e zavorra le imprese. Avrebbe senso solo se applicato a livello globale. Le raffinerie europee andrebbero considerate come asset strategici e tutelate anziché considerarle il nemico del Green deal. È giunto, poi, il momento di avere una posizione più determinata sul conflitto russo-ucraino e riaprire il canale del dialogo per arrivare ad una vera soluzione negoziale. Serve una vera politica energetica europea, fatta di realismo e non di ideologia».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Uno studio della Commissione riconosce che la transizione energetica incide sui conti pubblici dell’Unione. Soluzione? Tagliare risorse al sociale (scuola, pensioni, sanità, infrastrutture) e chiedere ai cittadini nuovi esborsi per finanziare la rivoluzione verde.
Con un tempismo tra il disastroso e il provocatorio, nel pieno della seconda grave crisi energetica in quattro anni, ecco arrivare il rapporto della Commissione europea sulla sostenibilità finanziaria del Green deal. Il 27 marzo scorso la Direzione generale per l’azione climatica della Commissione europea, infatti, ha pubblicato un corposo studio intitolato Impatto della transizione climatica sulle finanze pubbliche.
Duecento pagine dense di modelli econometrici, scenari e proiezioni, assemblate da un consorzio di centri di ricerca pagati dalla Commissione, per dimostrare una tesi già scritta in partenza, ovvero che la transizione verde è finanziariamente sostenibile. Cioè i governi possono attuare questo cambiamento senza far esplodere il debito pubblico. Evviva.
Del resto, quando si chiede all’oste se il vino è buono non ci si può aspettare una risposta diversa. Lo studio, però, non può evitare di riconoscere che la transizione è sostenibile perché c’è qualcuno che la paga: i cittadini.
Il rapporto utilizza due grandi modelli macroeconomici, E3ME e GEM-E3, per stimare gli impatti della politica climatica europea sulle finanze pubbliche dei 27 Stati membri fino al 2050. Il punto di partenza è la constatazione che la transizione produrrà effetti profondi su entrate e uscite pubbliche. Infatti, da un lato essa ridurrà progressivamente le entrate fiscali legate ai combustibili fossili (accise su carburanti, gas, carbone), dall’altro richiederà ingente spesa pubblica in sussidi alle energie rinnovabili, incentivi per i veicoli elettrici e sostegno alle famiglie nelle fasce di reddito più basse.
I due modelli economici usati dallo studio giungono a conclusioni diverse, e questa divergenza è rivelatrice.
Nel modello E3ME, di impostazione per così dire keynesiana, la transizione verde genera un effetto di stimolo sulla crescita economica. Secondo le ipotesi, gli investimenti verdi trainano il Pil, le entrate fiscali aumentano e i governi si ritrovano perfino con dei surplus da redistribuire alle famiglie. Una pacchia. Peccato che questa conclusione ottimistica dipenda interamente da un’ipotesi di partenza molto discutibile, ovvero che gli investimenti verdi abbiano un moltiplicatore keynesiano positivo. Lo studio ipotizza cioè che ogni euro speso in pale eoliche e pompe di calore generi più di 1 euro di crescita economica complessiva. Un’ipotesi tutta da dimostrare.
Nel modello GEM-E3, di impostazione più restrittiva sulla spesa pubblica, lo scenario è opposto. Gli investimenti nelle tecnologie a basse emissioni spiazzano altri investimenti produttivi, i costi di produzione aumentano, il Pil scende e gli Stati sono costretti ad alzare le tasse per mantenere stabile il rapporto debito/Pil.
Quindi, se il modello keynesiano ha ragione, niente tasse aggiuntive. Se ha torto, le tasse aumentano eccome. Lo studio presenta questa alternativa come una questione tecnica tra economisti, ma in realtà è una scommessa politica fatta con i soldi dei contribuenti.
Lo studio però vincola esplicitamente i propri scenari al mantenimento di rapporti debito/Pil «stabili e compatibili con il percorso di riferimento». Quindi i modelli sono calibrati affinché i conti tornino, non per verificare se i conti tornano davvero. È proprio questo a viziare tutto lo studio, che vuole dimostrare la sostenibilità finanziaria non ottenendola come esito ma imponendola come input iniziale.
Ora, ogni euro di spesa pubblica orientato verso la transizione Green è 1 euro sottratto ad altre voci di bilancio. Infatti, nel modello GEM-E3 dello studio, per mantenere la neutralità di bilancio nella fase più intensa della transizione (2035-2045), i governi europei dovrebbero raccogliere tra 68 e 148 miliardi di euro aggiuntivi l’anno attraverso aumenti di tasse indirette.
La transizione verde non avviene nel vuoto, ma in economie dove la spesa per le pensioni pesa il 12-15% del Pil nell’Europa continentale, la sanità pubblica è sotto pressione, le infrastrutture (strade, scuole, ospedali) accumulano ritardi decennali.
Quando lo studio prevede che i governi dovranno aumentare le entrate per finanziare la transizione «mantenendo costante il rapporto debito/Pil», dunque, sta dicendo che queste risorse dovranno provenire da qualche parte. O da nuove tasse, con effetti regressivi documentati, o da tagli ad altre voci. Pensioni più basse, meno investimenti in infrastrutture, meno spesa sanitaria, a scelta.
Né lo studio considera il costo opportunità di queste scelte. Un euro investito in transizione Green è 1 euro non investito in ricerca e sviluppo, nella scuola, in strade, porti, ponti, edilizia pubblica. Non è detto che la destinazione «verde» sia sempre la più produttiva in termini di crescita a lungo termine. Anzi, lo stesso modello GEM-E3 nello studio suggerisce il contrario, poiché nella simulazione certi investimenti verdi hanno rendimenti inferiori rispetto agli investimenti che sostituiscono.
Lo studio dimostra che la transizione può avvenire senza far esplodere il debito, a condizione di aumentare le tasse o tagliare i trasferimenti da qualche parte. Ci volevano duecento pagine per dirci questo?
Dopo vent’anni di politiche Green inefficaci (la dipendenza estera dell’Eurozona per l’energia resta sopra il 60% dal 2005), siamo ancora qui, con il Green deal che impone scelte politiche prese al di sopra del livello politico democratico, cioè quello nazionale. Lo spiegò anche Mario Monti anni fa, quando disse che l’Unione europea serve a prendere decisioni «al di fuori del processo elettorale».
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