Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d’Italia Alessandro Ciriani durante la sessione plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo.
(Totaleu)
Lo ha dichiarato l’eurodeputato di Futuro Nazionale a margine di una conferenza stampa del gruppo Europa delle Nazioni Sovrane (Esn) al Parlamento europeo di Bruxelles, dopo avere aderito oggi al gruppo con il suo nuovo partito, fondato in seguito all’addio alla Lega.
La Corte dei Conti Ue smonta la strategia verde sui minerali critici dell’Europa. Donald Trump investe 12 miliardi nelle riserve strategiche.
L’atteso rapporto della Corte dei conti dell’Unione europea sulla strategia della Commissione per i materiali critici non delude le attese e rappresenta una sonora bocciatura dell’operato di Ursula von der Leyen. L’Ue rischia di restare a corto di materie prime per le energie da fonti rinnovabili, dice la Corte con sede in Lussemburgo nel comunicato stampa che accompagna il rapporto. Ottantadue pagine severissime nei contenuti.
In sintesi, la strategia Ue fa acqua da tutte le parti. La Corte fa una lunga serie di rilievi, a partire dal fatto che gli elenchi di materiali critici dell’Ue individuano sì le materie prime critiche (34), ma i dati, le proiezioni e la metodologia sottostanti presentano carenze. Nella strategia dell’Unione non vi è alcuna giustificazione del modo in cui sono stati stabiliti i valori-obiettivo di diversificazione, estrazione, trasformazione e riciclo proposti dalla Commissione. Non vi sono indicazioni su come o in che misura il conseguimento dei valori-obiettivo contribuisca agli obiettivi dell’Ue in materia di energie rinnovabili. Questa non è una novità: quando si parla degli interventi dell’Ue nell’industria ci sono i precedenti catastrofici del Green deal e dell’obbligo di auto elettrica dal 2035.
L’effetto dei finanziamenti erogati dall’Ue sull’approvvigionamento di materie prime critiche, poi, non è affatto chiaro. Si stanno mettendo soldi sì, ma non si sa bene come e dove.
Le informazioni sulle iniziative e sui progetti relativi alle materie prime critiche finanziate dall’Ue sono distribuite in maniera frammentata tra più direzioni generali della Commissione. La Corte ha riscontrato che non è possibile tracciare adeguatamente i risultati e anche che la Commissione non ha analizzato gli effetti delle iniziative sull’approvvigionamento dell’Ue. Perché? Perché il quadro finanziario pluriennale 2021-2027 non definisce le materie prime critiche come una priorità. Imperdonabile, considerato che la Cina sta costruendo posizioni strategiche sulle materie prime critiche e che gli Stati Uniti stanno lavorando alacremente sul dossier.
Ma non è tutto. Gli sforzi di diversificazione delle importazioni devono ancora produrre risultati tangibili, stabilito che l’Ue dipende quasi totalmente dall’estero per tali materiali (per dieci di questi la dipendenza è al 100%). I recenti accordi tra l’Ue e paesi come Cile, Messico, Nuova Zelanda e Regno Unito contengono capitoli specifici sulle materie prime, ma la Commissione non è in grado di dimostrare al momento che tali accordi di libero scambio abbiano contribuito ad aumentare l’approvvigionamento di materie prime critiche nell’Ue.
Ancora: ostacoli di natura finanziaria, giuridica e amministrativa intralciano i progressi nella produzione nazionale, le attività di esplorazione sono poco sviluppate e rischiose, il processo di trasformazione delle materie prime risente della mancanza di tecnologia e della diminuzione del numero di impianti in Ue.
Del resto, gli impianti di trattamento delle materie prime sono energivori e soprattutto inquinanti. I costi per minimizzare l’impronta ambientale di questi stabilimenti sono molto alti in Europa, ed è per questo che tali attività sono state delocalizzate in Cina, che dispone di ampie aree in cui nessuno si lamenta dell’impatto sull’ambiente. Ora però questa attività è strategica e l’Ue si trova scoperta. L’obiettivo del 40% di materiale trasformato in Ue è lontanissimo e l’autogol regolatorio della Ue sulle miniere è piuttosto clamoroso: la direttiva sulle acque e quella Natura 2000 allungano i tempi dei progetti minerari, richiedendo autorizzazioni ambientali stringenti. In media, ci vogliono 10-15 anni in Ue per far partire una miniera, con punte di 20 anni (e 30 anni in Svezia).
Il regolamento sulle materie prime critiche prevede che almeno il 25 % del consumo di materie prime strategiche dell’Ue provenga da fonti riciclate entro il 2030. Ma oggi sette dei ventisei materiali necessari alla transizione energetica hanno tassi di riciclo compresi tra l’1% e il 5%, mentre 10 di essi non sono riciclati affatto. Il riciclo per molti dei materiali non è economicamente giustificabile e richiederebbe sussidi.
Insomma, certifica la Corte, la Ue si è imbarcata nell’industria green senza preoccuparsi della disponibilità delle materie prime necessarie ed ora è in grave ritardo, un ritardo impossibile da recuperare. La Cina domina il settore e fa leva sulla propria posizione di quasi-monopolista in molti dei mercati delle materie prime, ad esempio imponendo restrizioni all’export di materie prime. L’Ue resta insomma ancora totalmente dipendente dall’estero per la propria politica industriale.
Intanto Donald Trump sta per lanciare una riserva strategica di minerali critici, con 12 miliardi di dollari di capitale, per proteggere i produttori dagli shock dell’offerta mentre gli Stati Uniti lavorano in tutto il mondo per ridurre la propria dipendenza dalla Cina per terre rare e altri materiali. L’iniziativa Project Vault convoglierà 1,67 miliardi di dollari di capitale privato e un prestito di 10 miliardi di dollari dalla Us Export-Import Bank, per l’acquisto e lo stoccaggio dei minerali per case automobilistiche e aziende tecnologiche. Domani a Washington si terrà il primo Critical Minerals Summit, convocato dal Segretario di stato Marco Rubio, con la presenza di circa 20 paesi tra cui l’Italia, per potenziare le catene di approvvigionamento non cinesi, sostenendo i prezzi e gli investimenti.
Differenza tra un governo politico, quello americano, che risponde democraticamente agli elettori, e un pugno di funzionari non eletti, quelli di Bruxelles, senza responsabilità politica e senza alcuna cognizione.
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(IStock)
Il governo nicchia sul recepimento della direttiva che impone costosi edifici a emissioni zero e la ristrutturazione di quelli datati Von der Leyen attendeva da Roma, entro il 31 dicembre 2025, la bozza del piano. Anche Francia e Germania temporeggiano.
La direttiva sulle ristrutturazioni degli immobili, la cosiddetta direttiva «Case green», giace in un limbo, quello del mancato recepimento. In realtà ci sarebbe ancora tempo, visto che è entrata in vigore il 28 maggio 2024 e va recepita entro il 29 maggio 2026. Ma due scadenze sono già saltate. Dal 1° gennaio 2025, infatti, gli Stati membri non dovevano più concedere incentivi per l’installazione di caldaie autonome alimentate da combustibili fossili (a parte alcune eccezioni). Per questo, la Commissione Ue ha avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia (insieme a Estonia e Ungheria) per mancato recepimento completo dell’articolo che vieta gli incentivi alle caldaie autonome a combustibili fossili.
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Ursula si rimangia il no alla benzina dal 2035 e apre ai biocarburanti. Gli incentivi per le minicar a batteria prodotte nel continente sono insufficienti contro i cinesi.
Dopo lunghe attese, ieri la Commissione europea ha formalmente ceduto, proponendo una modifica al regolamento sull’eliminazione graduale dei motori a combustione interna. L’obiettivo originario, concordato circa tre anni fa, prevedeva che a partire dal 2035 le nuove auto non dovessero più emettere CO2 allo scarico, raggiungendo di fatto una riduzione del 100% rispetto alle emissioni del 2021. Il che significava implicitamente un obbligo di auto elettrica per tutti. Con le modifiche proposte ieri, le case automobilistiche dovranno rispettare un obiettivo di riduzione delle emissioni allo scarico del 90%.
Questo allentamento delle norme consente che nuove auto con motore a combustione interna possano ancora essere immatricolate nell’Ue anche dopo il 2035. Non sono previste date successive in cui si arrivi al 100% di riduzione delle emissioni. Il presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha naturalmente magnificato il ripensamento della Commissione, affermando che «mentre la tecnologia trasforma rapidamente la mobilità e la geopolitica rimodella la competizione globale, l’Europa rimane in prima linea nella transizione globale verso un’economia pulita». Ursula 2025 sconfessa Ursula 2022, ma sono dettagli. A questo si aggiunge la dichiarazione del vicepresidente esecutivo Stéphane Séjourné, che ha definito il pacchetto «un’ancora di salvezza per l’industria automobilistica europea». Peccato che, in conferenza stampa, a nessuno sia venuto in mente di chiedere a Séjourné perché si sia arrivati alla necessità di un’ancora di salvezza per l’industria automobilistica europea. Ma sono altri dettagli.
L’autorizzazione a proseguire con i motori a combustione (inclusi ibridi plug-in, mild hybrid e veicoli con autonomia estesa) è subordinata a condizioni stringenti, perché le emissioni di CO2 residue, quel 10%, dovranno essere compensate. I meccanismi di compensazione sono due: 1) utilizzo di e-fuel e biocarburanti fino a un massimo del 3%; 2) acciaio verde fino al 7% delle emissioni. Il commissario Wopke Hoekstra ha spiegato infatti che la flessibilità è concessa a patto che sia «compensata con acciaio a basse emissioni di carbonio e l’uso di combustibili sostenibili per abbattere le emissioni».
Mentre Bruxelles celebra questa minima flessibilità come una vittoria per l’industria, il mondo reale offre un quadro ben più drammatico. Ieri Volkswagen ha ufficialmente chiuso la sua prima fabbrica tedesca, la Gläserne Manufaktur di Dresda, che produceva esclusivamente veicoli elettrici (prima la e-Golf e poi la ID.3). Le ragioni? Il rallentamento delle vendite di auto elettriche. La fabbrica sarà riconvertita in un centro di innovazione, lasciando 230 dipendenti in attesa di ricollocamento. Dall’altra parte dell’Atlantico, la Ford Motor Co. ha annunciato che registrerà una svalutazione di 19,5 miliardi di dollari legata al suo business dei veicoli elettrici. L’azienda ha perso 13 miliardi nel suo settore Ev dal 2023, perdendo circa 50.000 dollari per ogni veicolo elettrico venduto l’anno scorso. Ford sta ora virando verso ibridi e veicoli a benzina, eliminando il pick-up elettrico F-150 Lightning.
La crisi dell’auto europea non si risolve certo con questa trovata dell’ultima ora. Nonostante gli sforzi e i supercrediti di CO2 per le piccole auto elettriche made in Eu, la domanda di veicoli elettrici è debole. Questa nuova apertura, ottenuta a fatica, non sarà sufficiente a salvare il settore automobilistico europeo di fronte alla concorrenza cinese e al disinteresse dei consumatori. Sarebbe stata più opportuna un’eliminazione radicale e definitiva dell’obbligo di zero emissioni per il 2035, abbracciando una vera neutralità tecnologica (che includa ad esempio i motori a combustione ad alta efficienza di cui parlava anche il cancelliere tedesco Friedrich Merz). «La Commissione oggi fa un passo avanti verso la razionalità, verso il mercato, verso i consumatori ma servirà tanto altro per salvare il settore. Soprattutto servirà una Commissione che non chiuda gli occhi davanti all’evidenza», ha affermato l’assessore allo Sviluppo economico di Regione Lombardia Guido Guidesi, anche presidente dell’Automotive Regions Alliance. La principale federazione automobilistica tedesca, la Vda, ha detto invece che la nuova linea di Bruxelles ha il merito di riconoscere «l’apertura tecnologica», ma è «piena di così tanti ostacoli che rischia di essere inefficace nella pratica». Resta il problema della leggerezza con cui a Bruxelles si passa dalla definizione di regole assurde e impraticabili al loro annacquamento, dopo che danni enormi sono stati fatti all’industria e all’economia. Peraltro, la correzione di rotta non è affatto un liberi tutti. La riduzione del 100% delle emissioni andrà comunque perseguita al 90% con le auto elettriche. «Abbiamo valutato che questa riduzione del 10% degli obiettivi di CO2, dal 100% al 90%, consentirà flessibilità al mercato e che circa il 30-35% delle auto al 2035 saranno non elettriche, ma con tecnologie diverse, come motori a combustione interna, ibridi plug-in o con range extender» ha detto il commissario europeo ai Trasporti Apostolos Tzizikostas in conferenza stampa. Può darsi che sarà così, ma il commissario greco si è dimenticato di dire che quasi certamente si tratterà di auto cinesi.
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