- La Angelini, produttrice del farmaco, conferma alla commissione d’inchiesta che nessun esame fu svolto per verificare l’efficacia del paracetamolo sui contagiati. Eppure il medicinale era il pilastro del protocollo di Speranza, insieme alla «vigile attesa».
- Due mesi all’infermiera per «lesioni gravissime». Medico assolto, nessun risarcimento.
Lo speciale contiene due articoli
Il colpo di grazia al protocollo «Tachipirina e vigile attesa» è arrivato direttamente dai produttori della Tachipirina stessa.
Martedì è infatti stato audito dalla commissione d’inchiesta sul Covid Sergio Marullo di Condojanni, amministratore delegato di Angelini Holding e di Angelini Pharma, ovvero la casa farmaceutica produttrice del medicinale protagonista della circolare sulla «Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-CoV-2» del 30 novembre 2020. Il ministero della Salute, allora guidato da Roberto Speranza, indicava per i «soggetti a domicilio asintomatici o paucisintomatici (cioè con sintomi lievi, ndr)», misure come la «vigile attesa», la «misurazione periodica della saturazione dell’ossigeno tramite pulsossimetria» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)».
Un protocollo dimostratosi inefficace, ma che l’ex titolare della Salute ha strenuamente difeso, anche davanti al Consiglio di Stato. Ma sul quale non erano mai stai condotti studi, né era stato chiesto un parere alla casa farmaceutica. Come confermato in audizione dal manager dell’azienda. Alla domanda «Il gruppo Angelini ha mai preso posizione pubblica con riferimento alla raccomandazione “tachipirina e vigile attesa?”», Marullo di Condojanni ha infatti risposto negativamente: «No, mai, e diciamo che ne siamo stati anche un po’ vittime, è una cosa che abbiamo “subito”, perché c’è stato quello che io giudico un errore di comunicazione, poiché la raccomandazione era sul paracetamolo, che in Italia è identificato con la Tachipirina, ma in realtà noi siamo stati “spettatori” di quello che è successo. Non ne sapevamo nulla, il brand è nostro e c’è stata pubblicità del brand, e noi abbiamo osservato quello che accadeva».
Sul punto è tornata Alice Buonguerrieri: «Il gruppo Angelini ha mai commissionato o sovvenzionato studi sull’efficacia del paracetamolo sui malati di Covid?», ha chiesto la deputata durante l’audizione. E anche qui, la risposta è stata negativa. Inoltre, ha fatto notare la Buonguerrieri, una dichiarazione presente sul sito di Angelini Pharma datata 31 gennaio 2022 chiariva che «il paracetamolo, commercializzato dall’azienda con il nome di Tachipirina, è un trattamento sintomatico del dolore della febbre associata all’infezione, non un trattamento curativo del Covid».
Il protocollo era già stato fatto a pezzi da diversi medici, anche davanti alla stessa commissione d’inchiesta. Lo scorso ottobre, per esempio, di fronte alla bicamerale, Nicola Petrosillo, ex direttore del Dipartimento clinico e di ricerca in malattie infettive dello Spallanzani, aveva dichiarato che «il protocollo non cura il Covid e il Cts l’ha sempre saputo».
«La circolare del 30 novembre 2020 del ministero della Salute guidato da Speranza, che nel dibattito è sempre stata ribattezzata “tachipirina e vigile attesa” seppur impropriamente in quanto era più corretto il termine “paracetamolo”, è attualmente oggetto di approfondimento da parte della commissione d’inchiesta proprio perché da molte parti è stata criticata», ha commentato ieri il presidente della commissione, il senatore di Fdi, Marco Lisei. «Certo, mi ha sorpreso che non sia stato fatto nessuno studio sull’efficacia del paracetamolo nella cura del Covid dal Gruppo Angelini. Non che fosse di loro responsabilità essendo un soggetto privato, ma viste le indicazioni ministeriali e, immagino, il picco di vendite che hanno avuto, sarebbe stato normale». Sulla stessa scia la deputata Bonguerrieri: «Fanno sorridere le parole dell’ex ministro Speranza che poco tempo fa ha avuto il coraggio di negare la circolare sul paracetamolo e la vigile attesa, quella circolare fu uno dei tenti errori commessi dall’allora governo Conte. Di tutti gli scienziati che abbiamo sentito non uno ci ha detto che il paracetamolo fosse una terapia utile alla cura del Covid o che venisse somministrata. Con l’audizione di Angelini abbiamo certificato che non lo era, per loro stesse parole e tanto è vero che neppure si son presi la briga di fare studi, un altro contributo alla verità che abbiamo raggiunto con il lavoro della commissione Covid».
Iniettò 6 dosi alla volta: condannata. Ma la vittima non ha visto un euro
Cinque anni dopo quella mattina di primavera del 2021, la vicenda che aveva fatto il giro dei telegiornali come un incidente incredibile, quasi surreale, torna nelle aule di giustizia con una condanna che chiude solo una delle tante pieghe di un caso di cronaca di un periodo ancora considerato buio. Ieri il Tribunale di Massa ha emesso la sentenza di primo grado nei confronti dell’infermiera che, il 9 maggio di cinque anni fa, somministrò per errore sei dosi di vaccino Pfizer a una giovane di 23 anni nell’ospedale Noa di Massa Carrara. Per la giudice Antonella Baldasseroni si tratta di lesioni gravissime: la professionista è stata condannata a due mesi di reclusione, mentre il medico e gli altri sanitari coinvolti sono stati assolti con formula dubitativa.
L’episodio era nato come un errore tecnico, uno di quei casi che, in piena campagna vaccinale, sembravano difficili da immaginare: anziché una singola dose, alla giovane venne iniettata l’intera fiala del vaccino Pfizer-BioNTech, corrispondente a sei somministrazioni distinte. Il personale si accorse dell’errore solo dopo che il liquido era già entrato nel braccio, privo della diluizione fisiologica richiesta dal protocollo. All’epoca, gli allarmi iniziali su allergie o effetti collaterali gravi furono rapidamente smentiti dai medici che la monitorarono: la ragazza non sviluppò febbre né crisi immunitarie acute e rimase sotto osservazione per 24 ore prima di essere dimessa.
Ma quello che poteva apparire come un aneddoto si trasformò presto in un’odissea giudiziaria e umana. La giovane e la sua famiglia scelsero di denunciare l’accaduto, dando il via a un iter processuale costoso e prolungato. Ancora oggi, a distanza di anni, la madre esprime un rammarico profondo: nessuno ha risarcito un euro per le lesioni gravissime subite dalla figlia, nonostante le richieste avanzate nel corso del dibattimento.
La sentenza di primo grado ha stabilito una responsabilità penale per l’infermiera, ma ha rimandato a un giudizio civile la valutazione dell’eventuale risarcimento danni. La legale della giovane ha dichiarato di attendere il deposito delle motivazioni della sentenza prima di decidere se presentare ricorso in appello. Sul piano sanitario, la ragazza continua a sottoporsi a controlli medici periodici, mentre restano al centro dell’attenzione pubblica le preoccupazioni e le incertezze legate all’impatto psicologico e personale vissuto dopo l’episodio.
La vicenda solleva interrogativi più profondi sulla gestione della sanità pubblica in momenti di emergenza, sull’affaticamento delle strutture e sulle responsabilità individuali in ambienti di lavoro sotto pressione. L’errore, ormai, non può essere derubricato a semplice disattenzione: sei dosi in un’unica iniezione non sono un fenomeno che rientra nei margini della normalità, né possono essere liquidate come circostanze eccezionali dovute al caos vaccinale.
In Italia, casi di sovradosaggio accidentale di vaccini anti-Covid non sono stati isolati. Gli interrogativi restano sospesi: quali sono gli effetti a lungo termine di un’esposizione così atipica? La giovane di Massa Carrara, allora ventitreenne, non ha mai smesso di sottoporsi a controlli e i timori sul suo sistema immunitario e neurologico restano parte della narrazione pubblica della vicenda.
Qualcuno ricorderà quel giorno di maggio 2021 come la storia di una paziente «troppo vaccinata». Per lei, però, è diventato un lungo tunnel di accertamenti medici, ansie e iter legali. Per il sistema sanitario è un monito sulla necessità di procedure rigorose e controlli senza cedimenti. Per la giustizia italiana è la dimostrazione che anche un errore può tradursi in una responsabilità penale con conseguenze personali dure per chi lo commette.
E mentre la comunità scientifica continua a spiegare come la giovane non abbia riportato danni immediati, resta aperta la discussione su come il sistema debba rispondere non solo in termini di responsabilità individuali, ma anche di prevenzione e tutele future.
- L’aumento di temperatura previsto entro il 2100 passa da 4 gradi a 2,3. Von der Leyen dà i numeri: «Grazie alle mie leggi verdi».
- Tovaglieri (Lega)al convegno sull’automotive: «Le rivoluzioni non si impongono».
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Nella giornata campale di ieri a Bruxelles non poteva mancare la figura di Ursula von der Leyen. Il presidente della Commissione è comparsa davanti al Parlamento europeo in seduta plenaria per riferire sulla riunione del Consiglio europeo del 23 ottobre scorso. La tedesca ha iniziato il suo discorso dai successi (sic) ottenuti dall’Unione europea sui temi climatici. «Dobbiamo accelerare la transizione pulita, ma anche utilizzarla per stimolare crescita e prosperità. Il lavoro per la decarbonizzazione va di pari passo con il lavoro per la nostra competitività». Sarebbe importante capire come Von der Leyen immagini di tenere insieme decarbonizzazione e competitività, che sinora hanno solo generato un originale ossimoro. Dal disastro del settore automobilistico all’aumento dei costi dell’energia, dai buchi nell’acqua di idrogeno e acciaio verde alle gigafactory immaginarie, per l’industria è tutto un calvario. Ciononostante, Von der Leyen si è poi lanciata in due o tre ardite considerazioni sul successo del modello europeo di fronte alla «sfida» (c’è sempre una sfida) climatica. La più semplice: «Da quando abbiamo introdotto il nostro sistema di scambio di quote di emissione, le emissioni nei settori interessati sono diminuite del 50%, mentre il nostro Pil è cresciuto del 27%».
Ebbene, guardando i dati grezzi è così, più o meno, ma questo non dice nulla di ciò che è avvenuto in realtà. Sarebbe meglio dire che il Pil è cresciuto nonostante il sistema di scambio delle emissioni, l’Ets. La riduzione delle emissioni in Ue è dovuta in gran parte alla diminuzione dell’intensità energetica del Pil, a causa della deindustrializzazione, della delocalizzazione delle produzioni industriali e dello spostamento dell’economia verso i servizi. I dati lo dimostrano: dal 2000 la produzione industriale in Ue è crescita in media di uno scarsissimo 0,6% all’anno, cioè del 15% in 24 anni. La quota di Pil attribuita ai servizi è passata dal 69% nel 2000 al 73% nel 2020 (dato Eurostat). La riduzione dell’intensità energetica per unità di Pil (e dunque delle emissioni) non è un effetto della regolamentazione ambientale dell’Ue, bensì della trasformazione strutturale dell’economia verso i servizi. Mentre l’industria veniva dislocata altrove, per esempio in Cina, Vietnam, Messico (che infatti hanno aumentato le emissioni) o chiudeva del tutto. Dunque, più che anti-emissioni, le politiche europee sono state anti-industriali.
Secondo tema toccato da Von der Leyen: «Dieci anni fa, ci stavamo dirigendo verso un aumento della temperatura di 4 gradi Celsius entro la fine del secolo. Oggi siamo più vicini ai 2,3 gradi Celsius. Ancora troppo alto, ma per la prima volta nella storia moderna, la curva si sta piegando. E dimostra la nostra capacità di cambiare le cose in meglio se siamo attivi». Di primo acchito sembra una contraddizione, dato che le emissioni sono aumentate negli ultimi dieci anni. Ma la questione è un po’ diversa: 2,3° sarebbe l’aumento della temperatura al 2100 se tutti gli impegni presi con gli accordi di Parigi venissero rispettati anche oltre il 2035 (fino appunto al 2100, dati dal rapporto Unep). In altre parole, è un’ipotesi di scuola che prende per buone le dichiarazioni fatte dai Paesi di tutto il mondo sugli impegni green, portandoli fino al 2100. Basta che un governo faccia un annuncio e questo viene preso per buono. Contando che l’Ue pesa per solo circa il 6% delle emissioni globali, è chiaro altresì che il ruolo di Bruxelles è del tutto marginale.
Terza gustosa dichiarazione del presidente: «Chi inquina, paga. Se non vuole pagare, innova. E anche il risultato è chiaro: decarbonizzazione e innovazione vanno di pari passo». A parte che la CO2 non è un inquinante, Von der Leyen non è fortunata con i tempi. Proprio due giorni fa è uscito il nuovo Outlook 2025 dell’Iea, che illustra come negli Usa la generazione elettrica per i data center andrà soprattutto a gas naturale, con i consumi di gas che dovrebbero quadruplicare entro il 2035. Insomma, quella di Von der Leyen ieri è parsa soprattutto una via di mezzo tra aria fritta e un racconto di fantascienza.
Nel frattempo, il Consiglio dei ministri delle finanze Ecofin ha bocciato la proposta di riforma della direttiva sulla tassazione energetica (Dte). L’Italia ha posto il veto al testo, per bocca del ministro Giancarlo Giorgetti, spiegando che l’aumento delle accise sui consumi energetici avrebbe distrutto la competitività delle aziende italiane e pesato sulle famiglie. La necessaria unanimità non è stata raggiunta e dunque la direttiva in vigore resta tale, nulla cambia. Musi lunghi, ieri, alla fine del dibattito da parte della presidenza di turno danese e del commissario Ue per il clima, l’olandese Wopke Hoekstra. Indispettita il presidente dell’Ecofin, il ministro delle finanze danese, Stephanie Lose, mentre Hoekstra si è detto sorpreso che i ministri delle finanze non abbiano raggiunto un accordo nemmeno sulla indicizzazione delle tasse energetiche, perché, ha detto, «i ministri delle finanze conoscono il valore dei soldi». Un commento che conferma quanta distanza vi sia tra la Commissione e i meccanismi democratici, quelli che impongono a un ministro di rispondere politicamente delle proprie azioni. Se ancora fosse necessaria qualche conferma.
Sul clima Bruxelles fa chiacchiere. Confermati gli obiettivi sul 2040
«L’Ue si è data definitivamente la zappa sui piedi, approvando una legge ideologica e punitiva, destinata a portare l’Europa verso la catastrofe industriale, mentre i nostri competitor, Cina in testa, continuano a crescere con le centrali a carbone. Dopo l’approvazione irresponsabile di oggi, il continente si avvia inesorabilmente alla desertificazione industriale. Di fronte al ritardo con cui stiamo cercando di rincorrere gli obiettivi fissati per il 2030, non ha alcun senso porre nuovi e più stringenti target per il 2040», è il duro commento dell’eurodeputata della Lega e relatrice ombra della legge sul clima per conto dei Patrioti in Commissione Industria, Isabella Tovaglieri, dopo l’approvazione di ieri da parte del Parlamento Ue, a Bruxelles, della proposta di modifica della «legge europea sul Clima» che stabilisce un nuovo obiettivo intermedio e vincolante di riduzione netta delle emissioni del 90% entro il 2040, rispetto ai livelli del 1990. La posizione adottata a maggioranza dall’Assemblea (379 sì, 248 no e dieci astenuti, con il Ppe diviso in due tra favorevoli e contrari) prevede anche di consentire ai governi nazionali un margine di flessibilità del 5% sul target ricorrendo ai crediti internazionali di carbonio. Nella stessa mattinata, Tovaglieri ha anche presieduto un convegno all’Europarlamento riguardante l’automotive: «Stop motori 2035, quali prospettive per industria e automobilisti?». A moderare il dibattito il giornalista Pierluigi Bonora. Presenti Roberto Parodi, scrittore e giornalista corteggiato dalla Lega per una futura candidatura a sindaco di Milano, lo youtuber Federico Lamperti e il giornalista e youtuber Enrico di Mauro, l’avvocato ed esperto di automotive Gilberto Celletti e Carlo Vulnera, fondatore di «Quelli di Piazza Affari». Connesso da remoto Guido Guidesi, assessore allo sviluppo economico in Lombardia e presidente dell’Automotive Regions Alliance (Ara). «Non sono contraria all’auto elettrica in assoluto, ma all’obbligo. La Commissione Ue era convinta che, vietando la produzione di motori endotermici, la gente andasse al concessionario a prendere l’elettrica. Ma le rivoluzioni, se tali devono essere, non possono essere calate dall’alto, ma dal basso, attraverso la spontaneità», ha spiegato l’europarlamentare. «Fino a quando non vedrò la parola “biocarburanti” messa nera su bianco non crederò a un’apertura di questa Commissione (il 10 dicembre è attesa la proposta di revisione legislativa sulla modifica del regolamento sulle emissioni, ndr) perché fino a ora ha fatto tante promesse, assecondato i desiderata della Germania con gli e-fuel ma sul tema del biocarburante ha sempre fatto orecchie da mercante. Per l’Italia è fondamentale introdurre questa tecnologia, ma anche per salvaguardare l’automotive europeo. Non esiste un piano B», spiega ancora Tovaglieri. Le fa eco Guidesi: «In tutti i territori europei chiudono aziende settimanalmente. Noi stiamo semplicemente cercando di portare delle proposte dal punto di vista industriale, economico e scientifico che sono sul tavolo della Commissione da tempo, affinché l’ambiente sia sì tutelato, ma non a scapito di 13 milioni di posti di lavoro». Guidesi non risparmia le case automobilistiche europee: «Hanno avuto una grande responsabilità, si sono accorte troppo tardi che le nostre istanze servivano soprattutto a loro», e conclude: «Il tempo ora è pochissimo. Mi aspetto che il Ppe sia coerente».Parodi passa invece in rassegna i dati sulle emissioni: «Il 35% proviene dalla Cina, il 15% dagli Usa, l’8% dall’India. L’Ue pesa solo il 7%, l’Italia lo 0,7%. Su questo 7% europeo, le auto private pesano solo il 13%. Eppure i burocrati europei si concentrano sul trasporto privato, andando a ridurre la libertà del movimento, un diritto fondamentale. La sinistra mette ancora una volta in campo misure elitarie». Dello stesso avviso l’avvocato Celletti, che sottolinea il costo elevato dell’auto a batteria «Oggi per comprare la più piccola elettrica utilitaria servono 34.000 euro, non proprio cifre popolari. Bruxelles sta imponendo norme dall’alto, e l’imposizione dall’alto è dittatura, siamo arrivati al «fascismo verde», a voler imporre un cambio drastico senza il consenso dei cittadini».
Toni Capuozzo, partiamo dall’incontro di Trump e Zelensky. Il leader ucraino è stato deluso: il presidente americano non gli fornirà i missili a lungo raggio Tomahawk. Questa decisione può spostare qualcosa sulla possibile tregua, può aver alleggerito le tensioni tra Stati Uniti e il Cremlino? Vedi una pace più vicina, o comunque plausibile?
«Beh, da Gaza Trump è uscito più forte, più credibile agli occhi del mondo, non solo agli occhi del mondo arabo. Evidentemente questa cosa conta anche sul tavolo ucraino. La questione dei Tomahawk è una questione molto simbolica. I Tomahawk potrebbero colpire il territorio russo in profondità e rendere il paio alla Russia, che in questo momento sta colpendo molto le infrastrutture energetiche ucraine. Ma i Tomahawk sono dei missili lanciati da sottomarini o da cacciatorpediniere o da terra. Serve un sistema di tre o quattro camion con pianale, su quale c’è una batteria. Questi camion sono lunghi, il pianale è di 12 metri, la lunghezza di un Tomahawk. Gli aerei americani dove potrebbero sbarcare queste attrezzature? Solo in Polonia, non in Ucraina, altrimenti rischierebbero di finire sotto bombardamento. Immaginate questi camion che percorrono lentamente il tragitto da un aeroporto polacco all’Ucraina? Sarebbero come miele per le api per i russi. Oltretutto sono sistemi che richiedono mesi di addestramento per chi li lancia. Il no alla prosecuzione del conflitto deciso da Trump è ovviamente è anche una strizzata d’occhio a Putin. Quella dei missili, quindi, è stata una questione altamente simbolica».
Nel frattempo, Putin incontrerà Trump in Ungheria. Il portavoce del Cremlino, Peskov, ha dichiarato che «l’Ungheria è il Paese Ue membro della Nato che mantiene una posizione speciale riguardo alla sovranità dal punto di vista della difesa dei propri interessi nazionali. Questo indubbiamente ispira il rispetto di entrambi i leader». Dichiarazione che sembra un giro di parole cordiale per dire che, invece, tutti gli altri Paesi Ue sono zerbini di Bruxelles e Kiev.
«Esattamente, è un premio a un leader, Viktor Orbán, che si è sempre tenuto equidistante. Tenendo i piedi in Europa, tenendo le braccia non aperte nei confronti dell’Ucraina e tenendo un rapporto disteso con la Russia. In più è uno schiaffo in faccia anche all’Europa. Noi abbiamo sempre trattato Orbán da paria, da voce stonata. E Trump invece gli ha dato il premio di un vertice che potrebbe diventare storico, se concludesse qualcosa. Credo che sì, questo sia un regalo di Trump. E uno scappellotto all’Europa. È abbastanza chiaro».
Zelensky dopo l’incontro con Trump ha telefonato agli alleati europei…
«Sì, ha riferito che Trump gli ha sottoposto una roadmap per la pace, obbligatoria. Un elenco di cose che l’Ucraina deve fare. L’alternativa data da Trump a Zelesnky è continuare a stare con Starmer e compagnia oppure stare con gli Usa, che vogliono concludere la pace adesso, congelare tutto, poi sul futuro dei territori si vedrà. Credo che Trump stia applicando lo stesso sistema del metodo Gaza. Sorprendere tutti, anche i suoi interlocutori, con degli zig zag. Basti pensare al vertice vertice in Alaska, con la minaccia di nuove sanzioni. La minaccia di fornire i Tomahawk e ora la smentita. Trump è come un giocatore di poker, imprevedibile».
Ma credi che stia mettendo in atto la «teoria del pazzo» come Nixon?
«No, credo che sia l’effetto di un personaggio “impolitico” in un mondo di personaggi che vengono dalla politica. L’evoluzione di un uomo che in qualche modo disegna anche il futuro, che ci piaccia o meno. Un mondo che non è governato dalle ideologie. Noi siamo ancora abituati a guardare all’Italia. Trump è stato visto malissimo per ragioni di stile. È sembrato una brutta copia di Berlusconi, viene considerato un “essere esterno”. Il suo è un modo di fare che si sottrae alle ideologie. Trump tratta la Cina come una concorrente economica, tratta la Russia come un Paese con il quale è meglio non confrontarsi ed è meglio fare affari, che siano le terre rare o le rotte artiche. È un modo di fare tutt’altro che pazzo. Sembrano piuttosto novecenteschi gli altri leader che continuano a ragionare sulle bandiere dell’ideologia. Quello di destra è il nemico, quello di sinistra è amico. Mi sembra che lui abbia sparigliato le carte. È come se fosse arrivato un inventore di un modo di fare nuovo. Ma è tutt’altro che pazzo. È curioso notare come, mentre noi ci attardavamo a dibattere sulla flottiglia, sulla fame, lui stava concludendo un accordo di cui noi non ci eravamo accorti. L’Italia non l’ha visto arrivare quell’accordo. E ora occorre dire che ci siamo sbagliati. Uno può ragionare per principi così rigidi da ignorare la realtà, oppure accettare con umiltà la realtà. E in questo caso la realtà è che Trump è stato un ganzo».
Restiamo sull’accordo tra Hamas e Israele, che tuttavia rimane traballante…
«Ma sarà traballante per decenni. Parliamo di un conflitto che dura dal 1948. Noi abbiamo un’idea della pace irenista, per noi la pace è dopo l’8 settembre tutti a casa e poi la festa, le immagini dei partigiani nelle strade, gli americani liberatori, il marinaio americano che bacia l’infermiera a Times Square, i due amanti che si baciano a Parigi liberata. La pace per noi è una festa. Ma la pace del dopoguerra è diversa, si tratta più di “congelamenti”. C’è pace nei Balcani? Evidentemente no. C’è pace in Bosnia? No, eppure in qualche modo c’è. Allora aveva firmato Clinton e nessuno disse che era una pace precaria, anche se quello che hanno fatto a Dayton ha dei limiti, ma Clinton aveva il bonus di essere un democratico. Non si trattò di una pace di strette di mano, di abbracci e di riconciliazione. Fu una pace di stanchezza, una pace di sguardi ostili. Queste sono le paci di oggi. In Afghanistan che pace c’è? Abbiamo lasciato i talebani».
Passiamo a Israele. Il ministro israeliano degli Esteri, nei giorni scorsi a Napoli, ha detto che lo Stato ebraico non è isolato. Tuttavia, si ha l’impressione che ha rischiato di esserlo, tanto che Trump ha fatto presente a Netanyahu di non poter fare la guerra con tutto il mondo.
«Trump ha sicuramente esercitato delle pressioni su Netanyahu, però bisogna essere onesti. Ci ricordiamo, meno di un mese fa, quando Netanyahu diede l’ordine di evacuazione da Gaza City. C’è stata una levata di scudi, c’era chi parlava di “soluzione finale”. Hamas ha ceduto proprio dopo quell’attacco a Gaza City, che certo è costato vite civili, ma non si può non riconoscere a Netanyahu di aver fatto una mossa che poi ha fornito il destro a Trump, coi combattenti con l’acqua alla gola a Gaza e la pressione dei Paesi come Qatar, Egitto e Turchia. Poi, ovviamente, non è che Netanyahu non sia andato al Cairo per la festività di Sukkot, non è ci andato perché Erdogan ha detto “o lui o me” e Trump ha scelto Erdogan perché deve tenere insieme il colto e l’inclita. Non so se sarei un elettore di Trump, però onore al merito. Dopodiché, è chiaro che la sinistra, i benpensanti, ma anche la destra, diranno “ma abbiamo accettato la violazione del diritto internazionale”, che ci sono dei bambini ucraini che sono rimasti in Russia, i territori, ecc… e che questa pace è insoddisfacente. Ma ci dicessero allora qual è la pace soddisfacente. Noi italiani la pace l’abbiamo vista nel secondo conflitto mondiale, vedendo perdere l’Istria, la Dalmazia: abbiamo chiuso gli occhi e pagato il prezzo di una guerra che abbiamo perso. Le paci non sono gratis, non è Dio che arriva sulla terra e dice agli uomini di buona volontà “ fate la pace” e gli uomini rinsaviscono. La pace si basa su rapporti di forza, è realismo, è pragmatismo, è voglia di continuare la guerra o voglia di chiuderla».
Resta il nodo sia della West Bank sia della Gaza post ricostruzione, col timore fondato che non possa che ritornare la rabbia sia dei ministri estremisti di Netanyahu, sia di un popolo che ha subito per due anni un massacro per il quale non pagherà nessuno.
«Ma l’alternativa qual è? Fare le flotille, le manifestazioni? Certo, io penso che a molti in Occidente andava bene che le cose continuassero così come erano, perché erano una scusa per mobilitarsi, per sentirsi vivi, per sentire che si conta qualcosa. La questione della Cisgiordania e dei coloni è molto importante. Molto, molto difficile, forse più difficile che quella di Gaza. Ma intanto questo conflitto forse è chiuso. Se ne apriranno altri, è illusorio pensare che diventi un luogo in cui si fanno girotondi come nelle pubblicità di Benetton. Nelle case di molti palestinesi c’è un paio di chiavi appese, sono le chiavi del 1948, quando sono stati cacciati dalle loro abitazioni. Quelle chiavi non sono solo segno di nostalgia, sono anche una promessa di rivincita, di vendetta. I coloni israeliani sono convinti che è Dio ad aver loro assegnato il diritto di vivere sulle colline della Cisgiordania. Quindi figurarsi se non ci saranno conflitti. La sfida è costruire una dirigenza palestinese, che non può essere né qatariota, né egiziana, né tantomeno israeliana. Una dirigenza palestinese che non prevede la cancellazione di Israele, che intraprenda la via di un confronto diplomatico. Ci saranno sempre estremisti da una parte o dall’altra che cercheranno di arrivare allo scontro. Uno deve essere lieto che intanto uno scontro fatale come questo appena interrotto sia cessato».





