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2026-01-22
«Tachipirina contro il Covid? Mai fatti test»
Assunzione di farmaci (iStock)
Il colpo di grazia al protocollo «Tachipirina e vigile attesa» è arrivato direttamente dai produttori della Tachipirina stessa.
Martedì è infatti stato audito dalla commissione d’inchiesta sul Covid Sergio Marullo di Condojanni, amministratore delegato di Angelini Holding e di Angelini Pharma, ovvero la casa farmaceutica produttrice del medicinale protagonista della circolare sulla «Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-CoV-2» del 30 novembre 2020. Il ministero della Salute, allora guidato da Roberto Speranza, indicava per i «soggetti a domicilio asintomatici o paucisintomatici (cioè con sintomi lievi, ndr)», misure come la «vigile attesa», la «misurazione periodica della saturazione dell’ossigeno tramite pulsossimetria» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)».
Un protocollo dimostratosi inefficace, ma che l’ex titolare della Salute ha strenuamente difeso, anche davanti al Consiglio di Stato. Ma sul quale non erano mai stai condotti studi, né era stato chiesto un parere alla casa farmaceutica. Come confermato in audizione dal manager dell’azienda. Alla domanda «Il gruppo Angelini ha mai preso posizione pubblica con riferimento alla raccomandazione “tachipirina e vigile attesa?”», Marullo di Condojanni ha infatti risposto negativamente: «No, mai, e diciamo che ne siamo stati anche un po’ vittime, è una cosa che abbiamo “subito”, perché c’è stato quello che io giudico un errore di comunicazione, poiché la raccomandazione era sul paracetamolo, che in Italia è identificato con la Tachipirina, ma in realtà noi siamo stati “spettatori” di quello che è successo. Non ne sapevamo nulla, il brand è nostro e c’è stata pubblicità del brand, e noi abbiamo osservato quello che accadeva».
Sul punto è tornata Alice Buonguerrieri: «Il gruppo Angelini ha mai commissionato o sovvenzionato studi sull’efficacia del paracetamolo sui malati di Covid?», ha chiesto la deputata durante l’audizione. E anche qui, la risposta è stata negativa. Inoltre, ha fatto notare la Buonguerrieri, una dichiarazione presente sul sito di Angelini Pharma datata 31 gennaio 2022 chiariva che «il paracetamolo, commercializzato dall’azienda con il nome di Tachipirina, è un trattamento sintomatico del dolore della febbre associata all’infezione, non un trattamento curativo del Covid».
Il protocollo era già stato fatto a pezzi da diversi medici, anche davanti alla stessa commissione d’inchiesta. Lo scorso ottobre, per esempio, di fronte alla bicamerale, Nicola Petrosillo, ex direttore del Dipartimento clinico e di ricerca in malattie infettive dello Spallanzani, aveva dichiarato che «il protocollo non cura il Covid e il Cts l’ha sempre saputo».
«La circolare del 30 novembre 2020 del ministero della Salute guidato da Speranza, che nel dibattito è sempre stata ribattezzata “tachipirina e vigile attesa” seppur impropriamente in quanto era più corretto il termine “paracetamolo”, è attualmente oggetto di approfondimento da parte della commissione d’inchiesta proprio perché da molte parti è stata criticata», ha commentato ieri il presidente della commissione, il senatore di Fdi, Marco Lisei. «Certo, mi ha sorpreso che non sia stato fatto nessuno studio sull’efficacia del paracetamolo nella cura del Covid dal Gruppo Angelini. Non che fosse di loro responsabilità essendo un soggetto privato, ma viste le indicazioni ministeriali e, immagino, il picco di vendite che hanno avuto, sarebbe stato normale». Sulla stessa scia la deputata Bonguerrieri: «Fanno sorridere le parole dell’ex ministro Speranza che poco tempo fa ha avuto il coraggio di negare la circolare sul paracetamolo e la vigile attesa, quella circolare fu uno dei tenti errori commessi dall’allora governo Conte. Di tutti gli scienziati che abbiamo sentito non uno ci ha detto che il paracetamolo fosse una terapia utile alla cura del Covid o che venisse somministrata. Con l’audizione di Angelini abbiamo certificato che non lo era, per loro stesse parole e tanto è vero che neppure si son presi la briga di fare studi, un altro contributo alla verità che abbiamo raggiunto con il lavoro della commissione Covid».
Iniettò 6 dosi alla volta: condannata. Ma la vittima non ha visto un euro
Cinque anni dopo quella mattina di primavera del 2021, la vicenda che aveva fatto il giro dei telegiornali come un incidente incredibile, quasi surreale, torna nelle aule di giustizia con una condanna che chiude solo una delle tante pieghe di un caso di cronaca di un periodo ancora considerato buio. Ieri il Tribunale di Massa ha emesso la sentenza di primo grado nei confronti dell’infermiera che, il 9 maggio di cinque anni fa, somministrò per errore sei dosi di vaccino Pfizer a una giovane di 23 anni nell’ospedale Noa di Massa Carrara. Per la giudice Antonella Baldasseroni si tratta di lesioni gravissime: la professionista è stata condannata a due mesi di reclusione, mentre il medico e gli altri sanitari coinvolti sono stati assolti con formula dubitativa.
L’episodio era nato come un errore tecnico, uno di quei casi che, in piena campagna vaccinale, sembravano difficili da immaginare: anziché una singola dose, alla giovane venne iniettata l’intera fiala del vaccino Pfizer-BioNTech, corrispondente a sei somministrazioni distinte. Il personale si accorse dell’errore solo dopo che il liquido era già entrato nel braccio, privo della diluizione fisiologica richiesta dal protocollo. All’epoca, gli allarmi iniziali su allergie o effetti collaterali gravi furono rapidamente smentiti dai medici che la monitorarono: la ragazza non sviluppò febbre né crisi immunitarie acute e rimase sotto osservazione per 24 ore prima di essere dimessa.
Ma quello che poteva apparire come un aneddoto si trasformò presto in un’odissea giudiziaria e umana. La giovane e la sua famiglia scelsero di denunciare l’accaduto, dando il via a un iter processuale costoso e prolungato. Ancora oggi, a distanza di anni, la madre esprime un rammarico profondo: nessuno ha risarcito un euro per le lesioni gravissime subite dalla figlia, nonostante le richieste avanzate nel corso del dibattimento.
La sentenza di primo grado ha stabilito una responsabilità penale per l’infermiera, ma ha rimandato a un giudizio civile la valutazione dell’eventuale risarcimento danni. La legale della giovane ha dichiarato di attendere il deposito delle motivazioni della sentenza prima di decidere se presentare ricorso in appello. Sul piano sanitario, la ragazza continua a sottoporsi a controlli medici periodici, mentre restano al centro dell’attenzione pubblica le preoccupazioni e le incertezze legate all’impatto psicologico e personale vissuto dopo l’episodio.
La vicenda solleva interrogativi più profondi sulla gestione della sanità pubblica in momenti di emergenza, sull’affaticamento delle strutture e sulle responsabilità individuali in ambienti di lavoro sotto pressione. L’errore, ormai, non può essere derubricato a semplice disattenzione: sei dosi in un’unica iniezione non sono un fenomeno che rientra nei margini della normalità, né possono essere liquidate come circostanze eccezionali dovute al caos vaccinale.
In Italia, casi di sovradosaggio accidentale di vaccini anti-Covid non sono stati isolati. Gli interrogativi restano sospesi: quali sono gli effetti a lungo termine di un’esposizione così atipica? La giovane di Massa Carrara, allora ventitreenne, non ha mai smesso di sottoporsi a controlli e i timori sul suo sistema immunitario e neurologico restano parte della narrazione pubblica della vicenda.
Qualcuno ricorderà quel giorno di maggio 2021 come la storia di una paziente «troppo vaccinata». Per lei, però, è diventato un lungo tunnel di accertamenti medici, ansie e iter legali. Per il sistema sanitario è un monito sulla necessità di procedure rigorose e controlli senza cedimenti. Per la giustizia italiana è la dimostrazione che anche un errore può tradursi in una responsabilità penale con conseguenze personali dure per chi lo commette.
E mentre la comunità scientifica continua a spiegare come la giovane non abbia riportato danni immediati, resta aperta la discussione su come il sistema debba rispondere non solo in termini di responsabilità individuali, ma anche di prevenzione e tutele future.
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La Angelini, produttrice del farmaco, conferma alla commissione d’inchiesta che nessun esame fu svolto per verificare l’efficacia del paracetamolo sui contagiati. Eppure il medicinale era il pilastro del protocollo di Speranza, insieme alla «vigile attesa».Due mesi all’infermiera per «lesioni gravissime». Medico assolto, nessun risarcimento.Lo speciale contiene due articoliIl colpo di grazia al protocollo «Tachipirina e vigile attesa» è arrivato direttamente dai produttori della Tachipirina stessa. Martedì è infatti stato audito dalla commissione d’inchiesta sul Covid Sergio Marullo di Condojanni, amministratore delegato di Angelini Holding e di Angelini Pharma, ovvero la casa farmaceutica produttrice del medicinale protagonista della circolare sulla «Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-CoV-2» del 30 novembre 2020. Il ministero della Salute, allora guidato da Roberto Speranza, indicava per i «soggetti a domicilio asintomatici o paucisintomatici (cioè con sintomi lievi, ndr)», misure come la «vigile attesa», la «misurazione periodica della saturazione dell’ossigeno tramite pulsossimetria» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». Un protocollo dimostratosi inefficace, ma che l’ex titolare della Salute ha strenuamente difeso, anche davanti al Consiglio di Stato. Ma sul quale non erano mai stai condotti studi, né era stato chiesto un parere alla casa farmaceutica. Come confermato in audizione dal manager dell’azienda. Alla domanda «Il gruppo Angelini ha mai preso posizione pubblica con riferimento alla raccomandazione “tachipirina e vigile attesa?”», Marullo di Condojanni ha infatti risposto negativamente: «No, mai, e diciamo che ne siamo stati anche un po’ vittime, è una cosa che abbiamo “subito”, perché c’è stato quello che io giudico un errore di comunicazione, poiché la raccomandazione era sul paracetamolo, che in Italia è identificato con la Tachipirina, ma in realtà noi siamo stati “spettatori” di quello che è successo. Non ne sapevamo nulla, il brand è nostro e c’è stata pubblicità del brand, e noi abbiamo osservato quello che accadeva». Sul punto è tornata Alice Buonguerrieri: «Il gruppo Angelini ha mai commissionato o sovvenzionato studi sull’efficacia del paracetamolo sui malati di Covid?», ha chiesto la deputata durante l’audizione. E anche qui, la risposta è stata negativa. Inoltre, ha fatto notare la Buonguerrieri, una dichiarazione presente sul sito di Angelini Pharma datata 31 gennaio 2022 chiariva che «il paracetamolo, commercializzato dall’azienda con il nome di Tachipirina, è un trattamento sintomatico del dolore della febbre associata all’infezione, non un trattamento curativo del Covid». Il protocollo era già stato fatto a pezzi da diversi medici, anche davanti alla stessa commissione d’inchiesta. Lo scorso ottobre, per esempio, di fronte alla bicamerale, Nicola Petrosillo, ex direttore del Dipartimento clinico e di ricerca in malattie infettive dello Spallanzani, aveva dichiarato che «il protocollo non cura il Covid e il Cts l’ha sempre saputo». «La circolare del 30 novembre 2020 del ministero della Salute guidato da Speranza, che nel dibattito è sempre stata ribattezzata “tachipirina e vigile attesa” seppur impropriamente in quanto era più corretto il termine “paracetamolo”, è attualmente oggetto di approfondimento da parte della commissione d’inchiesta proprio perché da molte parti è stata criticata», ha commentato ieri il presidente della commissione, il senatore di Fdi, Marco Lisei. «Certo, mi ha sorpreso che non sia stato fatto nessuno studio sull’efficacia del paracetamolo nella cura del Covid dal Gruppo Angelini. Non che fosse di loro responsabilità essendo un soggetto privato, ma viste le indicazioni ministeriali e, immagino, il picco di vendite che hanno avuto, sarebbe stato normale». Sulla stessa scia la deputata Bonguerrieri: «Fanno sorridere le parole dell’ex ministro Speranza che poco tempo fa ha avuto il coraggio di negare la circolare sul paracetamolo e la vigile attesa, quella circolare fu uno dei tenti errori commessi dall’allora governo Conte. Di tutti gli scienziati che abbiamo sentito non uno ci ha detto che il paracetamolo fosse una terapia utile alla cura del Covid o che venisse somministrata. Con l’audizione di Angelini abbiamo certificato che non lo era, per loro stesse parole e tanto è vero che neppure si son presi la briga di fare studi, un altro contributo alla verità che abbiamo raggiunto con il lavoro della commissione Covid».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tachipirina-contro-covid-mai-verificata-2674975155.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="inietto-6-dosi-alla-volta-condannata-ma-la-vittima-non-ha-visto-un-euro" data-post-id="2674975155" data-published-at="1769073100" data-use-pagination="False"> Iniettò 6 dosi alla volta: condannata. Ma la vittima non ha visto un euro Cinque anni dopo quella mattina di primavera del 2021, la vicenda che aveva fatto il giro dei telegiornali come un incidente incredibile, quasi surreale, torna nelle aule di giustizia con una condanna che chiude solo una delle tante pieghe di un caso di cronaca di un periodo ancora considerato buio. Ieri il Tribunale di Massa ha emesso la sentenza di primo grado nei confronti dell’infermiera che, il 9 maggio di cinque anni fa, somministrò per errore sei dosi di vaccino Pfizer a una giovane di 23 anni nell’ospedale Noa di Massa Carrara. Per la giudice Antonella Baldasseroni si tratta di lesioni gravissime: la professionista è stata condannata a due mesi di reclusione, mentre il medico e gli altri sanitari coinvolti sono stati assolti con formula dubitativa.L’episodio era nato come un errore tecnico, uno di quei casi che, in piena campagna vaccinale, sembravano difficili da immaginare: anziché una singola dose, alla giovane venne iniettata l’intera fiala del vaccino Pfizer-BioNTech, corrispondente a sei somministrazioni distinte. Il personale si accorse dell’errore solo dopo che il liquido era già entrato nel braccio, privo della diluizione fisiologica richiesta dal protocollo. All’epoca, gli allarmi iniziali su allergie o effetti collaterali gravi furono rapidamente smentiti dai medici che la monitorarono: la ragazza non sviluppò febbre né crisi immunitarie acute e rimase sotto osservazione per 24 ore prima di essere dimessa.Ma quello che poteva apparire come un aneddoto si trasformò presto in un’odissea giudiziaria e umana. La giovane e la sua famiglia scelsero di denunciare l’accaduto, dando il via a un iter processuale costoso e prolungato. Ancora oggi, a distanza di anni, la madre esprime un rammarico profondo: nessuno ha risarcito un euro per le lesioni gravissime subite dalla figlia, nonostante le richieste avanzate nel corso del dibattimento.La sentenza di primo grado ha stabilito una responsabilità penale per l’infermiera, ma ha rimandato a un giudizio civile la valutazione dell’eventuale risarcimento danni. La legale della giovane ha dichiarato di attendere il deposito delle motivazioni della sentenza prima di decidere se presentare ricorso in appello. Sul piano sanitario, la ragazza continua a sottoporsi a controlli medici periodici, mentre restano al centro dell’attenzione pubblica le preoccupazioni e le incertezze legate all’impatto psicologico e personale vissuto dopo l’episodio.La vicenda solleva interrogativi più profondi sulla gestione della sanità pubblica in momenti di emergenza, sull’affaticamento delle strutture e sulle responsabilità individuali in ambienti di lavoro sotto pressione. L’errore, ormai, non può essere derubricato a semplice disattenzione: sei dosi in un’unica iniezione non sono un fenomeno che rientra nei margini della normalità, né possono essere liquidate come circostanze eccezionali dovute al caos vaccinale.In Italia, casi di sovradosaggio accidentale di vaccini anti-Covid non sono stati isolati. Gli interrogativi restano sospesi: quali sono gli effetti a lungo termine di un’esposizione così atipica? La giovane di Massa Carrara, allora ventitreenne, non ha mai smesso di sottoporsi a controlli e i timori sul suo sistema immunitario e neurologico restano parte della narrazione pubblica della vicenda.Qualcuno ricorderà quel giorno di maggio 2021 come la storia di una paziente «troppo vaccinata». Per lei, però, è diventato un lungo tunnel di accertamenti medici, ansie e iter legali. Per il sistema sanitario è un monito sulla necessità di procedure rigorose e controlli senza cedimenti. Per la giustizia italiana è la dimostrazione che anche un errore può tradursi in una responsabilità penale con conseguenze personali dure per chi lo commette.E mentre la comunità scientifica continua a spiegare come la giovane non abbia riportato danni immediati, resta aperta la discussione su come il sistema debba rispondere non solo in termini di responsabilità individuali, ma anche di prevenzione e tutele future.
Francesco Imprezzabile (Ansa)
Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte oggi sarebbe ancora vivo. La sua mamma avrebbe ancora un figlio. Il suo papà lo potrebbe abbracciare, e non in una bara. Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte potrebbe ancora organizzare una vacanza nell’adorata Sicilia, oppure una partitella di calcio, potrebbe dedicarsi alla musica, al nuoto, agli animali che amava. Invece adesso per Francesco c’è solo un funerale. Lo so che lui si ribellerebbe a queste parole. Era orgoglioso della sua divisa, la portava con fierezza, anche quando era amareggiato per il poco rispetto che la circondava. Parlava addirittura di «vocazione». Ma il risultato della vocazione è stato quell’inseguimento, quello schianto, la morte. E allora, guardando a lui con rispetto e ammirazione, non possiamo fare a meno di chiedere agli altri Francesco che in questo momento, nelle strade d’Italia, stanno organizzando posti di blocco: scusate, ma chi ve lo fa fare?
È una domanda amara, ma inevitabile. A inseguire i delinquenti si rischia la vita. O, in alternativa, per chi è fortunato, si rischia il processo. Come è successo ai carabinieri che, sempre a Milano, hanno inseguito Ramy Elgalm il 24 novembre 2024. Ricordate? Anche lì fu forzato un posto di blocco, anche lì gli uomini in divisa si misero all’inseguimento in mezzo alla città. Furono fortunati: sopravvissero. Morì Ramy. E allora, ancor prima che in tribunale, le forze dell’ordine furono processate in piazza (la rivolta del Corvetto), nei talk show e ovviamente nei palazzi della politica, con il sindaco Sala in prima fila a tirare le conclusioni dicendo tout court: «I carabinieri hanno sbagliato». Bene: è arrivata in queste ore la condanna in appello di Fares Bouzidi, il compare di Ramy, quello che guidava la moto che ha forzato il posto di blocco. Gli hanno ridotto la pena perché «ha cambiato stile di vita». Ma nella sentenza si dice in modo chiaro che «non risulta alcun tentativo di speronamento volontario da parte dei militari verso i due fuggitivi», che la «collisione è avvenuta tra la moto che corre verso l’auto e l’auto stesso ma non per effetto di una deliberata manovra di speronamento da parte del militare conducente» e che, anzi, «al momento della collisione l’auto militare era quasi ferma». Dunque i carabinieri che hanno inseguito Ramy, stando a questa sentenza, non hanno avuto alcuna colpa. A parte, ovviamente, quella di essere sopravvissuti.
Ma per essere sopravvissuti quei carabinieri hanno sopportato mesi di insulti, processi in piazza, condanne preventive. Per essere sopravvissuti sono ancora sotto processo, anche se non hanno fatto nulla di diverso di quello che dovevano fare: cioè inseguire chi stava scappando da un posto di blocco. E allora la domanda è inevitabile: la prossima volta, lo faranno ancora? E i loro colleghi? E soprattutto: vale ancora la pena farlo? Dico: vale la pena di inseguire? Se va bene si finisce alla sbarra, se va male si finisce al cimitero, come Francesco Imprezzabile. Penso a chi stamattina sta indossando la divisa, come ogni giorno, penso a quei poliziotti, carabinieri, vigili cui sarà chiesto di fare un posto di blocco. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno lo farà davvero. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno possa sottrarsi al dovere. Ma io lo dico. Non posso non dirlo. Con il cuore pieno di amarezza, ve lo chiedo: ma chi diavolo ve lo fa fare?
Chi forza un posto di blocco, in Italia, trova sempre qualcuno che lo difende. Chi un posto di blocco lo fa, invece, trova sempre qualcuno che lo condanna. A questo punto viene da domandarsi se non convenga trasformare i posti di blocco in sale da the per ladri e scippatori. Si accomodi, passi pure, gradisce un goccio di latte e un pasticcino? Le possiamo offrire un mazzo di fiori? Oppure, direttamente, mi chiedo se, i posti di blocco, non convenga abolirli. Del tutto. Via. Basta. Finish. Pensateci: così non si fa male più nessuno: né chi scappa né chi insegue. E tutti vissero delinquenti e contenti, a parte i cittadini, s’intende che sarebbero ancor più esposti di oggi ai violenti. Ma che ci volete fare? A far rispettare le leggi c’è solo da perderci la salute (se si finisce a processo) o addirittura la vita (se si finisce fuori strada con la moto). E perciò è inevitabile chiedersi perché ci sia ancora qualcuno che lo fa. Anche se le risposta è nota. In fondo è sempre la stessa. «Qui diventa sempre più dura quando ci tocca fare i conti/ con il coraggio della paura/ma poi se c’è una chiamata urgente si prende su/E ci si va lo stesso». Sono passati più di trent’anni dalla canzone di Giorgio Faletti, e purtroppo siamo ancora lì. Anzi, forse peggio. E scusi tanto se non è niente/Minchia signor tenente.
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L’energia è anche al centro degli equilibri fra Russia e America. Ieri, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha rivelato al forum Letture Primakov che gli americani sarebbero pronti a partecipare alle forniture di gas russo all’Europa comprando la parte occidentale del Nord Stream e facendosi pagare dai paesi Ue un sovrapprezzo: «Gli americani stanno trattando per l’acquisto della sezione europea del Nord Stream, il suo ripristino e la sua gestione. Attraverso di esso potrà transitare solo il nostro gas. Noi forniremo il gas e loro lo rivenderanno. Ma credo che il prezzo sarà assai maggiorato».
Così, dopo che l’America ha mandato navi cariche del suo gas liquefatto in Europa, eccola proiettata a gestire il gasdotto sul fondo del Mar Baltico, danneggiato nel settembre 2022 da un attentato sottomarino di probabile matrice ucraina, come sostengono gli inquirenti tedeschi. Per Mosca non cambierebbe nulla, ma gli acquirenti europei pagherebbero royalties aggiuntive agli intermediari Usa. Beffa che riecheggia quanto si sussurrava nel 2025. Già allora il presidente americano Donald Trump evocava un ruolo di aziende Usa nel riparare il Nord Stream, poi erano uscite indiscrezioni secondo cui l’investitore Usa repubblicano Stephen Lynch avrebbe comprato il gasdotto e per altre voci anche l’ex-spia della Stasi, il servizio segreto tedesco-orientale, Matthias Warnig, già gestore di Nord Stream 2 per Gazprom, avrebbe avuto «un piano per riaprire il gasdotto col sostegno di aziende americane».
Di certo, i rapporti russo-americani restano centrali per la risoluzione della guerra ucraina, pur col rischio che i giganti s’accordino alle spalle dell’Europa. Lavrov ha detto che «si sta lavorando a una visita a Mosca degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner». Oltre che di Ucraina ed economia, parleranno anche degli equilibri strategici fra Aquila e Orso. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, oltre a sostenere che «una difesa europea distinta da quella americana sarebbe ostile alla Russia», ha rammentato che «solo il deterrente nucleare preserva il mondo da una guerra globale, ma non scongiura guerre regionali». Monito agli Stati Uniti, per quella voglia di invulnerabilità che fin dal 2002 li spinse a stracciare il trattato Abm del 1972 che limitava le difese antimissile per garantire la deterrenza reciproca.
Sempre ieri, il segretario Usa alla Guerra, Pete Hegseth, ha annunciato su X che «ha avuto successo il primo test dello scudo antimissile Golden Dome», il sistema multistrato voluto da Trump per proteggere l’America. Hegseth non ha rivelato in quale poligono s’è svolto il collaudo, ma ha scritto che è stato provato il laser Dynamic defense autonomous defeat (Ddad), che guidato da IA abbatte missili da crociera e droni. È però solo il livello a bassa quota del Golden Dome, il cui nerbo sarà la futura rete di satelliti intercettori volti a distruggere missili balistici nemici nello spazio orbitale.
Sul conflitto ucraino, Lavrov ha ribadito che «la Russia non accetterà una tregua lungo la linea del fronte come condizione per l’avvio dei negoziati». I raid di droni ucraini sulle raffinerie hanno causato il razionamento di benzina in 20 regioni russe, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sostiene, da rapporti di intelligence, che i droni hanno «distrutto 60.000 tonnellate di munizioni nell’arsenale della flotta di San Pietroburgo» e l’agenzia Reuters stima che «la raffineria di Mosca sarà ferma per sei mesi». Tuttavia la Russia rivendica un avanzamento delle sue truppe nel distretto di Sumy, mentre gli stessi militari ucraini parlano «di un’offensiva russa su larga scala su tutti i fronti», con particolari spallate a Vovchansk nelle ultime ore.
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La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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