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2026-03-08
Il patriarcato diventa museo... dell’ipocrisia
Ansa
Senza saperlo, il Pierino sessista demolisce con una frase il messaggio politico di Mupa, la mostra sul patriarcato tossico organizzata da ActionAid in occasione della Giornata della Donna e allestita alla Fabbrica del vapore (Milano), con 27 fra cimeli, diorami e installazioni multimediali che dovrebbero simboleggiare la violenza maschile nella nostra società, e lo fa fra realtà, mistificazioni e ossessioni. Con un obiettivo: indicare la strada dell’uguaglianza di genere che sarà raggiunta - a Dio piacendo e a meno di scioperi - nel 2148. Non è una battuta perché la mostra, che dura fino al 21 marzo, chiude per 24 ore già domani per permettere alle indignate permanenti di «Nonunadimeno» di partecipare allo sciopero generale a favore delle donne, destinato a creare notevoli disagi a quelle che lavorano.
Non sembra un problema per Katia Scannavini, segretaria generale di ActionAid che presenta la kermesse, per Elena Lattuada, delegata per le Pari opportunità del Comune di Milano che la legittima a livello istituzionale e per le Bambole di pezza, gruppo punk-rock reduce dal Festival di Sanremo che fa da testimonial. Quisquilie, qui si vola alto e si stigmatizzano «comportamenti normalizzati e sottovalutati che costituiscono il terreno culturale su cui si radica e si riproduce la violenza». Come spesso accade, il problema è il minestrone narrativo, quell’ipocrisia conformista e progressista sintetizzata da Camille Paglia, lei sì rimasta guerriera: «Abbiamo trasformato le donne in eterne minorenni bisognose di tutela».
Sui due piani di Mupa la mescolanza è dadaista, sembra un pezzo di Concita De Gregorio. Ecco problematiche reali come il gender gap negli stipendi a parità di funzione (i cedolini rosa sono un’ingiustizia appesa al muro), ecco le ante sfondate che denunciano una violenza machista fuori dal tempo, ecco il video che rappresenta le spose bambine, in Africa, in Pakistan, nell’Asia profonda, non certo a Clusone o a Torre del Greco, a meno che non riguardino stranieri non integrati. Ecco pure il mansplaining paternalista: dibattiti tv su temi come aborto e disuguaglianza economica trattati solo da uomini, con in primo piano i malcapitati Bruno Vespa e Federico Rampini. Tematiche legittime, ineccepibili, drammatiche, confuse dentro una giungla di messaggi ambigui da caccia alle streghe femminista.
Due esempi surreali nell’Italia con il primo premier donna (guai a citarlo). Un’installazione mostra una ragazza in metro attorniata da due uomini, tipo interior designer uno e webmaster l’altro; sono intenti a molestarla. Scena che sottovaluta lo slancio quotidiano di immigrati dal testosterone fuori controllo, veri professionisti in quell’insopportabile approccio. Tra l’altro nei convogli c’è un aspetto qui non contemplato: la parità di fatto delle borseggiatrici con pancia finta, che non hanno bisogno di arrivare al 2148 per esercitare in pieno il matriarcato dello scippo.
Secondo esempio: un armadietto da palestra con scritte sconce indirizzate alle ragazze che fanno sport. Con un allarme: «Lo sport femminile è considerato di serie B e una donna su cinque rinuncia, vessata da provocazioni e violenze. Le Olimpiadi sono il trionfo del maschilismo competitivo». Nel santuario delle donne «cisgender e transgender, persone intersex e non binarie, lesbiche, bisessuali ed eterosessuali» però non c’è traccia della violenza più feroce, quella perpetrata dagli atleti trans che per anni hanno violentato i sogni sportivi delle ragazze rubando loro record e vittorie. Quanto ai Giochi «regno dei maschi», la smentita è nei numeri: le medaglie italiane più prestigiose a Milano-Cortina sono appese al collo di donne meravigliose, i volti di quei trionfi sono di Francesca Lollobrigida, Federica Brignone, Arianna Fontana che di mascolino non hanno niente.
Il viaggio milanese dentro la violenza di genere ha parecchi vuoti ideologici che urlano e ne deprimono l’obiettivo. Niente sulle violenze iraniane, niente sullo stupro di gruppo più criminale della storia recente, quello del 7 ottobre. In questi casi la sorellanza non è contemplata, le femministe non hanno nulla da obiettare. Sarebbe interessante sapere perché. Più facile rappresentare la donna italiana che spazza il tinello mentre il compagno divanato guarda la Champions circondato da bottiglie vuote di birra. Lo stereotipo è più rassicurante della realtà. Visto che la cronaca incombe, sarebbe nobile replicare la mostra a Teheran dove i «comportamenti tossici normalizzati» sono all’ordine del giorno.
Siamo sempre qui, coscienze inquiete a stipendio fisso. E dopo la mostra, mi raccomando, tutte alla manifestazione applaudita dalla sinistra dei diritti universali, a difesa del regime degli ayatollah che impicca le donne con il velo indossato storto.
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La mostra milanese sui soprusi maschili è la fiera dello stereotipo. Dalla donna che lava mentre l’uomo guarda la tv alle molestie in metro, denunciate senza citare l’immigrazione. Non pervenute le violenze sessuali del 7 ottobre e le sofferenze delle iraniane.Lui avrà sei anni, la sorella dieci. Si fermano davanti all’installazione dei giocattoli creata per stigmatizzare le mortifere differenze di genere: da una parte una vettura gialla e tre soldatini, dall’altra una bambola, una tazzina da caffè stile signorina Felicita e uno specchio con cornice rosa. Tutto tristemente anni Sessanta. «La prevenzione primaria come politica di cambiamento culturale strutturale», recita la brochure che sta leggendo a voce alta il papà. Il bimbo osserva perplesso, poi dice alla sorella indicando macchinine e marines: «Questi sono per me, quelli per te». Un patriarca in erba, cominciamo male.Senza saperlo, il Pierino sessista demolisce con una frase il messaggio politico di Mupa, la mostra sul patriarcato tossico organizzata da ActionAid in occasione della Giornata della Donna e allestita alla Fabbrica del vapore (Milano), con 27 fra cimeli, diorami e installazioni multimediali che dovrebbero simboleggiare la violenza maschile nella nostra società, e lo fa fra realtà, mistificazioni e ossessioni. Con un obiettivo: indicare la strada dell’uguaglianza di genere che sarà raggiunta - a Dio piacendo e a meno di scioperi - nel 2148. Non è una battuta perché la mostra, che dura fino al 21 marzo, chiude per 24 ore già domani per permettere alle indignate permanenti di «Nonunadimeno» di partecipare allo sciopero generale a favore delle donne, destinato a creare notevoli disagi a quelle che lavorano.Non sembra un problema per Katia Scannavini, segretaria generale di ActionAid che presenta la kermesse, per Elena Lattuada, delegata per le Pari opportunità del Comune di Milano che la legittima a livello istituzionale e per le Bambole di pezza, gruppo punk-rock reduce dal Festival di Sanremo che fa da testimonial. Quisquilie, qui si vola alto e si stigmatizzano «comportamenti normalizzati e sottovalutati che costituiscono il terreno culturale su cui si radica e si riproduce la violenza». Come spesso accade, il problema è il minestrone narrativo, quell’ipocrisia conformista e progressista sintetizzata da Camille Paglia, lei sì rimasta guerriera: «Abbiamo trasformato le donne in eterne minorenni bisognose di tutela». Sui due piani di Mupa la mescolanza è dadaista, sembra un pezzo di Concita De Gregorio. Ecco problematiche reali come il gender gap negli stipendi a parità di funzione (i cedolini rosa sono un’ingiustizia appesa al muro), ecco le ante sfondate che denunciano una violenza machista fuori dal tempo, ecco il video che rappresenta le spose bambine, in Africa, in Pakistan, nell’Asia profonda, non certo a Clusone o a Torre del Greco, a meno che non riguardino stranieri non integrati. Ecco pure il mansplaining paternalista: dibattiti tv su temi come aborto e disuguaglianza economica trattati solo da uomini, con in primo piano i malcapitati Bruno Vespa e Federico Rampini. Tematiche legittime, ineccepibili, drammatiche, confuse dentro una giungla di messaggi ambigui da caccia alle streghe femminista.Due esempi surreali nell’Italia con il primo premier donna (guai a citarlo). Un’installazione mostra una ragazza in metro attorniata da due uomini, tipo interior designer uno e webmaster l’altro; sono intenti a molestarla. Scena che sottovaluta lo slancio quotidiano di immigrati dal testosterone fuori controllo, veri professionisti in quell’insopportabile approccio. Tra l’altro nei convogli c’è un aspetto qui non contemplato: la parità di fatto delle borseggiatrici con pancia finta, che non hanno bisogno di arrivare al 2148 per esercitare in pieno il matriarcato dello scippo. Secondo esempio: un armadietto da palestra con scritte sconce indirizzate alle ragazze che fanno sport. Con un allarme: «Lo sport femminile è considerato di serie B e una donna su cinque rinuncia, vessata da provocazioni e violenze. Le Olimpiadi sono il trionfo del maschilismo competitivo». Nel santuario delle donne «cisgender e transgender, persone intersex e non binarie, lesbiche, bisessuali ed eterosessuali» però non c’è traccia della violenza più feroce, quella perpetrata dagli atleti trans che per anni hanno violentato i sogni sportivi delle ragazze rubando loro record e vittorie. Quanto ai Giochi «regno dei maschi», la smentita è nei numeri: le medaglie italiane più prestigiose a Milano-Cortina sono appese al collo di donne meravigliose, i volti di quei trionfi sono di Francesca Lollobrigida, Federica Brignone, Arianna Fontana che di mascolino non hanno niente.Il viaggio milanese dentro la violenza di genere ha parecchi vuoti ideologici che urlano e ne deprimono l’obiettivo. Niente sulle violenze iraniane, niente sullo stupro di gruppo più criminale della storia recente, quello del 7 ottobre. In questi casi la sorellanza non è contemplata, le femministe non hanno nulla da obiettare. Sarebbe interessante sapere perché. Più facile rappresentare la donna italiana che spazza il tinello mentre il compagno divanato guarda la Champions circondato da bottiglie vuote di birra. Lo stereotipo è più rassicurante della realtà. Visto che la cronaca incombe, sarebbe nobile replicare la mostra a Teheran dove i «comportamenti tossici normalizzati» sono all’ordine del giorno.Siamo sempre qui, coscienze inquiete a stipendio fisso. E dopo la mostra, mi raccomando, tutte alla manifestazione applaudita dalla sinistra dei diritti universali, a difesa del regime degli ayatollah che impicca le donne con il velo indossato storto.
Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 3 giugno 2026. La nostra Mirella Molinaro ci rivela i dettagli delle indagini sulla strage dei braccianti di Amendolara.
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«Purtroppo il caporalato non è un fenomeno di questi giorni e i dati numerici ci dicono che come fenomeno non si sia aggravato, ma di fronte a queste situazioni continueremo ad inasprire le sanzioni e aumentare i controlli. I lavoratori vanno rispettati tutti, italiani e immigrati».
Il ministro ha aggiunto: «È stata l’illegalità diffusa che ha permesso, anche rispetto all’immigrazione clandestina, di trovare sacche delle quali hanno approfittato gli sfruttatori. Con i decreti flussi si prevede invece l’applicazione della civiltà».
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