
Lui avrà sei anni, la sorella dieci. Si fermano davanti all’installazione dei giocattoli creata per stigmatizzare le mortifere differenze di genere: da una parte una vettura gialla e tre soldatini, dall’altra una bambola, una tazzina da caffè stile signorina Felicita e uno specchio con cornice rosa. Tutto tristemente anni Sessanta. «La prevenzione primaria come politica di cambiamento culturale strutturale», recita la brochure che sta leggendo a voce alta il papà. Il bimbo osserva perplesso, poi dice alla sorella indicando macchinine e marines: «Questi sono per me, quelli per te». Un patriarca in erba, cominciamo male.
Senza saperlo, il Pierino sessista demolisce con una frase il messaggio politico di Mupa, la mostra sul patriarcato tossico organizzata da ActionAid in occasione della Giornata della Donna e allestita alla Fabbrica del vapore (Milano), con 27 fra cimeli, diorami e installazioni multimediali che dovrebbero simboleggiare la violenza maschile nella nostra società, e lo fa fra realtà, mistificazioni e ossessioni. Con un obiettivo: indicare la strada dell’uguaglianza di genere che sarà raggiunta - a Dio piacendo e a meno di scioperi - nel 2148. Non è una battuta perché la mostra, che dura fino al 21 marzo, chiude per 24 ore già domani per permettere alle indignate permanenti di «Nonunadimeno» di partecipare allo sciopero generale a favore delle donne, destinato a creare notevoli disagi a quelle che lavorano.
Non sembra un problema per Katia Scannavini, segretaria generale di ActionAid che presenta la kermesse, per Elena Lattuada, delegata per le Pari opportunità del Comune di Milano che la legittima a livello istituzionale e per le Bambole di pezza, gruppo punk-rock reduce dal Festival di Sanremo che fa da testimonial. Quisquilie, qui si vola alto e si stigmatizzano «comportamenti normalizzati e sottovalutati che costituiscono il terreno culturale su cui si radica e si riproduce la violenza». Come spesso accade, il problema è il minestrone narrativo, quell’ipocrisia conformista e progressista sintetizzata da Camille Paglia, lei sì rimasta guerriera: «Abbiamo trasformato le donne in eterne minorenni bisognose di tutela».
Sui due piani di Mupa la mescolanza è dadaista, sembra un pezzo di Concita De Gregorio. Ecco problematiche reali come il gender gap negli stipendi a parità di funzione (i cedolini rosa sono un’ingiustizia appesa al muro), ecco le ante sfondate che denunciano una violenza machista fuori dal tempo, ecco il video che rappresenta le spose bambine, in Africa, in Pakistan, nell’Asia profonda, non certo a Clusone o a Torre del Greco, a meno che non riguardino stranieri non integrati. Ecco pure il mansplaining paternalista: dibattiti tv su temi come aborto e disuguaglianza economica trattati solo da uomini, con in primo piano i malcapitati Bruno Vespa e Federico Rampini. Tematiche legittime, ineccepibili, drammatiche, confuse dentro una giungla di messaggi ambigui da caccia alle streghe femminista.
Due esempi surreali nell’Italia con il primo premier donna (guai a citarlo). Un’installazione mostra una ragazza in metro attorniata da due uomini, tipo interior designer uno e webmaster l’altro; sono intenti a molestarla. Scena che sottovaluta lo slancio quotidiano di immigrati dal testosterone fuori controllo, veri professionisti in quell’insopportabile approccio. Tra l’altro nei convogli c’è un aspetto qui non contemplato: la parità di fatto delle borseggiatrici con pancia finta, che non hanno bisogno di arrivare al 2148 per esercitare in pieno il matriarcato dello scippo.
Secondo esempio: un armadietto da palestra con scritte sconce indirizzate alle ragazze che fanno sport. Con un allarme: «Lo sport femminile è considerato di serie B e una donna su cinque rinuncia, vessata da provocazioni e violenze. Le Olimpiadi sono il trionfo del maschilismo competitivo». Nel santuario delle donne «cisgender e transgender, persone intersex e non binarie, lesbiche, bisessuali ed eterosessuali» però non c’è traccia della violenza più feroce, quella perpetrata dagli atleti trans che per anni hanno violentato i sogni sportivi delle ragazze rubando loro record e vittorie. Quanto ai Giochi «regno dei maschi», la smentita è nei numeri: le medaglie italiane più prestigiose a Milano-Cortina sono appese al collo di donne meravigliose, i volti di quei trionfi sono di Francesca Lollobrigida, Federica Brignone, Arianna Fontana che di mascolino non hanno niente.
Il viaggio milanese dentro la violenza di genere ha parecchi vuoti ideologici che urlano e ne deprimono l’obiettivo. Niente sulle violenze iraniane, niente sullo stupro di gruppo più criminale della storia recente, quello del 7 ottobre. In questi casi la sorellanza non è contemplata, le femministe non hanno nulla da obiettare. Sarebbe interessante sapere perché. Più facile rappresentare la donna italiana che spazza il tinello mentre il compagno divanato guarda la Champions circondato da bottiglie vuote di birra. Lo stereotipo è più rassicurante della realtà. Visto che la cronaca incombe, sarebbe nobile replicare la mostra a Teheran dove i «comportamenti tossici normalizzati» sono all’ordine del giorno.
Siamo sempre qui, coscienze inquiete a stipendio fisso. E dopo la mostra, mi raccomando, tutte alla manifestazione applaudita dalla sinistra dei diritti universali, a difesa del regime degli ayatollah che impicca le donne con il velo indossato storto.






