Dieci persone sono state fermate dai carabinieri di Castello di Cisterna nel campo rom di Caivano (Napoli) con accuse che vanno dalla rapina al furto, al riciclaggio, alla resistenza a pubblico ufficiale e al trasferimento fraudolento di valori. Secondo gli investigatori, il gruppo avrebbe messo a segno circa 70 colpi tra furti ai danni di negozianti, rapine ad automobilisti e assalti a sportelli bancari, anche utilizzando la tecnica della «spaccata». Gli indagati avrebbero ostentato sui social network i proventi delle attività criminali.
(Ansa)
Quattro giovani in fuga dai carabinieri ammazzano con un’auto una donna di 89 anni In questo caso, però, i minori restano affidati alle madri dentro alle roulotte: perché?
Vivere nel bosco senza televisione, senza tablet e senza bagno è talmente grave che i giudici decidono prima di mandare tre bambini e la loro mamma, senza papà, in una «attrezzata» casa famiglia. Ma poi, visto che la mamma non è «collaborativa» e che i bambini sono diventati «aggressivi», sempre i giudici decidono di separare nuovamente il nucleo familiare rimandando la madre dal marito e spedendo i tre piccoli in un’altra casa famiglia. Più lontana, così che vedere i bambini diventa oltremodo più difficoltoso.
Hanno, invece, più vita facile figli e genitori rom anche se vanno in macchina senza patente e ammazzano una donna mentre fuggono dalle forze dell’ordine. L’incredibile e inquietante fatto di cronaca raccontato ieri sera da Fuori dal coro, la trasmissione di Rete 4 condotta da Mario Giordano, è successo a Modena. La scorsa settimana quattro giovani rom a bordo di un’auto in fuga dai carabinieri hanno travolto il veicolo su cui viaggiavano madre e figlia che erano praticamente arrivate a due passi dal casa. A causa dell’alta velocità della macchina condotta dai giovani balordi, nel violento impatto è rimasta uccisa Antonietta Berselli, di 89 anni. Il ventenne alla guida di un’Alfa Romeo era senza patente e quando ha visto i carabinieri è scappato contromano a folle velocità. Subito dopo l’impatto, i quattro rom erano scappati a piedi per rientrare nel campo abusivo in località San Matteo, alle porte della città, dove da un decennio un gruppo di famiglie stazionavano con le loro roulotte sotto il ponte della Tav. Il giovane al volante è stato poi arrestato, un altro si è costituito mentre gli altri due a bordo della vettura sono stati riaffidati alle famiglie.
Ed ecco il punto ben evidenziato dalla troupe di Mediaset. Il ventenne alla guida è andato in carcere mentre uno dei due riconsegnati alle famiglie è il fratello minorenne. Ma a quale famiglia, visto che anche il padre è in galera da alcuni anni per un reato che la moglie definisce «una cosa riservata nostra»? La madre, inoltre, ha altri quattro figli a cui badare mentre si dice «dispiaciuta» per la morte dell’anziana ma non sa se è vero, come dicono i carabinieri, che il figlio non ha la patente e che lui «non sa guidare». Del resto il ragazzino, che non frequenta una scuola da anni, all’inizio del servizio televisivo neanche dice che l’arrestato è il fratello ma afferma, invece, che è «normale scappare dai carabinieri, come fanno tutti» e manda a quel paese l’Italia e tutti gli italiani. Ma tant’è, lui e un altro amico sono tornati in famiglia e chissà se nel campo abusivo degradato quanto basta c’è l’acqua corrente e il bagno che mancano alla famiglia del bosco… Epperò c’è stata una svolta arrivata dopo la tragedia, lo smantellamento del campo perché, come detto dal sindaco Massimo Mezzetti, «occorre ripristinare la legalità e chi sbaglia deve pagare». Infatti la polizia locale insieme ai servizi sociali, hanno provveduto con i carro attrezzi a rimuovere roulotte e camper dove vivevano due famiglie. Una condizione ai margini della legalità alla quale si sommava lo stato di assoluto degrado dall’altra parte della strada, diventata una discarica a cielo aperto.
Il giudice, però, aveva scelto quel campo abusivo come domicilio per gli arresti domiciliari di uno dei componenti della famiglia. E così senza nuocere ai minorenni, anche se delinquenti, il nucleo famigliare è stato spostato presso la parrocchia di San Pancrazio, sempre nel Modenese. Una decisione che non era stata comunicata al parroco don Damiano che, contrariato ora chiede spiegazioni a Comune e diocesi in merito a tempi, spese e organizzazione: «Eravamo ignari di tutto. Vorremmo sapere per quanto tempo queste persone rimarranno qua, a chi spetteranno le spese per le utenze, chi si farà garante del decoro dell’area».
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La villetta di Jonathan Rivolta a Lonate Pozzolo. Nel riquadro, Adamo Massa (Ansa)
Le incredibili parole del cugino dell’uomo pugnalato per legittima difesa fanno capire come per questa gente il crimine sia diventato la normalità. Intanto il giornale dei vescovi attacca il governo che cerca di rimediare.
«Era un tipo normale, come tutti, era lì per lavorare come fanno tutti». Ovvio. Tutti scassiniamo le porte delle villette e freghiamo l’argenteria mentre i proprietari sono fuori casa. Tutti, una volta beccati mentre stiamo svaligiando l’appartamento, invece di alzare le mani, arrendersi o scappare, reagiamo aggredendo a pugni in faccia chi ci ha sorpresi. Tutti poi abbiamo una fedina penale lunga un metro e ce ne andiamo a spasso con complici che ci scaricano in strada, lasciandoci davanti al pronto soccorso prima di darsela a gambe levate. Sì, Adamo Massa, il rom ucciso durante un tentativo di furto a Lonate Pozzolo, era proprio un tipo normale, che faceva quello che fanno tutti. «Rubare era il suo lavoro», ha spiegato il cugino.
Capisco che i parenti stretti piangano il defunto. Capisco anche che siano addolorati per quei bambini rimasti orfani. Ma sostenere che il sinti ucciso fosse un tipo normale, che si aggirava fra le casette di periferia per lavorare, come fan tutti, mi risulta difficile. I precedenti penali dimostrano piuttosto che non era un rapinatore improvvisato. Secondo i carabinieri faceva parte di un sodalizio criminale strutturato, specializzato in furti e rapine di anziani, colpiti nelle loro abitazioni. Pare che di volta in volta si spacciasse per tecnico del gas, oppure per uomo delle forze dell’ordine. Convinceva le vittime a farlo entrare in casa dove, una volta dentro, svaligiava i poveretti di gioielli e risparmi per poi darsi alla fuga con la refurtiva. Quando nel 2018 i militari dell’Arma lo agguantarono, durante le perquisizioni trovarono mezzi con targhe contraffate, sirene e lampeggianti, radio ricetrasmittenti per ascoltare le comunicazioni della polizia, parrucche, casacche e divise. Ma soprattutto scovarono 25.000 euro in contanti, frutto dell’attività criminale, che era talmente ben avviata da disporre di una specie di garage-camerino, dove la banda preparava i colpi, predisponendo la sceneggiata per raggirare i malcapitati.
Insomma, il suo lavoro – quello rivendicato dal cugino - consisteva nel truffare e derubare le persone. «Perché? Perché me l’hanno ammazzato»,” ha chiesto la madre. La risposta è nella fedina penale del rom. Perché ha provato a svaligiare una villetta pensando che non ci fosse nessuno e invece si è trovato davanti un giovane. Avrebbe potuto arrendersi, oppure scappare, invece ha colpito il padrone di casa con una gragnola di pugni, provocandogli anche una ferita alla testa. E la vittima, invece di soccombere davanti all’aggressione, impugnava un coltello e lo ha usato per difendersi. «Non è giusto», ha detto il cugino di Adamo Massa, quello secondo cui il rapinatore era un tipo normale, che era lì, a Lonate Pozzolo, per lavorare. «Non è giusto essere ammazzati». Certo, siamo d’accordo, ma non è giusto nemmeno rubare e aggredire le vittime che non ci stanno a vedersi svaligiare la casa. E purtroppo, come da tempo cerchiamo di spiegare, è il delinquente che entrando in un’abitazione o in un negozio per saccheggiarli si assume il rischio di una reazione. Non può essere la vittima a salire sul banco degli imputati. È il criminale a mettere in pericolo la vita dei derubati prima ancora che la propria. E se ci scappa il morto la colpa non può che essere unicamente del balordo.
Le giustificazioni dei parenti di Massa, tuttavia, mettono in luce un aspetto che non si può e non si deve sottovalutare. Nei campi rom c’è chi pensa che rubare sia un lavoro. E che la reazione, anche violenta, a una rapina non sia contemplata: la vittima deve subire, non certo reagire. Ed è altrettanto evidente che troppo spesso i campi rom sono centri di illegalità, luoghi dove la legge non esiste e dove i malviventi godono dell’impunità. A loro di sicuro non tolgono i bambini perché non hanno il bagno in casa. Nelle loro baracche possono nascondere ogni cosa e nessuno ne chiede conto. Di recente, un turista straniero a cui avevano rubato la valigia, grazie a un Gps ha individuato l’accampamento in cui era finita, ma i vigili non hanno potuto recuperarla, come se il campo godesse del privilegio dell’extraterritorialità. Sì, è tutto incredibile, come solo in questo Paese può accadere. Rubare è rivendicato, nel silenzio generale, come un lavoro. Le baracche dei rom sono inviolabili. Le donne possono borseggiare a piacimento senza finire in galera, i figli vengono cresciuti nell’illegalità. E quando il governo, per garantire la sicurezza dei cittadini, vara un pacchetto di misure per combattere la criminalità, il giornale dei vescovi vi si mette contro. I titoli di Avvenire ieri sembravano quelli del Manifesto, con accuse di incostituzionalità e di criminalizzazione del dissenso. Poi uno si domanda perché le chiese si svuotino e perché gli elettori si buttino a destra.
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Milano, il luogo dell'investimento mortale di Cecilia de Astis, nel riquadro (Ansa)
La sinistra giustifica i minorenni alla guida che hanno investito e ucciso Cecilia De Astis, solo per dare la colpa ai fascisti che non li fanno integrare. Mentre condanna la famiglia che vive nei boschi perché quella storia è priva di spunti per attaccare i suoi nemici.
Ci sono una serie di meccanismi mentali che ci rendono ciechi di fronte a cose evidenti, sordi in presenza di suoni simili e praticamente insensibili alle cose che possono mettere in crisi le convinzioni politiche più radicate. Ecco dunque che, pressoché negli stessi giorni, sui media sono comparse due storie così vicine nei significati ma così lontane nel modo di presentarle: a proposito della vicenda che vide la morte di Cecilia De Astis, investita a Milano da un’auto sulla quale erano presenti quattro minorenni di etnia rom, è emerso che i genitori della più giovane dei bambini, quella di undici anni, risultino irreperibili come esito finale di quella che il Tribunale dei minori ha definito una condizione «senza punti di riferimento genitoriali». Dopo l’incidente la bambina è stata affidata a una nonna ma è stato recentemente riportato che la minore sarebbe in fuga proprio con la nonna e che il possibile motivo delle fughe dei vari parenti potrebbe essere l’intenzione di sottrarsi al risarcimento in capo ad essi, stante la non imputabilità dell'undicenne.
Numerose sono state le reazioni politiche al fatto, in particolare da sinistra si è indicato nella proverbiale «mancanza di integrazione» sia l’incidente che le successive fughe. A ulteriore elegante corollario il Comune di Milano ha pensato bene di rigettare la proposta di conferire l’Ambrogino d’oro a Cecilia De Astis in memoriam, malgrado il suo forte impegno nel sociale, e ciò con la surreale scusa di non voler alimentare «polemiche politiche». Negli stessi giorni a Palmoli, in provincia di Chieti, è emerso il caso di una famiglia formata da padre britannico e madre australiana che ha scelto di vivere, con i tre figli, in un casolare isolato nei boschi adottando uno stile di vita «a impatto zero» - come possiamo notare certi greenpass non sempre funzionano - senza allacciamenti alla rete idrica ed elettrica, utilizzando un impianto fotovoltaico e prendendo l’acqua da un pozzo. Ai bambini non viene fatta frequentare la scuola pubblica ma ricevono istruzione parentale affiancata da un insegnante e sostengono esami annuali perfettamente in linea con ciò che prevedono le norme italiane. E mentre nel caso di degrado famigliare che ha portato quattro ragazzini a rubare un’auto a un turista ed ammazzare una persona gli alti appelli politici si basano sulla «mancata integrazione» la cui colpa va imputata in primis e come sempre «alla società», nel caso della famiglia di Palmoli la Procura e i servizi sociali sono intervenuti dopo che la situazione è diventata di dominio pubblico, preoccupati «per le condizioni di vita e l’isolamento dei minori», sino a giungere alla richiesta di sospensione della potestà genitoriale e di allontanamento dei figli malgrado i sopralluoghi e le valutazioni iniziali abbiano evidenziato come i bambini siano in buona salute, curati, e mostrino un forte legame affettivo con i genitori.
Da una parte, quindi, abbiamo un caso di evidente degrado basato su fatti usuali per le comunità che vivono ai margini della società ma descritte inevitabilmente come vittime che si trovano in condizioni contrarie alla propria volontà a causa delle «mancanze della politica», nonostante le amministrazioni locali siano di sinistra e senza considerare che sotto i governi di sinistra non si siano mai registrati «risvegli civili» ad opera di quelle particolari comunità. Dall’altra parte abbiamo una famiglia che decide liberamente di vivere in condizioni sensibilmente più «civilizzate» di quelle scelte da Carl Gustav Jung per la sua casa di Bollingen, che viene dipinta da certi media e da certa politica come un caso umanitario, come una «famiglia di selvaggi» secondo il riflesso condizionato settecentesco così acutamente ritratto da Werner Herzog nei film «L’enigma di Kaspar Hauser» e «Grizzly Man» e secondo l’ormai anacronistico pregiudizio secondo il quale solo dentro lo società c’è la salvezza e solo sotto il controllo dello Stato c’è la salute. Il perché di tale contraddizione è presto detto: nel caso dei rom che abbandonano la figlia lo schema politico di sinistra può riconoscere le «vittime» nei rom stessi e i «cattivi» nei fascisti - cioè in chi fa comodo definire tale perché dice che rubare un’auto e investire una persona è un crimine frutto di scelte antisociali; nel caso della famiglia di Palmoli non si riesce ad adattare lo schema vittimistico, e il successivo riversamento della colpa sugli avversari politici, in quanto la famiglia ha deciso liberamente di fare quella vita e di svincolarsi dai canoni sacri del conformismo e del consumismo degli ecologisti che vogliono salvare il pianeta comprando tantissime cose, e si procede quindi con la messa sotto accusa da parte dello Stato. E lo Stato pensato da chi vorrebbe le lezioni di gender alle elementari e il voto obbligatorio non può accettare che la «povertà» e «l’emarginazione» non conducano automaticamente all’inevitabile sbocco antisociale: significherebbe dover ammettere che chi commette crimini lo fa per scelta e non perché costretto dalla società; significherebbe ammettere che la loro visione del mondo si fonda su un errore.
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Incendio all'aeroporto di Milano Malpensa (Ansa)
Ha cosparso di benzina un rullo trasportatore e innescato l’incendio. L’uomo gode della protezione sussidiaria concessa dalle toghe contro la Commissione territoriale.
La donna, trovata con 130 grammi di gioielli in oro e più di 1.500 euro in contanti, è stata arrestata per furti in case. Due suoi figli erano sull’auto che ha ucciso Cecilia De Astis.
Terminal 1 di Malpensa. Ore 10.30 circa. Nell’area partenze, tra i banchi 12 e 13 del check-in, uno straniero di 28 anni originario del Mali ma residente a Milano, che il 16 agosto aveva cercato di smarcarsi su un volo per l’Arabia Saudita con un passaporto falso, pantaloni beige, polo bianca, cappellino da baseball calato sulla fronte e mascherina Ffp2 sul volto, comincia a inveire contro il personale. Non ha biglietto né carta d’imbarco ed è senza bagaglio. Per gli addetti di scalo non è un passeggero. Ha in tasca solo un permesso di soggiorno che gli consente di restare in Italia fino al 2027 e una bottiglietta da mezzo litro piena di benzina. All’improvviso appicca fuoco a un rullo trasporta bagagli. La gomma s’incendia. Le fiamme si alzano di circa due metri. L’area si riempie di fumo nero. Poi, con un martello che nascondeva in uno zainetto si scaglia contro i monitor che segnalano gli arrivi e le partenze. Caos, panico, gente che scappa. Sembrano colpi di pistola, ma sono martellate picchiate con violenza sugli strumenti di metallo del desk numero 13 e contro i monitor che segnalano i voli in arrivo e in partenza. Le fiamme sono state domate in pochi minuti dai Vigili del fuoco.
«La presenza di fumo ha reso necessaria l’evacuazione del terminal per motivi di sicurezza», spiegano dal comando provinciale. L’aeroporto non si è fermato: voli regolari, nessun ferito. Il protagonista dell’assalto è stato affrontato da un addetto del personale di Sea, la società che gestisce il sistema aeroportuale milanese: dopo avergli chiesto inutilmente di mettere giù il martello ha atterrato lo straniero facendosi scudo con un estintore. In suo aiuto sono arrivati alcuni passeggeri e gli addetti alla sicurezza dell’aeroporto, che hanno recuperato il martello e mantenuto fermo l’aggressore fino all’arrivo degli agenti della Polaria.
Quando questi riescono a calmarlo salta fuori il suo passato: problemi di tipo psichiatrico, piccoli precedenti per episodi di disturbo della quiete pubblica, una denuncia dei carabinieri scattata martedì per il danneggiamento delle vetrine di un negozio del centro di Milano (aveva usato lo stesso martello) seguita da un ricovero per accertamenti al Niguarda (dal quale si è allontanato senza completare la procedura) e un contorto percorso da richiedente asilo. Con una posizione che appare come una fotografia del sistema italiano dell’accoglienza: da una parte le Commissioni territoriali che respingono la domanda, dall’altra i tribunali che convertono le decisioni.
La sua storia in Italia comincia nel 2015, quando entra dal confine con la Francia e chiede asilo. La protezione internazionale gli viene concessa, ma al suo rinnovo, nel 2019, la Commissione territoriale la boccia: non tutti i requisiti erano in regola. Lui presenta un ricorso. Nel frattempo, grazie alla sospensione del rigetto, è libero di circolare sul territorio nazionale. Ma ai controlli risulta sempre nell’hinterland milanese. E nel 2021 il Tribunale di Milano, pur riconoscendo l’assenza dei requisiti da rifugiato, ribalta la decisione, riconoscendogli la protezione sussidiaria e valutando il rischio di un grave pericolo (trattamenti inumani) se dovesse tornare nel proprio Paese d’origine. Per i giudici fino al 2027 può restare in Italia.
Dopo l’identificazione e gli accertamenti è stato portato in una camera di sicurezza a Varese. Oggi verrà processato per direttissima davanti al giudice monocratico del Tribunale di Busto Arsizio. L’ipotesi, per ora, è di danneggiamento aggravato dall’uso di materiale infiammabile. Ma sarà il pubblico ministero di turno a valutarla. Ai poliziotti non ha spiegato le ragioni del suo gesto. Gli investigatori stanno quindi cercando di ricostruire con precisione i suoi movimenti e di dare un senso a un’azione che avrebbe potuto trasformarsi in tragedia. I video delle telecamere di sicurezza sono stati acquisiti per stabilire il tragitto sin dall’ingresso a Malpensa e poi fino al Terminal 1.
«Straniero, con permesso di protezione internazionale. Una delle risorse che ci pagheranno le pensioni, secondo la sinistra», commenta su X il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini. Mentre il capogruppo della Lega in Regione Lombardia, Alessandro Corbetta, ne chiede subito l’espulsione: «Basta concessioni facili, chi rappresenta un rischio per la comunità va rimandato indietro subito e a chi di seconda generazione delinque va revocata la cittadinanza». Poi ha aggiunto: «Serve un piano per rimandare a casa delinquenti e clandestini, per difendere la Lombardia e l’Italia da potenziali terroristi, dalla violenza e dal degrado». E si è rivolto a Giorgia Meloni: «La premier ascolti di più la Lega, contro chi delinque e non si integra serve il pugno duro».
Resta il paradosso di un sistema che, tra rigetti, ricorsi e ribaltoni, lascia in Italia chi riesce a entrare in un aeroporto con un martello e una bottiglietta di benzina.
In cella la madre rom dei baby killer
È stata arrestata ieri la madre di due dei quattro ragazzini a bordo dell’auto rubata che ha investito e ucciso Cecilia De Astis lo scorso 11 agosto. La donna, Paola Soulejmanovic, madre di due fratelli - di cui uno il tredicenne alla guida e quindi reo dell’investimento -, è stata fermata dalla polizia locale nei giardini di viale Cermenate a Milano e di lì accompagnata nel carcere di San Vittore.
La Soulejmanovic, 33 anni, è finita in prigione per un cumulo di pene da scontare di tre anni e dieci mesi legate a svariati furti e condanne. I furti sarebbero stati commessi tra il 2017 e il 2019, anche in appartamenti fuori Milano. La donna di origini bosniache è stata denunciata a piede libero anche per ricettazione. Gli agenti della Locale al momento del fermo e del controllo le hanno trovato addosso più di 130 grammi d’oro e 1.550 euro in contanti, probabilmente frutto di scippi o ruberie.
La sera del 10 agosto i due fratelli di 13 e 12 anni, una cuginetta di 11 anni e un quarto bimbo, suo coetaneo, hanno rubato una vettura, una Citroën Ds4 bianca, noleggiata da quattro turisti francesi. I quattro ragazzini hanno sottratto tutto quello che vi era all’interno - le valigie e il computer - e poi la mattina seguente sono tornati a prendere l’auto con cui avrebbero investito la donna in via Saponaro a Milano. I figli della trentatreenne erano stati fermati una prima volta il giorno successivo all’incidente, quando la polizia locale li aveva individuati nel campo nomadi di via Selvanesco, dove vivevano con la famiglia. Non essendo imputabili, i minori erano stati riaffidati ai parenti, ma già il giorno seguente si erano allontanati da Milano. Gli investigatori sono poi riusciti a rintracciare i due fratellini in un campo della provincia di Torino, collocandoli in comunità con provvedimento convalidato dal giudice. La cuginetta, invece, è stata intercettata in Piemonte mentre viaggiava in autostrada verso Ventimiglia insieme alla nonna.
All’appello manca ancora l’ultimo dei bambini, che si troverebbe comunque in città. In particolare, il giudice ha imposto ai tre ragazzini il divieto di espatrio e ha nominato per ciascuno di loro un difensore. Tutto è rinviato al 27 agosto, data dell’udienza davanti al giudice Stefano Chiari: quel giorno non solo i minori, ma anche i loro genitori dovranno comparire in tribunale. Sarà un passaggio cruciale, destinato a stabilire quanto a lungo i bambini resteranno in comunità. Intanto resta aperto il capitolo più incerto: le ricerche del quarto bambino di undici anni che era a bordo con gli altri tre nell’auto rubata e, da allora, si è allontanato insieme alla madre. È stata lei stessa a raccontare di aver scoperto solo a notte fonda cosa avesse combinato il figlio: «Quello che hanno fatto… sono bambini, non adulti che capiscono. Se li avessimo visti in macchina li avremmo fermati, avremmo detto qualcosa».
Di loro, per ora, restano soltanto le ultime tracce registrate nella zona di San Paolo, a Sud di Milano, non lontano dal quartiere Gratosoglio dove vivevano. Nel frattempo, continua lo strazio dei famigliari di Cecilia De Astis. Il figlio Filippo non accetta si parli di disgrazia: «L’omicidio di mia madre non può essere ridotto al solito “si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato”. No. Questa tragedia non è giustificabile con la sfortuna. Si è arrivati qui perché non siamo tutelati. È inquietante».
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