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2025-08-21
Appicca il fuoco al terminal e dà martellate ovunque. Maliano fermato a Malpensa
Incendio all'aeroporto di Milano Malpensa (Ansa)
Terminal 1 di Malpensa. Ore 10.30 circa. Nell’area partenze, tra i banchi 12 e 13 del check-in, uno straniero di 28 anni originario del Mali ma residente a Milano, che il 16 agosto aveva cercato di smarcarsi su un volo per l’Arabia Saudita con un passaporto falso, pantaloni beige, polo bianca, cappellino da baseball calato sulla fronte e mascherina Ffp2 sul volto, comincia a inveire contro il personale. Non ha biglietto né carta d’imbarco ed è senza bagaglio. Per gli addetti di scalo non è un passeggero. Ha in tasca solo un permesso di soggiorno che gli consente di restare in Italia fino al 2027 e una bottiglietta da mezzo litro piena di benzina. All’improvviso appicca fuoco a un rullo trasporta bagagli. La gomma s’incendia. Le fiamme si alzano di circa due metri. L’area si riempie di fumo nero. Poi, con un martello che nascondeva in uno zainetto si scaglia contro i monitor che segnalano gli arrivi e le partenze. Caos, panico, gente che scappa. Sembrano colpi di pistola, ma sono martellate picchiate con violenza sugli strumenti di metallo del desk numero 13 e contro i monitor che segnalano i voli in arrivo e in partenza. Le fiamme sono state domate in pochi minuti dai Vigili del fuoco.
«La presenza di fumo ha reso necessaria l’evacuazione del terminal per motivi di sicurezza», spiegano dal comando provinciale. L’aeroporto non si è fermato: voli regolari, nessun ferito. Il protagonista dell’assalto è stato affrontato da un addetto del personale di Sea, la società che gestisce il sistema aeroportuale milanese: dopo avergli chiesto inutilmente di mettere giù il martello ha atterrato lo straniero facendosi scudo con un estintore. In suo aiuto sono arrivati alcuni passeggeri e gli addetti alla sicurezza dell’aeroporto, che hanno recuperato il martello e mantenuto fermo l’aggressore fino all’arrivo degli agenti della Polaria.
Quando questi riescono a calmarlo salta fuori il suo passato: problemi di tipo psichiatrico, piccoli precedenti per episodi di disturbo della quiete pubblica, una denuncia dei carabinieri scattata martedì per il danneggiamento delle vetrine di un negozio del centro di Milano (aveva usato lo stesso martello) seguita da un ricovero per accertamenti al Niguarda (dal quale si è allontanato senza completare la procedura) e un contorto percorso da richiedente asilo. Con una posizione che appare come una fotografia del sistema italiano dell’accoglienza: da una parte le Commissioni territoriali che respingono la domanda, dall’altra i tribunali che convertono le decisioni.
La sua storia in Italia comincia nel 2015, quando entra dal confine con la Francia e chiede asilo. La protezione internazionale gli viene concessa, ma al suo rinnovo, nel 2019, la Commissione territoriale la boccia: non tutti i requisiti erano in regola. Lui presenta un ricorso. Nel frattempo, grazie alla sospensione del rigetto, è libero di circolare sul territorio nazionale. Ma ai controlli risulta sempre nell’hinterland milanese. E nel 2021 il Tribunale di Milano, pur riconoscendo l’assenza dei requisiti da rifugiato, ribalta la decisione, riconoscendogli la protezione sussidiaria e valutando il rischio di un grave pericolo (trattamenti inumani) se dovesse tornare nel proprio Paese d’origine. Per i giudici fino al 2027 può restare in Italia.
Dopo l’identificazione e gli accertamenti è stato portato in una camera di sicurezza a Varese. Oggi verrà processato per direttissima davanti al giudice monocratico del Tribunale di Busto Arsizio. L’ipotesi, per ora, è di danneggiamento aggravato dall’uso di materiale infiammabile. Ma sarà il pubblico ministero di turno a valutarla. Ai poliziotti non ha spiegato le ragioni del suo gesto. Gli investigatori stanno quindi cercando di ricostruire con precisione i suoi movimenti e di dare un senso a un’azione che avrebbe potuto trasformarsi in tragedia. I video delle telecamere di sicurezza sono stati acquisiti per stabilire il tragitto sin dall’ingresso a Malpensa e poi fino al Terminal 1.
«Straniero, con permesso di protezione internazionale. Una delle risorse che ci pagheranno le pensioni, secondo la sinistra», commenta su X il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini. Mentre il capogruppo della Lega in Regione Lombardia, Alessandro Corbetta, ne chiede subito l’espulsione: «Basta concessioni facili, chi rappresenta un rischio per la comunità va rimandato indietro subito e a chi di seconda generazione delinque va revocata la cittadinanza». Poi ha aggiunto: «Serve un piano per rimandare a casa delinquenti e clandestini, per difendere la Lombardia e l’Italia da potenziali terroristi, dalla violenza e dal degrado». E si è rivolto a Giorgia Meloni: «La premier ascolti di più la Lega, contro chi delinque e non si integra serve il pugno duro».
Resta il paradosso di un sistema che, tra rigetti, ricorsi e ribaltoni, lascia in Italia chi riesce a entrare in un aeroporto con un martello e una bottiglietta di benzina.
In cella la madre rom dei baby killer
È stata arrestata ieri la madre di due dei quattro ragazzini a bordo dell’auto rubata che ha investito e ucciso Cecilia De Astis lo scorso 11 agosto. La donna, Paola Soulejmanovic, madre di due fratelli - di cui uno il tredicenne alla guida e quindi reo dell’investimento -, è stata fermata dalla polizia locale nei giardini di viale Cermenate a Milano e di lì accompagnata nel carcere di San Vittore.
La Soulejmanovic, 33 anni, è finita in prigione per un cumulo di pene da scontare di tre anni e dieci mesi legate a svariati furti e condanne. I furti sarebbero stati commessi tra il 2017 e il 2019, anche in appartamenti fuori Milano. La donna di origini bosniache è stata denunciata a piede libero anche per ricettazione. Gli agenti della Locale al momento del fermo e del controllo le hanno trovato addosso più di 130 grammi d’oro e 1.550 euro in contanti, probabilmente frutto di scippi o ruberie.
La sera del 10 agosto i due fratelli di 13 e 12 anni, una cuginetta di 11 anni e un quarto bimbo, suo coetaneo, hanno rubato una vettura, una Citroën Ds4 bianca, noleggiata da quattro turisti francesi. I quattro ragazzini hanno sottratto tutto quello che vi era all’interno - le valigie e il computer - e poi la mattina seguente sono tornati a prendere l’auto con cui avrebbero investito la donna in via Saponaro a Milano. I figli della trentatreenne erano stati fermati una prima volta il giorno successivo all’incidente, quando la polizia locale li aveva individuati nel campo nomadi di via Selvanesco, dove vivevano con la famiglia. Non essendo imputabili, i minori erano stati riaffidati ai parenti, ma già il giorno seguente si erano allontanati da Milano. Gli investigatori sono poi riusciti a rintracciare i due fratellini in un campo della provincia di Torino, collocandoli in comunità con provvedimento convalidato dal giudice. La cuginetta, invece, è stata intercettata in Piemonte mentre viaggiava in autostrada verso Ventimiglia insieme alla nonna.
All’appello manca ancora l’ultimo dei bambini, che si troverebbe comunque in città. In particolare, il giudice ha imposto ai tre ragazzini il divieto di espatrio e ha nominato per ciascuno di loro un difensore. Tutto è rinviato al 27 agosto, data dell’udienza davanti al giudice Stefano Chiari: quel giorno non solo i minori, ma anche i loro genitori dovranno comparire in tribunale. Sarà un passaggio cruciale, destinato a stabilire quanto a lungo i bambini resteranno in comunità. Intanto resta aperto il capitolo più incerto: le ricerche del quarto bambino di undici anni che era a bordo con gli altri tre nell’auto rubata e, da allora, si è allontanato insieme alla madre. È stata lei stessa a raccontare di aver scoperto solo a notte fonda cosa avesse combinato il figlio: «Quello che hanno fatto… sono bambini, non adulti che capiscono. Se li avessimo visti in macchina li avremmo fermati, avremmo detto qualcosa».
Di loro, per ora, restano soltanto le ultime tracce registrate nella zona di San Paolo, a Sud di Milano, non lontano dal quartiere Gratosoglio dove vivevano. Nel frattempo, continua lo strazio dei famigliari di Cecilia De Astis. Il figlio Filippo non accetta si parli di disgrazia: «L’omicidio di mia madre non può essere ridotto al solito “si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato”. No. Questa tragedia non è giustificabile con la sfortuna. Si è arrivati qui perché non siamo tutelati. È inquietante».
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Ha cosparso di benzina un rullo trasportatore e innescato l’incendio. L’uomo gode della protezione sussidiaria concessa dalle toghe contro la Commissione territoriale.La donna, trovata con 130 grammi di gioielli in oro e più di 1.500 euro in contanti, è stata arrestata per furti in case. Due suoi figli erano sull’auto che ha ucciso Cecilia De Astis.Terminal 1 di Malpensa. Ore 10.30 circa. Nell’area partenze, tra i banchi 12 e 13 del check-in, uno straniero di 28 anni originario del Mali ma residente a Milano, che il 16 agosto aveva cercato di smarcarsi su un volo per l’Arabia Saudita con un passaporto falso, pantaloni beige, polo bianca, cappellino da baseball calato sulla fronte e mascherina Ffp2 sul volto, comincia a inveire contro il personale. Non ha biglietto né carta d’imbarco ed è senza bagaglio. Per gli addetti di scalo non è un passeggero. Ha in tasca solo un permesso di soggiorno che gli consente di restare in Italia fino al 2027 e una bottiglietta da mezzo litro piena di benzina. All’improvviso appicca fuoco a un rullo trasporta bagagli. La gomma s’incendia. Le fiamme si alzano di circa due metri. L’area si riempie di fumo nero. Poi, con un martello che nascondeva in uno zainetto si scaglia contro i monitor che segnalano gli arrivi e le partenze. Caos, panico, gente che scappa. Sembrano colpi di pistola, ma sono martellate picchiate con violenza sugli strumenti di metallo del desk numero 13 e contro i monitor che segnalano i voli in arrivo e in partenza. Le fiamme sono state domate in pochi minuti dai Vigili del fuoco. «La presenza di fumo ha reso necessaria l’evacuazione del terminal per motivi di sicurezza», spiegano dal comando provinciale. L’aeroporto non si è fermato: voli regolari, nessun ferito. Il protagonista dell’assalto è stato affrontato da un addetto del personale di Sea, la società che gestisce il sistema aeroportuale milanese: dopo avergli chiesto inutilmente di mettere giù il martello ha atterrato lo straniero facendosi scudo con un estintore. In suo aiuto sono arrivati alcuni passeggeri e gli addetti alla sicurezza dell’aeroporto, che hanno recuperato il martello e mantenuto fermo l’aggressore fino all’arrivo degli agenti della Polaria. Quando questi riescono a calmarlo salta fuori il suo passato: problemi di tipo psichiatrico, piccoli precedenti per episodi di disturbo della quiete pubblica, una denuncia dei carabinieri scattata martedì per il danneggiamento delle vetrine di un negozio del centro di Milano (aveva usato lo stesso martello) seguita da un ricovero per accertamenti al Niguarda (dal quale si è allontanato senza completare la procedura) e un contorto percorso da richiedente asilo. Con una posizione che appare come una fotografia del sistema italiano dell’accoglienza: da una parte le Commissioni territoriali che respingono la domanda, dall’altra i tribunali che convertono le decisioni. La sua storia in Italia comincia nel 2015, quando entra dal confine con la Francia e chiede asilo. La protezione internazionale gli viene concessa, ma al suo rinnovo, nel 2019, la Commissione territoriale la boccia: non tutti i requisiti erano in regola. Lui presenta un ricorso. Nel frattempo, grazie alla sospensione del rigetto, è libero di circolare sul territorio nazionale. Ma ai controlli risulta sempre nell’hinterland milanese. E nel 2021 il Tribunale di Milano, pur riconoscendo l’assenza dei requisiti da rifugiato, ribalta la decisione, riconoscendogli la protezione sussidiaria e valutando il rischio di un grave pericolo (trattamenti inumani) se dovesse tornare nel proprio Paese d’origine. Per i giudici fino al 2027 può restare in Italia. Dopo l’identificazione e gli accertamenti è stato portato in una camera di sicurezza a Varese. Oggi verrà processato per direttissima davanti al giudice monocratico del Tribunale di Busto Arsizio. L’ipotesi, per ora, è di danneggiamento aggravato dall’uso di materiale infiammabile. Ma sarà il pubblico ministero di turno a valutarla. Ai poliziotti non ha spiegato le ragioni del suo gesto. Gli investigatori stanno quindi cercando di ricostruire con precisione i suoi movimenti e di dare un senso a un’azione che avrebbe potuto trasformarsi in tragedia. I video delle telecamere di sicurezza sono stati acquisiti per stabilire il tragitto sin dall’ingresso a Malpensa e poi fino al Terminal 1. «Straniero, con permesso di protezione internazionale. Una delle risorse che ci pagheranno le pensioni, secondo la sinistra», commenta su X il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini. Mentre il capogruppo della Lega in Regione Lombardia, Alessandro Corbetta, ne chiede subito l’espulsione: «Basta concessioni facili, chi rappresenta un rischio per la comunità va rimandato indietro subito e a chi di seconda generazione delinque va revocata la cittadinanza». Poi ha aggiunto: «Serve un piano per rimandare a casa delinquenti e clandestini, per difendere la Lombardia e l’Italia da potenziali terroristi, dalla violenza e dal degrado». E si è rivolto a Giorgia Meloni: «La premier ascolti di più la Lega, contro chi delinque e non si integra serve il pugno duro». Resta il paradosso di un sistema che, tra rigetti, ricorsi e ribaltoni, lascia in Italia chi riesce a entrare in un aeroporto con un martello e una bottiglietta di benzina.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/maliano-appicca-fuoco-a-malpensa-2673906902.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-cella-la-madre-rom-dei-baby-killer" data-post-id="2673906902" data-published-at="1755769496" data-use-pagination="False"> In cella la madre rom dei baby killer È stata arrestata ieri la madre di due dei quattro ragazzini a bordo dell’auto rubata che ha investito e ucciso Cecilia De Astis lo scorso 11 agosto. La donna, Paola Soulejmanovic, madre di due fratelli - di cui uno il tredicenne alla guida e quindi reo dell’investimento -, è stata fermata dalla polizia locale nei giardini di viale Cermenate a Milano e di lì accompagnata nel carcere di San Vittore. La Soulejmanovic, 33 anni, è finita in prigione per un cumulo di pene da scontare di tre anni e dieci mesi legate a svariati furti e condanne. I furti sarebbero stati commessi tra il 2017 e il 2019, anche in appartamenti fuori Milano. La donna di origini bosniache è stata denunciata a piede libero anche per ricettazione. Gli agenti della Locale al momento del fermo e del controllo le hanno trovato addosso più di 130 grammi d’oro e 1.550 euro in contanti, probabilmente frutto di scippi o ruberie.La sera del 10 agosto i due fratelli di 13 e 12 anni, una cuginetta di 11 anni e un quarto bimbo, suo coetaneo, hanno rubato una vettura, una Citroën Ds4 bianca, noleggiata da quattro turisti francesi. I quattro ragazzini hanno sottratto tutto quello che vi era all’interno - le valigie e il computer - e poi la mattina seguente sono tornati a prendere l’auto con cui avrebbero investito la donna in via Saponaro a Milano. I figli della trentatreenne erano stati fermati una prima volta il giorno successivo all’incidente, quando la polizia locale li aveva individuati nel campo nomadi di via Selvanesco, dove vivevano con la famiglia. Non essendo imputabili, i minori erano stati riaffidati ai parenti, ma già il giorno seguente si erano allontanati da Milano. Gli investigatori sono poi riusciti a rintracciare i due fratellini in un campo della provincia di Torino, collocandoli in comunità con provvedimento convalidato dal giudice. La cuginetta, invece, è stata intercettata in Piemonte mentre viaggiava in autostrada verso Ventimiglia insieme alla nonna.All’appello manca ancora l’ultimo dei bambini, che si troverebbe comunque in città. In particolare, il giudice ha imposto ai tre ragazzini il divieto di espatrio e ha nominato per ciascuno di loro un difensore. Tutto è rinviato al 27 agosto, data dell’udienza davanti al giudice Stefano Chiari: quel giorno non solo i minori, ma anche i loro genitori dovranno comparire in tribunale. Sarà un passaggio cruciale, destinato a stabilire quanto a lungo i bambini resteranno in comunità. Intanto resta aperto il capitolo più incerto: le ricerche del quarto bambino di undici anni che era a bordo con gli altri tre nell’auto rubata e, da allora, si è allontanato insieme alla madre. È stata lei stessa a raccontare di aver scoperto solo a notte fonda cosa avesse combinato il figlio: «Quello che hanno fatto… sono bambini, non adulti che capiscono. Se li avessimo visti in macchina li avremmo fermati, avremmo detto qualcosa».Di loro, per ora, restano soltanto le ultime tracce registrate nella zona di San Paolo, a Sud di Milano, non lontano dal quartiere Gratosoglio dove vivevano. Nel frattempo, continua lo strazio dei famigliari di Cecilia De Astis. Il figlio Filippo non accetta si parli di disgrazia: «L’omicidio di mia madre non può essere ridotto al solito “si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato”. No. Questa tragedia non è giustificabile con la sfortuna. Si è arrivati qui perché non siamo tutelati. È inquietante».
Ansa
O, forse, erano già pronti a mettere a segno un colpo. Alla vista della polizia tirano dritto. L’inseguimento parte dal Quarticciolo, zona rossa. Si aggiunge anche una pattuglia dei carabinieri. Che, però, perde il contatto con il veicolo in fuga. La volante resta «in scia», sebbene a distanza, per evitare rischi. Ma quella scia è già un presagio. La Yaris corre verso via Collatina. Velocità sostenuta. Il rischio appare già particolarmente elevato. All’altezza di via dell’Acqua Vergine, il conducente perde il controllo. Invade la corsia opposta, percorre un tratto contromano e si schianta contro la Fiat Punto che arriva in senso contrario. L’impatto è devastante. Un boato secco. Le lamiere si accartocciano. Pezzi delle auto volano ovunque. Uno pneumatico saltato dal cerchione cade in piedi a centro strada, a molti metri di distanza dal punto dell’impatto. Sulla Punto viaggiano Giovanni Battista Ardovini, 70 anni, infermiere in pensione, la moglie Patrizia Capraro, 64, che diventò nota durante la prima fase della pandemia perché si era messa a cucire mascherine per i residenti del quartiere, e il figlio Alessio, 42 anni. I genitori muoiono sul colpo. Il figlio, seduto sul sedile posteriore, viene trasportato in condizioni gravissime al Policlinico Umberto I, dove muore poco dopo. È una cugina, Sabrina, a chiedere ora giustizia: «Erano una famiglia unita e perbene. Alessio si era appena ripreso da una malattia. lavorava al centro commerciale, i miei zii lo avevano accompagnato e lo erano poi andati a riprendere. Ora si indaghi in maniera corretta e non si dia la colpa alla polizia. Chi ha sbagliato deve pagare». Sul posto arrivano Vigili del fuoco, personale del 118, altre pattuglie della polizia e dei carabinieri. Interviene anche la polizia locale del VI Gruppo di Roma Capitale. L’area viene delimitata. La Scientifica effettua i rilievi e raccoglie i reperti dopo averli fotografati. La scena viene filmata. La fase finale dell’inseguimento e l’incidente sono già agli atti, ripresi dalla dashcam della volante dell’inseguimento. Il sostituto procuratore Giulia Guccione, di turno domenica notte in Procura a Piazzale Clodio, dispone subito l’esame tossicologico del conducente sudamericano (i cui risultati sono attesi per oggi) e l’esame autoptico sulle vittime, affidato a un medico legale. L’inchiesta comincia dai dettagli. Dai chilometri di inseguimento e dai metri percorsi contromano. Tutto descritto nella relazione di servizio degli agenti della pattuglia che si è lanciata all’inseguimento. Alla guida della Yaris c’era Julian Ramiro Romero, argentino, classe 2002, con precedenti per maltrattamenti in famiglia e furto. Seduto sul lato passeggero c’era Ignacio Marcelo Ancacura Vasquez, cileno, classe 1998, incensurato. Sul sedile posteriore viaggiava Alver Suniga, cubano, 32 anni, anche lui incensurato. Quando gli agenti inseriscono i loro nomi nel sistema Sdi, la banca dati delle forze di polizia, si accorgono subito di avere davanti degli stranieri irregolari. Accanto ai loro nomi, sui primi atti giudiziari preparati, compare solo il «Cui», letteralmente «Codice univoco identificativo», un numero assegnato ad apolidi o a cittadini extra Ue che non hanno il codice fiscale. Niente permesso di soggiorno. Niente documenti regolari per lo Stato italiano. Due restano feriti e vengono trasportati in ospedale, dove sono piantonati. Il terzo viene bloccato e ammanettato sul posto. La fuga finisce lì. Per loro con le manette. Per la famiglia Ardovini con una tragedia. Per i sudamericani clandestini l’accusa è di concorso in omicidio con dolo eventuale, resistenza a pubblico ufficiale, detenzione di apparecchiature volte a intercettare o impedire comunicazioni telefoniche (nell’auto è stato trovato un jammer, installato e funzionante), possesso ingiustificato di grimaldelli e attrezzi da scasso e la violazione dell’articolo 192 del Codice della strada, introdotto dal decreto sicurezza per chi non si ferma all’alt delle forze dell’ordine. La Yaris, stando alla prima ricostruzione, avrebbe compiuto manovre azzardate e invaso la corsia opposta. Ad avvalorare la ricostruzione della dinamica c’è anche un testimone oculare che ha assistito al drammatico impatto. Gli investigatori non escludono che i tre sudamericani fossero alla ricerca di un obiettivo quando si sono imbattuti nella volante. E, per questo motivo, non si sono fermati. La famiglia Ardovini, invece, stava tornando a casa dopo essere andata al centro commerciale Roma Est, a Ponte di Nona, per riprendere Alessio, dipendente del McDonald’s. Si era sentito male durante il turno. Un tragitto breve. Ordinario. Verso casa. Trasformato in una condanna da chi ha deciso che l’alt della polizia non valeva nulla.
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