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2025-08-21
Appicca il fuoco al terminal e dà martellate ovunque. Maliano fermato a Malpensa
Incendio all'aeroporto di Milano Malpensa (Ansa)
Terminal 1 di Malpensa. Ore 10.30 circa. Nell’area partenze, tra i banchi 12 e 13 del check-in, uno straniero di 28 anni originario del Mali ma residente a Milano, che il 16 agosto aveva cercato di smarcarsi su un volo per l’Arabia Saudita con un passaporto falso, pantaloni beige, polo bianca, cappellino da baseball calato sulla fronte e mascherina Ffp2 sul volto, comincia a inveire contro il personale. Non ha biglietto né carta d’imbarco ed è senza bagaglio. Per gli addetti di scalo non è un passeggero. Ha in tasca solo un permesso di soggiorno che gli consente di restare in Italia fino al 2027 e una bottiglietta da mezzo litro piena di benzina. All’improvviso appicca fuoco a un rullo trasporta bagagli. La gomma s’incendia. Le fiamme si alzano di circa due metri. L’area si riempie di fumo nero. Poi, con un martello che nascondeva in uno zainetto si scaglia contro i monitor che segnalano gli arrivi e le partenze. Caos, panico, gente che scappa. Sembrano colpi di pistola, ma sono martellate picchiate con violenza sugli strumenti di metallo del desk numero 13 e contro i monitor che segnalano i voli in arrivo e in partenza. Le fiamme sono state domate in pochi minuti dai Vigili del fuoco.
«La presenza di fumo ha reso necessaria l’evacuazione del terminal per motivi di sicurezza», spiegano dal comando provinciale. L’aeroporto non si è fermato: voli regolari, nessun ferito. Il protagonista dell’assalto è stato affrontato da un addetto del personale di Sea, la società che gestisce il sistema aeroportuale milanese: dopo avergli chiesto inutilmente di mettere giù il martello ha atterrato lo straniero facendosi scudo con un estintore. In suo aiuto sono arrivati alcuni passeggeri e gli addetti alla sicurezza dell’aeroporto, che hanno recuperato il martello e mantenuto fermo l’aggressore fino all’arrivo degli agenti della Polaria.
Quando questi riescono a calmarlo salta fuori il suo passato: problemi di tipo psichiatrico, piccoli precedenti per episodi di disturbo della quiete pubblica, una denuncia dei carabinieri scattata martedì per il danneggiamento delle vetrine di un negozio del centro di Milano (aveva usato lo stesso martello) seguita da un ricovero per accertamenti al Niguarda (dal quale si è allontanato senza completare la procedura) e un contorto percorso da richiedente asilo. Con una posizione che appare come una fotografia del sistema italiano dell’accoglienza: da una parte le Commissioni territoriali che respingono la domanda, dall’altra i tribunali che convertono le decisioni.
La sua storia in Italia comincia nel 2015, quando entra dal confine con la Francia e chiede asilo. La protezione internazionale gli viene concessa, ma al suo rinnovo, nel 2019, la Commissione territoriale la boccia: non tutti i requisiti erano in regola. Lui presenta un ricorso. Nel frattempo, grazie alla sospensione del rigetto, è libero di circolare sul territorio nazionale. Ma ai controlli risulta sempre nell’hinterland milanese. E nel 2021 il Tribunale di Milano, pur riconoscendo l’assenza dei requisiti da rifugiato, ribalta la decisione, riconoscendogli la protezione sussidiaria e valutando il rischio di un grave pericolo (trattamenti inumani) se dovesse tornare nel proprio Paese d’origine. Per i giudici fino al 2027 può restare in Italia.
Dopo l’identificazione e gli accertamenti è stato portato in una camera di sicurezza a Varese. Oggi verrà processato per direttissima davanti al giudice monocratico del Tribunale di Busto Arsizio. L’ipotesi, per ora, è di danneggiamento aggravato dall’uso di materiale infiammabile. Ma sarà il pubblico ministero di turno a valutarla. Ai poliziotti non ha spiegato le ragioni del suo gesto. Gli investigatori stanno quindi cercando di ricostruire con precisione i suoi movimenti e di dare un senso a un’azione che avrebbe potuto trasformarsi in tragedia. I video delle telecamere di sicurezza sono stati acquisiti per stabilire il tragitto sin dall’ingresso a Malpensa e poi fino al Terminal 1.
«Straniero, con permesso di protezione internazionale. Una delle risorse che ci pagheranno le pensioni, secondo la sinistra», commenta su X il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini. Mentre il capogruppo della Lega in Regione Lombardia, Alessandro Corbetta, ne chiede subito l’espulsione: «Basta concessioni facili, chi rappresenta un rischio per la comunità va rimandato indietro subito e a chi di seconda generazione delinque va revocata la cittadinanza». Poi ha aggiunto: «Serve un piano per rimandare a casa delinquenti e clandestini, per difendere la Lombardia e l’Italia da potenziali terroristi, dalla violenza e dal degrado». E si è rivolto a Giorgia Meloni: «La premier ascolti di più la Lega, contro chi delinque e non si integra serve il pugno duro».
Resta il paradosso di un sistema che, tra rigetti, ricorsi e ribaltoni, lascia in Italia chi riesce a entrare in un aeroporto con un martello e una bottiglietta di benzina.
In cella la madre rom dei baby killer
È stata arrestata ieri la madre di due dei quattro ragazzini a bordo dell’auto rubata che ha investito e ucciso Cecilia De Astis lo scorso 11 agosto. La donna, Paola Soulejmanovic, madre di due fratelli - di cui uno il tredicenne alla guida e quindi reo dell’investimento -, è stata fermata dalla polizia locale nei giardini di viale Cermenate a Milano e di lì accompagnata nel carcere di San Vittore.
La Soulejmanovic, 33 anni, è finita in prigione per un cumulo di pene da scontare di tre anni e dieci mesi legate a svariati furti e condanne. I furti sarebbero stati commessi tra il 2017 e il 2019, anche in appartamenti fuori Milano. La donna di origini bosniache è stata denunciata a piede libero anche per ricettazione. Gli agenti della Locale al momento del fermo e del controllo le hanno trovato addosso più di 130 grammi d’oro e 1.550 euro in contanti, probabilmente frutto di scippi o ruberie.
La sera del 10 agosto i due fratelli di 13 e 12 anni, una cuginetta di 11 anni e un quarto bimbo, suo coetaneo, hanno rubato una vettura, una Citroën Ds4 bianca, noleggiata da quattro turisti francesi. I quattro ragazzini hanno sottratto tutto quello che vi era all’interno - le valigie e il computer - e poi la mattina seguente sono tornati a prendere l’auto con cui avrebbero investito la donna in via Saponaro a Milano. I figli della trentatreenne erano stati fermati una prima volta il giorno successivo all’incidente, quando la polizia locale li aveva individuati nel campo nomadi di via Selvanesco, dove vivevano con la famiglia. Non essendo imputabili, i minori erano stati riaffidati ai parenti, ma già il giorno seguente si erano allontanati da Milano. Gli investigatori sono poi riusciti a rintracciare i due fratellini in un campo della provincia di Torino, collocandoli in comunità con provvedimento convalidato dal giudice. La cuginetta, invece, è stata intercettata in Piemonte mentre viaggiava in autostrada verso Ventimiglia insieme alla nonna.
All’appello manca ancora l’ultimo dei bambini, che si troverebbe comunque in città. In particolare, il giudice ha imposto ai tre ragazzini il divieto di espatrio e ha nominato per ciascuno di loro un difensore. Tutto è rinviato al 27 agosto, data dell’udienza davanti al giudice Stefano Chiari: quel giorno non solo i minori, ma anche i loro genitori dovranno comparire in tribunale. Sarà un passaggio cruciale, destinato a stabilire quanto a lungo i bambini resteranno in comunità. Intanto resta aperto il capitolo più incerto: le ricerche del quarto bambino di undici anni che era a bordo con gli altri tre nell’auto rubata e, da allora, si è allontanato insieme alla madre. È stata lei stessa a raccontare di aver scoperto solo a notte fonda cosa avesse combinato il figlio: «Quello che hanno fatto… sono bambini, non adulti che capiscono. Se li avessimo visti in macchina li avremmo fermati, avremmo detto qualcosa».
Di loro, per ora, restano soltanto le ultime tracce registrate nella zona di San Paolo, a Sud di Milano, non lontano dal quartiere Gratosoglio dove vivevano. Nel frattempo, continua lo strazio dei famigliari di Cecilia De Astis. Il figlio Filippo non accetta si parli di disgrazia: «L’omicidio di mia madre non può essere ridotto al solito “si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato”. No. Questa tragedia non è giustificabile con la sfortuna. Si è arrivati qui perché non siamo tutelati. È inquietante».
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Ha cosparso di benzina un rullo trasportatore e innescato l’incendio. L’uomo gode della protezione sussidiaria concessa dalle toghe contro la Commissione territoriale.La donna, trovata con 130 grammi di gioielli in oro e più di 1.500 euro in contanti, è stata arrestata per furti in case. Due suoi figli erano sull’auto che ha ucciso Cecilia De Astis.Terminal 1 di Malpensa. Ore 10.30 circa. Nell’area partenze, tra i banchi 12 e 13 del check-in, uno straniero di 28 anni originario del Mali ma residente a Milano, che il 16 agosto aveva cercato di smarcarsi su un volo per l’Arabia Saudita con un passaporto falso, pantaloni beige, polo bianca, cappellino da baseball calato sulla fronte e mascherina Ffp2 sul volto, comincia a inveire contro il personale. Non ha biglietto né carta d’imbarco ed è senza bagaglio. Per gli addetti di scalo non è un passeggero. Ha in tasca solo un permesso di soggiorno che gli consente di restare in Italia fino al 2027 e una bottiglietta da mezzo litro piena di benzina. All’improvviso appicca fuoco a un rullo trasporta bagagli. La gomma s’incendia. Le fiamme si alzano di circa due metri. L’area si riempie di fumo nero. Poi, con un martello che nascondeva in uno zainetto si scaglia contro i monitor che segnalano gli arrivi e le partenze. Caos, panico, gente che scappa. Sembrano colpi di pistola, ma sono martellate picchiate con violenza sugli strumenti di metallo del desk numero 13 e contro i monitor che segnalano i voli in arrivo e in partenza. Le fiamme sono state domate in pochi minuti dai Vigili del fuoco. «La presenza di fumo ha reso necessaria l’evacuazione del terminal per motivi di sicurezza», spiegano dal comando provinciale. L’aeroporto non si è fermato: voli regolari, nessun ferito. Il protagonista dell’assalto è stato affrontato da un addetto del personale di Sea, la società che gestisce il sistema aeroportuale milanese: dopo avergli chiesto inutilmente di mettere giù il martello ha atterrato lo straniero facendosi scudo con un estintore. In suo aiuto sono arrivati alcuni passeggeri e gli addetti alla sicurezza dell’aeroporto, che hanno recuperato il martello e mantenuto fermo l’aggressore fino all’arrivo degli agenti della Polaria. Quando questi riescono a calmarlo salta fuori il suo passato: problemi di tipo psichiatrico, piccoli precedenti per episodi di disturbo della quiete pubblica, una denuncia dei carabinieri scattata martedì per il danneggiamento delle vetrine di un negozio del centro di Milano (aveva usato lo stesso martello) seguita da un ricovero per accertamenti al Niguarda (dal quale si è allontanato senza completare la procedura) e un contorto percorso da richiedente asilo. Con una posizione che appare come una fotografia del sistema italiano dell’accoglienza: da una parte le Commissioni territoriali che respingono la domanda, dall’altra i tribunali che convertono le decisioni. La sua storia in Italia comincia nel 2015, quando entra dal confine con la Francia e chiede asilo. La protezione internazionale gli viene concessa, ma al suo rinnovo, nel 2019, la Commissione territoriale la boccia: non tutti i requisiti erano in regola. Lui presenta un ricorso. Nel frattempo, grazie alla sospensione del rigetto, è libero di circolare sul territorio nazionale. Ma ai controlli risulta sempre nell’hinterland milanese. E nel 2021 il Tribunale di Milano, pur riconoscendo l’assenza dei requisiti da rifugiato, ribalta la decisione, riconoscendogli la protezione sussidiaria e valutando il rischio di un grave pericolo (trattamenti inumani) se dovesse tornare nel proprio Paese d’origine. Per i giudici fino al 2027 può restare in Italia. Dopo l’identificazione e gli accertamenti è stato portato in una camera di sicurezza a Varese. Oggi verrà processato per direttissima davanti al giudice monocratico del Tribunale di Busto Arsizio. L’ipotesi, per ora, è di danneggiamento aggravato dall’uso di materiale infiammabile. Ma sarà il pubblico ministero di turno a valutarla. Ai poliziotti non ha spiegato le ragioni del suo gesto. Gli investigatori stanno quindi cercando di ricostruire con precisione i suoi movimenti e di dare un senso a un’azione che avrebbe potuto trasformarsi in tragedia. I video delle telecamere di sicurezza sono stati acquisiti per stabilire il tragitto sin dall’ingresso a Malpensa e poi fino al Terminal 1. «Straniero, con permesso di protezione internazionale. Una delle risorse che ci pagheranno le pensioni, secondo la sinistra», commenta su X il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini. Mentre il capogruppo della Lega in Regione Lombardia, Alessandro Corbetta, ne chiede subito l’espulsione: «Basta concessioni facili, chi rappresenta un rischio per la comunità va rimandato indietro subito e a chi di seconda generazione delinque va revocata la cittadinanza». Poi ha aggiunto: «Serve un piano per rimandare a casa delinquenti e clandestini, per difendere la Lombardia e l’Italia da potenziali terroristi, dalla violenza e dal degrado». E si è rivolto a Giorgia Meloni: «La premier ascolti di più la Lega, contro chi delinque e non si integra serve il pugno duro». Resta il paradosso di un sistema che, tra rigetti, ricorsi e ribaltoni, lascia in Italia chi riesce a entrare in un aeroporto con un martello e una bottiglietta di benzina.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/maliano-appicca-fuoco-a-malpensa-2673906902.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-cella-la-madre-rom-dei-baby-killer" data-post-id="2673906902" data-published-at="1755769496" data-use-pagination="False"> In cella la madre rom dei baby killer È stata arrestata ieri la madre di due dei quattro ragazzini a bordo dell’auto rubata che ha investito e ucciso Cecilia De Astis lo scorso 11 agosto. La donna, Paola Soulejmanovic, madre di due fratelli - di cui uno il tredicenne alla guida e quindi reo dell’investimento -, è stata fermata dalla polizia locale nei giardini di viale Cermenate a Milano e di lì accompagnata nel carcere di San Vittore. La Soulejmanovic, 33 anni, è finita in prigione per un cumulo di pene da scontare di tre anni e dieci mesi legate a svariati furti e condanne. I furti sarebbero stati commessi tra il 2017 e il 2019, anche in appartamenti fuori Milano. La donna di origini bosniache è stata denunciata a piede libero anche per ricettazione. Gli agenti della Locale al momento del fermo e del controllo le hanno trovato addosso più di 130 grammi d’oro e 1.550 euro in contanti, probabilmente frutto di scippi o ruberie.La sera del 10 agosto i due fratelli di 13 e 12 anni, una cuginetta di 11 anni e un quarto bimbo, suo coetaneo, hanno rubato una vettura, una Citroën Ds4 bianca, noleggiata da quattro turisti francesi. I quattro ragazzini hanno sottratto tutto quello che vi era all’interno - le valigie e il computer - e poi la mattina seguente sono tornati a prendere l’auto con cui avrebbero investito la donna in via Saponaro a Milano. I figli della trentatreenne erano stati fermati una prima volta il giorno successivo all’incidente, quando la polizia locale li aveva individuati nel campo nomadi di via Selvanesco, dove vivevano con la famiglia. Non essendo imputabili, i minori erano stati riaffidati ai parenti, ma già il giorno seguente si erano allontanati da Milano. Gli investigatori sono poi riusciti a rintracciare i due fratellini in un campo della provincia di Torino, collocandoli in comunità con provvedimento convalidato dal giudice. La cuginetta, invece, è stata intercettata in Piemonte mentre viaggiava in autostrada verso Ventimiglia insieme alla nonna.All’appello manca ancora l’ultimo dei bambini, che si troverebbe comunque in città. In particolare, il giudice ha imposto ai tre ragazzini il divieto di espatrio e ha nominato per ciascuno di loro un difensore. Tutto è rinviato al 27 agosto, data dell’udienza davanti al giudice Stefano Chiari: quel giorno non solo i minori, ma anche i loro genitori dovranno comparire in tribunale. Sarà un passaggio cruciale, destinato a stabilire quanto a lungo i bambini resteranno in comunità. Intanto resta aperto il capitolo più incerto: le ricerche del quarto bambino di undici anni che era a bordo con gli altri tre nell’auto rubata e, da allora, si è allontanato insieme alla madre. È stata lei stessa a raccontare di aver scoperto solo a notte fonda cosa avesse combinato il figlio: «Quello che hanno fatto… sono bambini, non adulti che capiscono. Se li avessimo visti in macchina li avremmo fermati, avremmo detto qualcosa».Di loro, per ora, restano soltanto le ultime tracce registrate nella zona di San Paolo, a Sud di Milano, non lontano dal quartiere Gratosoglio dove vivevano. Nel frattempo, continua lo strazio dei famigliari di Cecilia De Astis. Il figlio Filippo non accetta si parli di disgrazia: «L’omicidio di mia madre non può essere ridotto al solito “si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato”. No. Questa tragedia non è giustificabile con la sfortuna. Si è arrivati qui perché non siamo tutelati. È inquietante».
«Chi Vespa…mangia le mele». Con questo slogan ideato da Gilberto Filippetti per il lancio della «50 Special» si apriva un nuovo decennio nel cammino dello scooter Piaggio. Gli anni Settanta saranno la consacrazione di un mezzo non più solo utilitario, da allora rivolto ad una clientela giovane (e giovanissima) o per gli spostamenti rapidi in città sempre più trafficate.
Piaggio si presenta al nuovo decennio con due bestseller «small frame», la già citata «50 Special», che dal 1972 vedrà l’adozione delle più sicure ruote da 10 pollici e dal 1975 del cambio a 4 marce. Sarà uno dei modelli più venduti in assoluto con circa 1,7 milioni di esemplari. Per la Special diversi saranno i produttori di kit di elaborazione, molto diffusi tra i giovani anche se vietati nell’uso in strada. Tra questi spiccano la bergamasca Polini e la genovese Andrea Pinasco, con gruppi termici da 75, 90, 102 e 125cc che aumentavano sensibilmente le modeste prestazioni imposte dal Codice della strada al motore originale da 49,7cc e soli 1,5 cv di potenza. Dal 1969 al 1975 fu prodotta in piccola serie anche la «Elestart», vesione della special con avviamento elettrico grazie a 2 batterie da 6v alloggiate nel fianchetto sinistro. Nel 1976 la «125 Primavera» fu affiancata dalla più performante «ET3», caratterizzata da cilindro a 3 travasi, accensione elettronica e marmitta «siluro» di serie. Nei primi esemplari fu dotata di sella color «jeans» e divenne ben presto un sogno diffuso tra i sedicenni. Oggi è un modello molto ricercato e quotato. Per quanto riguardò i modelli di cilindrata superiore, fino alla fine del decennio furono oscurati dal successo delle piccole. Sostanzialmente fino ad oltre la metà degli anni Settanta rimasero in listino modelli concepiti nel decennio precedente, con alcune migliorie tecniche. E’il caso della «200 Rally», ammiraglia presentata nel 1972, dotata di accensione elettronica e di motore da 12 Cv che spingeva lo scooter sul filo dei 110 km/h. La svolta arrivò nel 1977 con la presentazione della «P125X», dalle forme totalmente rinnovate. Sarà il prologo della Vespa più venduta di sempre, con circa 3 milioni di pezzi prodotti tra mercato interno ed esportazione. Inizialmente priva di indicatori di direzione, ne sarà dotata a partire dal 1981. La «PX» è stato anche il modello più longevo, prodotto dal 1977 al 2017 (con interruzioni e riprese negli anni 2000) in cilindrate da 125, 150 e 200cc. Dagli anni ’90 è stata dotata di miscelatore automatico e in seguito di freno a disco anteriore. Gli ultimi modelli verranno anche dotati di catalizzatore fino ad una omologazione Euro 3. La produzione si arresterà per le difficoltà legate ai requisiti Euro 4.
All’inizio degli anni ’80 anche la gamma 50-125 si rinnovò, con l’uscita di produzione dei modelli più venduti «50 Special» e «125 Primavera-ET3». La nuova serie PK manteneva di base la stessa impostazione meccanica ma con una linea totalmente rinnovata, che abbandonava le curve per un profilo più squadrato, dotata di strumentazione più completa (in particolare sul modello «PK50XL». Per quanto riguarda la 125, fu prodotta anche una versione dotata di cambio automatico, che ebbe però poco successo. Nel 1985 la più grande PX fu proposta in versione «spinta» con il modello «T5 Pole Position», con cupolino e spoiler, dotata di un nuovo motore a 5 travasi che spinge la 125 a oltre 100 km/h. Il decennio si concluderà con un passo azzardato di Piaggio: il rinnovo integrale della PX con uno scooter simile per meccanica ma molto migliorato per prestazioni e sicurezza (aveva tra le altre migliorie la frenata integrale). La casa di Pontedera decise di ribattezzarla «Cosa», ma la perdita del mitico nome dello scooter leader delle strade non piacque al pubblico. Una cesura così netta della lunga tradizione non fu gradita, e per i puristi della Vespa «non era cosa». Già dai primi anni del decennio successivo, Piaggio rimise in produzione l’icona «PX».
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Silvia Salis (Ansa)
È quello che ha fatto il comune di Amsterdam, che dal 1° maggio è diventata la prima capitale al mondo a vietare la pubblicità di combustibili fossili (voli, auto a benzina, crociere) e carne negli spazi pubblici, seguendo l’esempio di altre città olandesi. Scelta dettata forse dall’ideologia centrata sullo Stato etico, tanto cara al governo locale (dal 2022 guidato da una coalizione di centrosinistra e progressista), forse dall’ingenuità o verosimilmente da entrambe. Sta di fatto che, da venerdì scorso, nei cartelloni pubblicitari, nelle pensiline dei tram e nelle stazioni della metropolitana della capitale olandese sono spariti gli annunci pubblicitari di hamburger, automobili e compagnie aeree. E come sempre, la giustificazione dei politici locali è la solita: la «consapevolezza ambientale».
L’intento è quello di allineare il paesaggio urbano di Amsterdam agli obiettivi ambientali dell’esecutivo cittadino, che prevedono che la capitale dei Paesi Bassi raggiunga la cosiddetta neutralità carbonica entro il 2050 e che la popolazione locale dimezzi il consumo di carne nello stesso periodo. Ci sono voluti anni di trattative e di feroci battaglie politiche, guidate dagli Angelo Bonelli locali, per partorire questo capolavoro green, scattato proprio quando in Occidente, e soprattutto nei Paesi dell’Unione europea, le conseguenze del conflitto in Iran si fanno sentire. Soprattutto in Olanda, dove lo stoccaggio di gas è precipitato sotto il 7%, toccando il 5,8%: una situazione critica che riflette una forte disomogeneità rispetto ad altri Paesi Ue, a partire dall’Italia (attualmente leader in Europa per volumi stoccati). L’ordinanza comunale che bandisce gli spot non si limita soltanto alla messa al bando delle attività che usano il fossile, compresi i contratti delle compagnie elettriche che usano queste fonti, ma si estende anche alla carne. Secondo il consiglio comunale, non è infatti possibile ignorare l’impatto degli allevamenti intensivi sulle emissioni globali.
I sostenitori dell’iniziativa puntano dritto alle multinazionali, colpevoli di orientare attivamente le scelte dei cittadini attraverso il marketing. Il bando della pubblicità, nell’ambito della campagna internazionale «World Without Fossil Ads», rientra nella strategia di «responsabilizzazione», che fa però a pugni con la libertà d’impresa e con le scelte dei consumatori. E guai ad affrontare la crisi energetica aumentando o diversificando la produzione: molto meglio ridurre la domanda colpevolizzando i singoli e indirizzandone i cambiamenti comportamentali.
Una strategia che comincia a fare proseliti: mentre il comune di Copenaghen, accanendosi sugli anziani, ha deciso di somministrare nelle Rsa carne di manzo, vitello e agnello in quantità limitate, fino a un massimo di 80 grammi a settimana a persona, nell’ambito di una politica alimentare incentrata sulla sostenibilità ambientale, anche la maggioranza progressista che sostiene il sindaco di Genova Silvia Salis ha accolto una mozione di Avs per introdurre restrizioni alla pubblicità legata alle fonti fossili. Con buona pace della «blue economy», motore trainante della città, con un indotto diretto e indiretto stimato in circa 10,5-11 miliardi di euro annui, soltanto a Genova, tra ricavi immediati di porto, terminal, cantieri e trasporti, spese vive di crocieristi e compagnie in porto, forniture industriali e artigianali (arredi navali, officine), servizi logistici, assicurativi e legali e consumi generati dai lavoratori del settore sul territorio. Genova si conferma la capitale italiana del settore, sì, ma guai a parlarne.
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Ecco #DimmiLaVerità del 5 maggio 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commenta la nuova alta tensione tra Usa e Iran e i riflessi sul costo del carburante.
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A pochi giorni dall’adunata nazionale, prevista da venerdì 8 a domenica 10 maggio, ancora si grida attenti agli assatanati calpestando l’immagine e l’onore degli Alpini. «Abbiamo pensato di fornire alle donne e alle persone della comunità Lgbtqia+ strumenti per affrontare queste giornate di potenziali disagi, molestie e cat calling», ovvero apprezzamenti e commenti volgari, scrive l’associazione del Terzo settore, assieme a Non una di meno, Unione donne Italia (Udi) e Centro antiviolenza Mascherona.
Invitano alla mobilitazione, a non abbassare la guardia, nemmeno fosse in arrivo un raduno internazionale di incel o di adepti della manosfera, comunità di uomini che odiano le donne. «Per reagire sul momento», scrivono, «automunitevi di fischietto. Può servire da deterrente e per attirare l’attenzione di chi vi sta intorno». Inoltre, raccomandano di andare nei loro centri «se avete subito comportamenti inappropriati o molestie/violenze e sentite la necessità di un supporto».
Così pure di segnalare molestie perché, spiegano, «intendiamo monitorare e raccogliere testimonianze per dare ascolto e visibilità a esperienze troppo spesso sottovalutate». Aspettiamoci un libro nero post adunata degli alpini, con nostri contributi veicolati dalla sinistra compiacente. Donne ed Lgbt sarebbero infatti oltremodo preoccupati: «La città verrà occupata da un’associazione di ex militari in un’Italia sempre più militarizzata, dove l’esercito si insinua nelle scuole e il linguaggio bellico cerca di pervadere le menti dei più giovani», è l’allarmismo che si vuole veicolare. Purtroppo, potranno esserci infiltrati solo per creare problemi e confermare che i timori erano fondati.
L’attacco agli Alpini così prosegue: «Dietro alla narrazione simpatica e solidale che parla di uomini pronti a intervenire per alluvioni e terremoti, dietro all’immagine di allegre compagnie di vecchietti goliardi, si nasconde quella cultura che da sempre vogliamo cambiare. Perché il militarismo è ideologia basata sulla forza, sull’autorità gerarchica, sul machismo». Insuperabile il delirio conclusivo: «Il fascino della divisa indora il suo scopo, quello di essere pronti a combattere in nome della Patria e degli interessi nazionali. Anche questo è patriarcato».
Insomma, penne nere sporche (perché si dice che insozzeranno Genova) e cattive, in quanto godrebbero di privilegio sociale. Poveri Alpini, loro che sono sempre così orgogliosi delle manifestazioni che organizzano, occasione di incontro, di rimpatriata ma anche all’insegna di motti che ne sottolineano i valori solidi, la capacità di sacrificio e lo spirito comunitario.
«Esprimo piena solidarietà agli Alpini per i manifesti offensivi comparsi oggi a Genova. Le penne nere sono memoria viva della nostra Nazione, presidio di valori ed esempio di solidarietà», ha dichiarato sui social il presidente del Senato, Ignazio La Russa, la cui «condanna per questi gesti vergognosi è ferma e senza ambiguità».
In una nota, Edoardo Rixi, deputato della Lega e viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha così protestato: «Distorcere la realtà, generalizzare e infangare una storia costruita su sacrificio e solidarietà significa superare il limite del rispetto e della civiltà. Genova è una città che conosce bene il valore della presenza degli Alpini, soprattutto nei momenti più difficili».
A provocare questo clima di rifiuto delle penne nere era stata Lorena Lucattini, direttore della Procura di Genova, già candidata al consiglio comunale per Avs alle ultime elezioni comunali, che aveva affidato ai social un violento attacco. «Ci siamo ereditati questa pagliacciata del raduno degli Alpini, che ci occupano scuole e palestre, almeno si pagassero gli alberghi! Bloccano una città per tre giorni, la sporcano, bevono, fanno casino, ma a cosa servono questi raduni a spese della collettività. Non vedo l’ora se ne vadano ancora prima che arrivino», aveva scritto, tra un post sul Liguria Pride e la condivisione di un elogio al premier spagnolo Pedro Sánchez che «avrebbe ridato dignità alla parola “sinistra”»
Dopo le reazioni indignate da ogni parte d’Italia, la funzionaria ha inviato una lettera di scuse all’Associazione nazionale alpini (Ana), definendo «breve ed infelice» il suo commento su Facebook. «Con questa mia intendo esprimere le mie scuse circa l’uso improprio del termine “pagliacciata” utilizzato per lamentarmi dei disagi che i cittadini genovesi potrebbero subire», si legge nel documento pubblicato dall’Ana sulla sua pagina social.
Spiega: «Non avevo intenzione alcuna di offendere il valoroso corpo degli Alpini, di cui ben conosco gli interventi nel caso di bisogno […] spero che l’incontro con la città di Genova dimostrerà ancora di più il mio torto». Tra i tantissimi commenti sempre di critica a Lucattini malgrado la lettera, un utente osserva: «Non una parola di scuse sull’affermazione “bevono, sporcano, si pagassero gli alberghi”. Scuse tardive e su suggerimento, non sue».
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