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2025-08-21
Appicca il fuoco al terminal e dà martellate ovunque. Maliano fermato a Malpensa
Incendio all'aeroporto di Milano Malpensa (Ansa)
Terminal 1 di Malpensa. Ore 10.30 circa. Nell’area partenze, tra i banchi 12 e 13 del check-in, uno straniero di 28 anni originario del Mali ma residente a Milano, che il 16 agosto aveva cercato di smarcarsi su un volo per l’Arabia Saudita con un passaporto falso, pantaloni beige, polo bianca, cappellino da baseball calato sulla fronte e mascherina Ffp2 sul volto, comincia a inveire contro il personale. Non ha biglietto né carta d’imbarco ed è senza bagaglio. Per gli addetti di scalo non è un passeggero. Ha in tasca solo un permesso di soggiorno che gli consente di restare in Italia fino al 2027 e una bottiglietta da mezzo litro piena di benzina. All’improvviso appicca fuoco a un rullo trasporta bagagli. La gomma s’incendia. Le fiamme si alzano di circa due metri. L’area si riempie di fumo nero. Poi, con un martello che nascondeva in uno zainetto si scaglia contro i monitor che segnalano gli arrivi e le partenze. Caos, panico, gente che scappa. Sembrano colpi di pistola, ma sono martellate picchiate con violenza sugli strumenti di metallo del desk numero 13 e contro i monitor che segnalano i voli in arrivo e in partenza. Le fiamme sono state domate in pochi minuti dai Vigili del fuoco.
«La presenza di fumo ha reso necessaria l’evacuazione del terminal per motivi di sicurezza», spiegano dal comando provinciale. L’aeroporto non si è fermato: voli regolari, nessun ferito. Il protagonista dell’assalto è stato affrontato da un addetto del personale di Sea, la società che gestisce il sistema aeroportuale milanese: dopo avergli chiesto inutilmente di mettere giù il martello ha atterrato lo straniero facendosi scudo con un estintore. In suo aiuto sono arrivati alcuni passeggeri e gli addetti alla sicurezza dell’aeroporto, che hanno recuperato il martello e mantenuto fermo l’aggressore fino all’arrivo degli agenti della Polaria.
Quando questi riescono a calmarlo salta fuori il suo passato: problemi di tipo psichiatrico, piccoli precedenti per episodi di disturbo della quiete pubblica, una denuncia dei carabinieri scattata martedì per il danneggiamento delle vetrine di un negozio del centro di Milano (aveva usato lo stesso martello) seguita da un ricovero per accertamenti al Niguarda (dal quale si è allontanato senza completare la procedura) e un contorto percorso da richiedente asilo. Con una posizione che appare come una fotografia del sistema italiano dell’accoglienza: da una parte le Commissioni territoriali che respingono la domanda, dall’altra i tribunali che convertono le decisioni.
La sua storia in Italia comincia nel 2015, quando entra dal confine con la Francia e chiede asilo. La protezione internazionale gli viene concessa, ma al suo rinnovo, nel 2019, la Commissione territoriale la boccia: non tutti i requisiti erano in regola. Lui presenta un ricorso. Nel frattempo, grazie alla sospensione del rigetto, è libero di circolare sul territorio nazionale. Ma ai controlli risulta sempre nell’hinterland milanese. E nel 2021 il Tribunale di Milano, pur riconoscendo l’assenza dei requisiti da rifugiato, ribalta la decisione, riconoscendogli la protezione sussidiaria e valutando il rischio di un grave pericolo (trattamenti inumani) se dovesse tornare nel proprio Paese d’origine. Per i giudici fino al 2027 può restare in Italia.
Dopo l’identificazione e gli accertamenti è stato portato in una camera di sicurezza a Varese. Oggi verrà processato per direttissima davanti al giudice monocratico del Tribunale di Busto Arsizio. L’ipotesi, per ora, è di danneggiamento aggravato dall’uso di materiale infiammabile. Ma sarà il pubblico ministero di turno a valutarla. Ai poliziotti non ha spiegato le ragioni del suo gesto. Gli investigatori stanno quindi cercando di ricostruire con precisione i suoi movimenti e di dare un senso a un’azione che avrebbe potuto trasformarsi in tragedia. I video delle telecamere di sicurezza sono stati acquisiti per stabilire il tragitto sin dall’ingresso a Malpensa e poi fino al Terminal 1.
«Straniero, con permesso di protezione internazionale. Una delle risorse che ci pagheranno le pensioni, secondo la sinistra», commenta su X il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini. Mentre il capogruppo della Lega in Regione Lombardia, Alessandro Corbetta, ne chiede subito l’espulsione: «Basta concessioni facili, chi rappresenta un rischio per la comunità va rimandato indietro subito e a chi di seconda generazione delinque va revocata la cittadinanza». Poi ha aggiunto: «Serve un piano per rimandare a casa delinquenti e clandestini, per difendere la Lombardia e l’Italia da potenziali terroristi, dalla violenza e dal degrado». E si è rivolto a Giorgia Meloni: «La premier ascolti di più la Lega, contro chi delinque e non si integra serve il pugno duro».
Resta il paradosso di un sistema che, tra rigetti, ricorsi e ribaltoni, lascia in Italia chi riesce a entrare in un aeroporto con un martello e una bottiglietta di benzina.
In cella la madre rom dei baby killer
È stata arrestata ieri la madre di due dei quattro ragazzini a bordo dell’auto rubata che ha investito e ucciso Cecilia De Astis lo scorso 11 agosto. La donna, Paola Soulejmanovic, madre di due fratelli - di cui uno il tredicenne alla guida e quindi reo dell’investimento -, è stata fermata dalla polizia locale nei giardini di viale Cermenate a Milano e di lì accompagnata nel carcere di San Vittore.
La Soulejmanovic, 33 anni, è finita in prigione per un cumulo di pene da scontare di tre anni e dieci mesi legate a svariati furti e condanne. I furti sarebbero stati commessi tra il 2017 e il 2019, anche in appartamenti fuori Milano. La donna di origini bosniache è stata denunciata a piede libero anche per ricettazione. Gli agenti della Locale al momento del fermo e del controllo le hanno trovato addosso più di 130 grammi d’oro e 1.550 euro in contanti, probabilmente frutto di scippi o ruberie.
La sera del 10 agosto i due fratelli di 13 e 12 anni, una cuginetta di 11 anni e un quarto bimbo, suo coetaneo, hanno rubato una vettura, una Citroën Ds4 bianca, noleggiata da quattro turisti francesi. I quattro ragazzini hanno sottratto tutto quello che vi era all’interno - le valigie e il computer - e poi la mattina seguente sono tornati a prendere l’auto con cui avrebbero investito la donna in via Saponaro a Milano. I figli della trentatreenne erano stati fermati una prima volta il giorno successivo all’incidente, quando la polizia locale li aveva individuati nel campo nomadi di via Selvanesco, dove vivevano con la famiglia. Non essendo imputabili, i minori erano stati riaffidati ai parenti, ma già il giorno seguente si erano allontanati da Milano. Gli investigatori sono poi riusciti a rintracciare i due fratellini in un campo della provincia di Torino, collocandoli in comunità con provvedimento convalidato dal giudice. La cuginetta, invece, è stata intercettata in Piemonte mentre viaggiava in autostrada verso Ventimiglia insieme alla nonna.
All’appello manca ancora l’ultimo dei bambini, che si troverebbe comunque in città. In particolare, il giudice ha imposto ai tre ragazzini il divieto di espatrio e ha nominato per ciascuno di loro un difensore. Tutto è rinviato al 27 agosto, data dell’udienza davanti al giudice Stefano Chiari: quel giorno non solo i minori, ma anche i loro genitori dovranno comparire in tribunale. Sarà un passaggio cruciale, destinato a stabilire quanto a lungo i bambini resteranno in comunità. Intanto resta aperto il capitolo più incerto: le ricerche del quarto bambino di undici anni che era a bordo con gli altri tre nell’auto rubata e, da allora, si è allontanato insieme alla madre. È stata lei stessa a raccontare di aver scoperto solo a notte fonda cosa avesse combinato il figlio: «Quello che hanno fatto… sono bambini, non adulti che capiscono. Se li avessimo visti in macchina li avremmo fermati, avremmo detto qualcosa».
Di loro, per ora, restano soltanto le ultime tracce registrate nella zona di San Paolo, a Sud di Milano, non lontano dal quartiere Gratosoglio dove vivevano. Nel frattempo, continua lo strazio dei famigliari di Cecilia De Astis. Il figlio Filippo non accetta si parli di disgrazia: «L’omicidio di mia madre non può essere ridotto al solito “si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato”. No. Questa tragedia non è giustificabile con la sfortuna. Si è arrivati qui perché non siamo tutelati. È inquietante».
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Ha cosparso di benzina un rullo trasportatore e innescato l’incendio. L’uomo gode della protezione sussidiaria concessa dalle toghe contro la Commissione territoriale.La donna, trovata con 130 grammi di gioielli in oro e più di 1.500 euro in contanti, è stata arrestata per furti in case. Due suoi figli erano sull’auto che ha ucciso Cecilia De Astis.Terminal 1 di Malpensa. Ore 10.30 circa. Nell’area partenze, tra i banchi 12 e 13 del check-in, uno straniero di 28 anni originario del Mali ma residente a Milano, che il 16 agosto aveva cercato di smarcarsi su un volo per l’Arabia Saudita con un passaporto falso, pantaloni beige, polo bianca, cappellino da baseball calato sulla fronte e mascherina Ffp2 sul volto, comincia a inveire contro il personale. Non ha biglietto né carta d’imbarco ed è senza bagaglio. Per gli addetti di scalo non è un passeggero. Ha in tasca solo un permesso di soggiorno che gli consente di restare in Italia fino al 2027 e una bottiglietta da mezzo litro piena di benzina. All’improvviso appicca fuoco a un rullo trasporta bagagli. La gomma s’incendia. Le fiamme si alzano di circa due metri. L’area si riempie di fumo nero. Poi, con un martello che nascondeva in uno zainetto si scaglia contro i monitor che segnalano gli arrivi e le partenze. Caos, panico, gente che scappa. Sembrano colpi di pistola, ma sono martellate picchiate con violenza sugli strumenti di metallo del desk numero 13 e contro i monitor che segnalano i voli in arrivo e in partenza. Le fiamme sono state domate in pochi minuti dai Vigili del fuoco. «La presenza di fumo ha reso necessaria l’evacuazione del terminal per motivi di sicurezza», spiegano dal comando provinciale. L’aeroporto non si è fermato: voli regolari, nessun ferito. Il protagonista dell’assalto è stato affrontato da un addetto del personale di Sea, la società che gestisce il sistema aeroportuale milanese: dopo avergli chiesto inutilmente di mettere giù il martello ha atterrato lo straniero facendosi scudo con un estintore. In suo aiuto sono arrivati alcuni passeggeri e gli addetti alla sicurezza dell’aeroporto, che hanno recuperato il martello e mantenuto fermo l’aggressore fino all’arrivo degli agenti della Polaria. Quando questi riescono a calmarlo salta fuori il suo passato: problemi di tipo psichiatrico, piccoli precedenti per episodi di disturbo della quiete pubblica, una denuncia dei carabinieri scattata martedì per il danneggiamento delle vetrine di un negozio del centro di Milano (aveva usato lo stesso martello) seguita da un ricovero per accertamenti al Niguarda (dal quale si è allontanato senza completare la procedura) e un contorto percorso da richiedente asilo. Con una posizione che appare come una fotografia del sistema italiano dell’accoglienza: da una parte le Commissioni territoriali che respingono la domanda, dall’altra i tribunali che convertono le decisioni. La sua storia in Italia comincia nel 2015, quando entra dal confine con la Francia e chiede asilo. La protezione internazionale gli viene concessa, ma al suo rinnovo, nel 2019, la Commissione territoriale la boccia: non tutti i requisiti erano in regola. Lui presenta un ricorso. Nel frattempo, grazie alla sospensione del rigetto, è libero di circolare sul territorio nazionale. Ma ai controlli risulta sempre nell’hinterland milanese. E nel 2021 il Tribunale di Milano, pur riconoscendo l’assenza dei requisiti da rifugiato, ribalta la decisione, riconoscendogli la protezione sussidiaria e valutando il rischio di un grave pericolo (trattamenti inumani) se dovesse tornare nel proprio Paese d’origine. Per i giudici fino al 2027 può restare in Italia. Dopo l’identificazione e gli accertamenti è stato portato in una camera di sicurezza a Varese. Oggi verrà processato per direttissima davanti al giudice monocratico del Tribunale di Busto Arsizio. L’ipotesi, per ora, è di danneggiamento aggravato dall’uso di materiale infiammabile. Ma sarà il pubblico ministero di turno a valutarla. Ai poliziotti non ha spiegato le ragioni del suo gesto. Gli investigatori stanno quindi cercando di ricostruire con precisione i suoi movimenti e di dare un senso a un’azione che avrebbe potuto trasformarsi in tragedia. I video delle telecamere di sicurezza sono stati acquisiti per stabilire il tragitto sin dall’ingresso a Malpensa e poi fino al Terminal 1. «Straniero, con permesso di protezione internazionale. Una delle risorse che ci pagheranno le pensioni, secondo la sinistra», commenta su X il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini. Mentre il capogruppo della Lega in Regione Lombardia, Alessandro Corbetta, ne chiede subito l’espulsione: «Basta concessioni facili, chi rappresenta un rischio per la comunità va rimandato indietro subito e a chi di seconda generazione delinque va revocata la cittadinanza». Poi ha aggiunto: «Serve un piano per rimandare a casa delinquenti e clandestini, per difendere la Lombardia e l’Italia da potenziali terroristi, dalla violenza e dal degrado». E si è rivolto a Giorgia Meloni: «La premier ascolti di più la Lega, contro chi delinque e non si integra serve il pugno duro». Resta il paradosso di un sistema che, tra rigetti, ricorsi e ribaltoni, lascia in Italia chi riesce a entrare in un aeroporto con un martello e una bottiglietta di benzina.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/maliano-appicca-fuoco-a-malpensa-2673906902.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-cella-la-madre-rom-dei-baby-killer" data-post-id="2673906902" data-published-at="1755769496" data-use-pagination="False"> In cella la madre rom dei baby killer È stata arrestata ieri la madre di due dei quattro ragazzini a bordo dell’auto rubata che ha investito e ucciso Cecilia De Astis lo scorso 11 agosto. La donna, Paola Soulejmanovic, madre di due fratelli - di cui uno il tredicenne alla guida e quindi reo dell’investimento -, è stata fermata dalla polizia locale nei giardini di viale Cermenate a Milano e di lì accompagnata nel carcere di San Vittore. La Soulejmanovic, 33 anni, è finita in prigione per un cumulo di pene da scontare di tre anni e dieci mesi legate a svariati furti e condanne. I furti sarebbero stati commessi tra il 2017 e il 2019, anche in appartamenti fuori Milano. La donna di origini bosniache è stata denunciata a piede libero anche per ricettazione. Gli agenti della Locale al momento del fermo e del controllo le hanno trovato addosso più di 130 grammi d’oro e 1.550 euro in contanti, probabilmente frutto di scippi o ruberie.La sera del 10 agosto i due fratelli di 13 e 12 anni, una cuginetta di 11 anni e un quarto bimbo, suo coetaneo, hanno rubato una vettura, una Citroën Ds4 bianca, noleggiata da quattro turisti francesi. I quattro ragazzini hanno sottratto tutto quello che vi era all’interno - le valigie e il computer - e poi la mattina seguente sono tornati a prendere l’auto con cui avrebbero investito la donna in via Saponaro a Milano. I figli della trentatreenne erano stati fermati una prima volta il giorno successivo all’incidente, quando la polizia locale li aveva individuati nel campo nomadi di via Selvanesco, dove vivevano con la famiglia. Non essendo imputabili, i minori erano stati riaffidati ai parenti, ma già il giorno seguente si erano allontanati da Milano. Gli investigatori sono poi riusciti a rintracciare i due fratellini in un campo della provincia di Torino, collocandoli in comunità con provvedimento convalidato dal giudice. La cuginetta, invece, è stata intercettata in Piemonte mentre viaggiava in autostrada verso Ventimiglia insieme alla nonna.All’appello manca ancora l’ultimo dei bambini, che si troverebbe comunque in città. In particolare, il giudice ha imposto ai tre ragazzini il divieto di espatrio e ha nominato per ciascuno di loro un difensore. Tutto è rinviato al 27 agosto, data dell’udienza davanti al giudice Stefano Chiari: quel giorno non solo i minori, ma anche i loro genitori dovranno comparire in tribunale. Sarà un passaggio cruciale, destinato a stabilire quanto a lungo i bambini resteranno in comunità. Intanto resta aperto il capitolo più incerto: le ricerche del quarto bambino di undici anni che era a bordo con gli altri tre nell’auto rubata e, da allora, si è allontanato insieme alla madre. È stata lei stessa a raccontare di aver scoperto solo a notte fonda cosa avesse combinato il figlio: «Quello che hanno fatto… sono bambini, non adulti che capiscono. Se li avessimo visti in macchina li avremmo fermati, avremmo detto qualcosa».Di loro, per ora, restano soltanto le ultime tracce registrate nella zona di San Paolo, a Sud di Milano, non lontano dal quartiere Gratosoglio dove vivevano. Nel frattempo, continua lo strazio dei famigliari di Cecilia De Astis. Il figlio Filippo non accetta si parli di disgrazia: «L’omicidio di mia madre non può essere ridotto al solito “si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato”. No. Questa tragedia non è giustificabile con la sfortuna. Si è arrivati qui perché non siamo tutelati. È inquietante».
L'amministratore delegato di Bf Federico Vecchioni (@Michele Silvestro)
La F.lli Martini non è un nome qualsiasi. È una holding industriale con oltre 100 anni di storia. È nata quando Enrico Martini vendeva granaglie ed è diventata un gruppo strutturato su tre assi: mangimistica, zootecnia e alimentare. Un «ecosistema produttivo» con un fatturato di circa 1,2 miliardi e un margine operativo di 72 milioni. Numeri che spiegano perché, oggi, valga molto più di una semplice operazione di M&A: è un pezzo di filiera che cambia proprietario industriale, ma non identità.
L’architettura finanziaria è più articolata di un semplice assegno. I soci venditori reinvestiranno 20 milioni nella newco, mantenendo così circa il 15% del capitale. Una scelta che sa di continuità controllata: si esce, ma non del tutto. Anche la governance viene declinata nel segno della continuità operativa. Antonio Montanari e Filippo Martini resteranno al loro posto: il primo presidente, il secondo amministratore delegato. Una scelta che in questi casi vale quanto una clausola finanziaria. I senso dell’operazione va ben oltre il perimetro finanziario. Per Bf si tratta di un tassello decisivo nella strategia di integrazione verticale e crescita dimensionale. L’obiettivo dichiarato è quello di arrivare a 3 miliardi di fatturato, costruendo un modello che non si limiti a produrre, ma controlli l’intera catena del valore agroalimentare.
La lettura strategica è chiara: presidiare la filiera delle proteine animali, oggi uno dei punti più sensibili dell’equilibrio alimentare globale. Non è un caso che Federico Vecchioni, presidente esecutivo di Bf, abbia sottolineato come il gruppo intenda rafforzare il presidio su questo segmento, considerato «strategico per la crescita del valore economico e sociale dei contesti produttivi di riferimento». Tutto questo perché chi controlla le proteine, controlla una parte sempre più rilevante della geopolitica del cibo. E infatti lo sguardo non si ferma all’Italia. Bf International sta accelerando investimenti in Africa anche grazie al Piano Mattei, sviluppando modelli operativi integrati e sostenibili. In questo scenario, le competenze e i volumi di F.lli Martini diventano un asset esportabile: soprattutto in un continente dove la domanda di carne avicola è destinata a crescere in modo esplosivo nei prossimi decenni. Il quadro che emerge è quello di un gruppo che si sta progressivamente spostando da logiche agroalimentari tradizionali a una dimensione più industriale, quasi infrastrutturale. Non più solo produzione agricola, ma sistema organizzato di approvvigionamento globale. Un salto che si riflette anche nei numeri: l’integrazione di F.lli Martini potrebbe spingere il margine operatiovo complessivo di Bf oltre la soglia dei 300 milioni, segnando un cambio di taglia. Un salto importante mentre la società si appresta a uscire dalla Borsa ma con l’intenzione però di tornarci rapidamente.
F.lli Martini, con i suoi 107 anni di storia, entra in una nuova fase, dentro un progetto che prova a trasformare la filiera italiana del cibo in una macchina e globale.
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Francesco Imprezzabile (Ansa)
Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte oggi sarebbe ancora vivo. La sua mamma avrebbe ancora un figlio. Il suo papà lo potrebbe abbracciare, e non in una bara. Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte potrebbe ancora organizzare una vacanza nell’adorata Sicilia, oppure una partitella di calcio, potrebbe dedicarsi alla musica, al nuoto, agli animali che amava. Invece adesso per Francesco c’è solo un funerale. Lo so che lui si ribellerebbe a queste parole. Era orgoglioso della sua divisa, la portava con fierezza, anche quando era amareggiato per il poco rispetto che la circondava. Parlava addirittura di «vocazione». Ma il risultato della vocazione è stato quell’inseguimento, quello schianto, la morte. E allora, guardando a lui con rispetto e ammirazione, non possiamo fare a meno di chiedere agli altri Francesco che in questo momento, nelle strade d’Italia, stanno organizzando posti di blocco: scusate, ma chi ve lo fa fare?
È una domanda amara, ma inevitabile. A inseguire i delinquenti si rischia la vita. O, in alternativa, per chi è fortunato, si rischia il processo. Come è successo ai carabinieri che, sempre a Milano, hanno inseguito Ramy Elgalm il 24 novembre 2024. Ricordate? Anche lì fu forzato un posto di blocco, anche lì gli uomini in divisa si misero all’inseguimento in mezzo alla città. Furono fortunati: sopravvissero. Morì Ramy. E allora, ancor prima che in tribunale, le forze dell’ordine furono processate in piazza (la rivolta del Corvetto), nei talk show e ovviamente nei palazzi della politica, con il sindaco Sala in prima fila a tirare le conclusioni dicendo tout court: «I carabinieri hanno sbagliato». Bene: è arrivata in queste ore la condanna in appello di Fares Bouzidi, il compare di Ramy, quello che guidava la moto che ha forzato il posto di blocco. Gli hanno ridotto la pena perché «ha cambiato stile di vita». Ma nella sentenza si dice in modo chiaro che «non risulta alcun tentativo di speronamento volontario da parte dei militari verso i due fuggitivi», che la «collisione è avvenuta tra la moto che corre verso l’auto e l’auto stesso ma non per effetto di una deliberata manovra di speronamento da parte del militare conducente» e che, anzi, «al momento della collisione l’auto militare era quasi ferma». Dunque i carabinieri che hanno inseguito Ramy, stando a questa sentenza, non hanno avuto alcuna colpa. A parte, ovviamente, quella di essere sopravvissuti.
Ma per essere sopravvissuti quei carabinieri hanno sopportato mesi di insulti, processi in piazza, condanne preventive. Per essere sopravvissuti sono ancora sotto processo, anche se non hanno fatto nulla di diverso di quello che dovevano fare: cioè inseguire chi stava scappando da un posto di blocco. E allora la domanda è inevitabile: la prossima volta, lo faranno ancora? E i loro colleghi? E soprattutto: vale ancora la pena farlo? Dico: vale la pena di inseguire? Se va bene si finisce alla sbarra, se va male si finisce al cimitero, come Francesco Imprezzabile. Penso a chi stamattina sta indossando la divisa, come ogni giorno, penso a quei poliziotti, carabinieri, vigili cui sarà chiesto di fare un posto di blocco. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno lo farà davvero. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno possa sottrarsi al dovere. Ma io lo dico. Non posso non dirlo. Con il cuore pieno di amarezza, ve lo chiedo: ma chi diavolo ve lo fa fare?
Chi forza un posto di blocco, in Italia, trova sempre qualcuno che lo difende. Chi un posto di blocco lo fa, invece, trova sempre qualcuno che lo condanna. A questo punto viene da domandarsi se non convenga trasformare i posti di blocco in sale da the per ladri e scippatori. Si accomodi, passi pure, gradisce un goccio di latte e un pasticcino? Le possiamo offrire un mazzo di fiori? Oppure, direttamente, mi chiedo se, i posti di blocco, non convenga abolirli. Del tutto. Via. Basta. Finish. Pensateci: così non si fa male più nessuno: né chi scappa né chi insegue. E tutti vissero delinquenti e contenti, a parte i cittadini, s’intende che sarebbero ancor più esposti di oggi ai violenti. Ma che ci volete fare? A far rispettare le leggi c’è solo da perderci la salute (se si finisce a processo) o addirittura la vita (se si finisce fuori strada con la moto). E perciò è inevitabile chiedersi perché ci sia ancora qualcuno che lo fa. Anche se le risposta è nota. In fondo è sempre la stessa. «Qui diventa sempre più dura quando ci tocca fare i conti/ con il coraggio della paura/ma poi se c’è una chiamata urgente si prende su/E ci si va lo stesso». Sono passati più di trent’anni dalla canzone di Giorgio Faletti, e purtroppo siamo ancora lì. Anzi, forse peggio. E scusi tanto se non è niente/Minchia signor tenente.
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L’energia è anche al centro degli equilibri fra Russia e America. Ieri, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha rivelato al forum Letture Primakov che gli americani sarebbero pronti a partecipare alle forniture di gas russo all’Europa comprando la parte occidentale del Nord Stream e facendosi pagare dai paesi Ue un sovrapprezzo: «Gli americani stanno trattando per l’acquisto della sezione europea del Nord Stream, il suo ripristino e la sua gestione. Attraverso di esso potrà transitare solo il nostro gas. Noi forniremo il gas e loro lo rivenderanno. Ma credo che il prezzo sarà assai maggiorato».
Così, dopo che l’America ha mandato navi cariche del suo gas liquefatto in Europa, eccola proiettata a gestire il gasdotto sul fondo del Mar Baltico, danneggiato nel settembre 2022 da un attentato sottomarino di probabile matrice ucraina, come sostengono gli inquirenti tedeschi. Per Mosca non cambierebbe nulla, ma gli acquirenti europei pagherebbero royalties aggiuntive agli intermediari Usa. Beffa che riecheggia quanto si sussurrava nel 2025. Già allora il presidente americano Donald Trump evocava un ruolo di aziende Usa nel riparare il Nord Stream, poi erano uscite indiscrezioni secondo cui l’investitore Usa repubblicano Stephen Lynch avrebbe comprato il gasdotto e per altre voci anche l’ex-spia della Stasi, il servizio segreto tedesco-orientale, Matthias Warnig, già gestore di Nord Stream 2 per Gazprom, avrebbe avuto «un piano per riaprire il gasdotto col sostegno di aziende americane».
Di certo, i rapporti russo-americani restano centrali per la risoluzione della guerra ucraina, pur col rischio che i giganti s’accordino alle spalle dell’Europa. Lavrov ha detto che «si sta lavorando a una visita a Mosca degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner». Oltre che di Ucraina ed economia, parleranno anche degli equilibri strategici fra Aquila e Orso. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, oltre a sostenere che «una difesa europea distinta da quella americana sarebbe ostile alla Russia», ha rammentato che «solo il deterrente nucleare preserva il mondo da una guerra globale, ma non scongiura guerre regionali». Monito agli Stati Uniti, per quella voglia di invulnerabilità che fin dal 2002 li spinse a stracciare il trattato Abm del 1972 che limitava le difese antimissile per garantire la deterrenza reciproca.
Sempre ieri, il segretario Usa alla Guerra, Pete Hegseth, ha annunciato su X che «ha avuto successo il primo test dello scudo antimissile Golden Dome», il sistema multistrato voluto da Trump per proteggere l’America. Hegseth non ha rivelato in quale poligono s’è svolto il collaudo, ma ha scritto che è stato provato il laser Dynamic defense autonomous defeat (Ddad), che guidato da IA abbatte missili da crociera e droni. È però solo il livello a bassa quota del Golden Dome, il cui nerbo sarà la futura rete di satelliti intercettori volti a distruggere missili balistici nemici nello spazio orbitale.
Sul conflitto ucraino, Lavrov ha ribadito che «la Russia non accetterà una tregua lungo la linea del fronte come condizione per l’avvio dei negoziati». I raid di droni ucraini sulle raffinerie hanno causato il razionamento di benzina in 20 regioni russe, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sostiene, da rapporti di intelligence, che i droni hanno «distrutto 60.000 tonnellate di munizioni nell’arsenale della flotta di San Pietroburgo» e l’agenzia Reuters stima che «la raffineria di Mosca sarà ferma per sei mesi». Tuttavia la Russia rivendica un avanzamento delle sue truppe nel distretto di Sumy, mentre gli stessi militari ucraini parlano «di un’offensiva russa su larga scala su tutti i fronti», con particolari spallate a Vovchansk nelle ultime ore.
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