Gian Pietro Bianchi: «Trattative sempre più lunghe? Così i club di calcio si tutelano»
Si è concluso il calciomercato tra trattative infinite, clausole sempre più elaborate e una presenza crescente di giocatori esteri, soprattutto in Serie A. Ne parliamo con l’avvocato Gian Pietro Bianchi - dello Studio Morelli - che assiste numerosi soggetti dell’ambito sportivo, tra cui l’Atalanta, la «dea» del mercato e della formazione di giovani talenti.
Avvocato, perché le trattative di trasferimento calciatori, soprattutto internazionali, sono sempre più lunghe?
«I motivi sono diversi. Il primo consiste nell’ampliamento delle possibilità contrattuali: oggi le società hanno a disposizione più opzioni rispetto al passato. Un tempo le alternative erano sostanzialmente due - cessione temporanea (prestito) o cessione definitiva - e i contratti si riducevano a pochi moduli prestampati. Oggi, invece, vi è molta più libertà di opzioni giuridiche e di contenuti. Si ricorre, sempre più spesso, al prestito con obbligo di riscatto in determinate condizioni, a volte le più eterogenee, facendo lievitare i contratti: da due a decine di pagine».
Quali sono gli altri motivi a cui fa riferimento?
«Una conseguenza di quanto detto è la necessità, in fase di trattativa, dell’intervento di una platea sempre più ampia di soggetti coinvolti. Accanto alle figure tradizionali, come direttori sportivi, segretari e agenti, oggi intervengono avvocati e fiscalisti. Questo allunga i tempi, ma permette di costruire accordi più equilibrati e tutelanti».
In che senso più «equilibrati e tutelanti»?
«Le clausole contrattuali e le condizioni, che determinano il sorgere o meno dell’obbligo di riscatto, consentono di mitigare il terzo problema “del nostro” mercato, ossia gestire meglio i vincoli finanziari imposti dalle normative sportive: penso all’indice di liquidità della Figc o al Financial Fair Play della Uefa. Non solo: possono attenuare i rischi da imprevisti, come gli infortuni, ma per farlo occorrono attente e rigorose valutazioni legali, fiscali e di bilancio».
Può fare un esempio concreto?
«Per ovvie ragioni, non entro in casi personali, ma è nota la vicenda della scelta del sostituto di Lukaku: l’affare Hojlund, approdato al Napoli dopo una serrata trattativa. Dato che voi giornalisti scoprite sempre tutto, per quanto si è letto, la suddetta trattativa era proprio incentrata sulle condizioni che avrebbero reso definitivo o meno il trasferimento. Condizioni slegate dalle presenze del giocatore, per esempio “se il Napoli si qualifica per la Champions”, sono obiettive e di più facile realizzazione. Al contrario prevedere in aggiunta una seconda condizione, per esempio “a condizione che il giocatore abbia disputato almeno il 50% delle partite”, offrirebbe più margini al Napoli e renderebbe più incerta l’operazione per il Manchester United».
Il caso Lukaku ha aperto il dibattito sul perché il Napoli non abbia puntato su Lucca. Perché in Italia fatichiamo a formare e valorizzare i nostri giovani?
«Per quanto riguarda gli aspetti tecnico-sportivi non sono “attrezzato” a rispondere. Dal punto di vista tecnico-giuridico, ritengo che l’abolizione del cosiddetto vincolo sportivo abbia creato un problema per le società formatrici: rischiano di investire sui ragazzi e di perderli poi, nel momento migliore. Andrebbero individuate forme di tutela per chi investe sui giovani, mi riferisco al nuovo “apprendistato sportivo”, ma è necessario che la Federazione (Fgci) lo “difenda” e che tutti i soggetti coinvolti ne comprendano la logica e le virtù».
Si stanno diffondendo nel mercato italiano le cosiddette clausole «rescissorie», di cosa si tratta?
«Nel linguaggio comune, talora degli addetti ai lavori, si parla impropriamente di clausole rescissorie. L’errore nasce dalla traduzione in italiano del similare istituto, nato in Spagna, che ne prevede l’obbligatorietà per legge. Nel nostro Paese sono clausole facoltative: possono essere considerate o risolutive o come anticipata determinazione del cosiddetto prezzo di cessione a un terzo club. La differenza? Nel primo caso non vi è l’intervento (almeno diretto) di un terzo club, nel secondo è necessaria un’offerta da una nuova società sportiva».
Chi le richiede?
«Le esigenze possono essere speculari e opposte, ricavabili dal “prezzo” previsto per la risoluzione o la cessione. Un prezzo “alto”, superiore al valore di mercato fortifica la posizione del club. Al contrario, il calciatore con forza contrattuale cercherà un prezzo inferiore a quello di mercato, per essere sicuro di potersi “liberare” facilmente».
Se potesse cambiare qualcosa nelle regole del mercato, da dove partirebbe?
«Semplificherei le procedure e le norme, specialmente quelle relative alle modalità di incarico e di registrazione degli agenti sportivi, che sono complesse e a tratti contraddittorie tra fonti ordinarie, regolamenti internazionali e nazionali. E chiuderei il mercato prima dell’inizio del campionato: un mercato aperto a stagione in corso crea distrazioni e rischia di compromettere la regolarità della competizione. Meglio iniziare e finire prima».
- Il bando contro Gal Gadot, israeliana, e Gerard Butler, filo Idf, è figlio del facile conformismo, tanto quanto i veti ai «putiniani».
- Il regista di «Queer» Luca Guadagnino legato al direttore Barbera attraverso una stretta rete di rapporti.
Lo speciale contiene due articoli.
Alla ricerca della visibilità, del consenso, dell’applauso facile. Il collettivo attori e registi militanti è in servizio permanente effettivo, da un appello all’altro. E pazienza se spesso e volentieri la mira è sbagliata. Dopo l’intemerata di Elio Germano sui finanziamenti ministeriali rivelatosi un boomerang per il salotto buono del cinema, alla vigilia della 82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica che si apre stasera con la proiezione di La grazia di Paolo Sorrentino, tiene banco la richiesta di revocare l’invito a Gal Gadot e Gerard Butler, un’attrice e un attore colpevoli di essere filo israeliani e di sostenere l’azione di Netanyahu. Venice4Palestine (V4P), la sigla nella quale si sono aggregati artisti e associazioni, ne ha fatto esplicita richiesta in un appello e in una successiva lettera aperta indirizzati ai vertici della Biennale di Venezia.
La politica viene prima dell’arte. Gaza viene prima di La grazia. Curioso che siano attori e registi a promuovere il ribaltamento delle priorità. Il direttore della Mostra Alberto Barbera ha espresso la sua contrarietà a ogni forma di censura: «Non è certamente vietando a degli artisti di partecipare a un evento che si risolvono i conflitti. Non ci sarà nessun ritiro di invito». Altrettanto chiara la replica del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco: «Io non chiudo, io apro. Anche in tempo di guerra intellettuali e artisti devono incontrarsi e discutere».
A conferma che il battage allestito da V4P è propaganda, c’è il fatto che, prima che la lettera giungesse a destinazione, i due attori avevano rinunciato ad accompagnare alla Mostra In the hand of Dante, il film sulla Divina commedia diretto da Julian Schnabel, il visionario regista newyorchese di famiglia ebrea che il 3 settembre riceverà in Sala grande il premio Cartier Glory to the filmaker 2025. Girato in Italia, il film vanta un cast che, oltre ai due attori scomunicati, annovera tra gli altri Al Pacino, Martin Scorsese, John Malkovich e i nostri Sabrina Impacciatore e Claudio Santamaria. Loro potranno sfilare, Gal Gadot e Gerard Butler no. Ex miss Israele ed ex Wonder woman, Gadot è colpevole di aver prestato servizio militare obbligatorio nel Paese dove vive dal 2005, divenendo istruttrice di combattimento e poi di aver posato per un servizio fotografico dell’esercito intitolato «le soldatesse più sexy del mondo». Non importa che abbia un nonno sopravvissuto ad Auschwitz e che nei giorni scorsi si sia unita alle famiglie degli ostaggi nelle mani di Hamas per chiederne il rilascio al fine di accelerare i negoziati. Scozzese di 55 anni, cresciuto in una famiglia cattolica e protagonista di film d’azione, Butler ha promosso con Arnold Schwarzenegger, Robert De Niro e Larry King raccolte fondi in favore dell’esercito israeliano che sta occupando la Striscia di Gaza. Chissà come sarebbe andata se De Niro avesse voluto sfilare al Lido. I democratici firmatari dell’appello, paradossalmente sostenuto anche dalla rete di Artisti #NoBavaglio, vogliono sbarrare il Lido a Gadot e Butler. Certo, non è esattamente come recita un sarcastico post su X: «Nessun boicottaggio ProPal degli attori italiani potrà mai battere quello del pubblico verso i loro film». Ma la ricerca di consenso e di plauso dai media rimuove tante contradizioni e forse ambisce a quella visibilità che non sempre la loro arte garantisce.
Lunedì sul Foglio, Pupi Avati ha ricostruito da par suo la rinascita dell’Anac (Associazione nazionale autori cinematografici) illudendoci, come recitava il titolo, che «alla fine poté più il cinema della politica». Purtroppo, l’attivismo di Venice4Palestine ha smentito rapidamente l’illusione. I firmatari dell’appello - tra i quali Kean Loach, Marco Bellocchio, Matteo Garrone, Mario Martone, Gabriele Muccino, Valeria Golino, Jasmine Trinca, Laura Morante, Alba e Alice Rohrwacher, Beppe e Toni Servillo, Serena Dandini, Fiorella Mannoia e Roger Waters (fino a 1.500 adesioni) -hanno chiesto alla Biennale «di esporsi con azioni e posizioni chiare e che si impegni a interrompere le partnership con qualunque organizzazione che sostiene il governo israeliano, direttamente o indirettamente». Già in luglio, in vista di possibili contestazioni, alla presentazione del programma era stata sottolineata la significativa partecipazione al concorso di The voice of Hind Rajab della regista Kaouther Ben Hania, film sulla bambina che, intrappolata in un’auto in mezzo ai parenti uccisi durante l’invasione dell’esercito israeliano di Gaza del gennaio 2024, chiede aiuto, invano, ai soccorritori. Ora V4P vuole che una sua delegazione sfili sul tappeto rosso con la bandiera palestinese e annuncia una manifestazione al Lido per sabato.
«La Biennale di Venezia e la Mostra del cinema sono sempre stati nella loro storia luoghi di confronto aperti e sensibili a tutte le questioni più urgenti della società e del mondo», hanno replica dall’istituzione veneziana. Non basta. Attori e registi pretendono la condanna «del genocidio» e il ritiro degli inviti. Proprio come avvenuto qualche settimana fa a Valery Gergiev, il direttore d’orchestra in odore di putinismo, prima invitato per dirigere un concerto alla Reggia di Caserta e poi scaricato a furor di proteste dem. O come successo in questi giorni a Woody Allen, caduto sotto gli strali del governo ucraino per aver elogiato il cinema russo durante la Settimana internazionale del cinema di Mosca: «Credo fermamente che Putin abbia torto, ma l’arte va tenuta fuori», ha respinto le accuse il cineasta americano.
Quando si antepone l’ideologia all’arte o si confonde l’appartenenza a un popolo con l’adesione acritica al suo governo gli effetti possono essere nefasti. «Cosa c’entra Netanyahu col divieto di ospitare un artista israeliano? Allora non si dovrebbe invitare nessun iraniano per Khamenei, o nessun artista cinese per le tensioni tra Pechino e Taiwan», ha osservato Andrée Ruth Shammah, regista e direttrice del Teatro Franco Parenti di Milano, manifestando la sua amarezza per la presenza di tanti amici nelle file dei censori. Dal palco dei David di Donatello, prima di innescare la controproducente polemica sui finanziamenti al cinema Elio Germano disse che «un palestinese ha la stessa dignità di un israeliano». Oggi si deve dire che vale anche il contrario.
Ormai per Guadagnino la Mostra assomiglia a un affare di famiglia
Oggi parte la Mostra internazionale d’arte cinematografica che si svolgerà al Lido di Venezia fino al 6 settembre prossimo, sotto la direzione di Alberto Barbera. Barbera è al vertice della Mostra a fasi alterne, ma complessivamente da quasi trent’anni, con qualche intermezzo nei primi anni Duemila, quando venne sostituito e poi riconfermato stabilmente nel 2011: un tempo che nessun’altra istituzione culturale di pari livello in Italia, o all’estero, sembra aver eguagliato. In altre manifestazioni ruotano i direttori o si prevedono incarichi prefissati o ricambi generazionali: Venezia, invece, sembra vivere una sua dinamica residuale di potere consolidato. Al centro della questione, però, non vi è solo la longevità del mandato, ma anche i legami familiari-professionali, che intrecciano Barbera con uno dei registi più presenti e celebrati al Lido: Luca Guadagnino, regista acclamato e assiduo frequentatore del Festival. Nel 2024 era in concorso con Queer, quest’anno presenterà fuori concorso After the Hunt, il nuovo thriller a tema #MeToo con protagonista Julia Roberts. Grazie al successo di Queer, nel 2024 la sua Frenesy Film Company srl ha fatto il pieno di utili, derivanti dall’incasso dei diritti del film.
Altre due sono le figure chiave che legano Guadagnino a Barbera: Giulia Rosmarini, compagna dal 2015 e ora moglie di Barbera, e suo fratello Nicolò Rosmarini. Giulia Rosmarini è cofondatrice del brand di moda Tango Philosophy, per il quale nel 2020 ha coinvolto creativamente proprio Luca Guadagnino, affidandogli una campagna fotografica e video: una collaborazione prestigiosa che unisce professionalmente e direttamente la moglie del direttore al regista, da anni «abbonato» alla selezione ufficiale. Anche Nicolò Rosmarini è protagonista di questa rete: dal 2022 lavora nello Studio Luca Guadagnino come architetto e project manager. L’apice di questo intreccio avviene nel 2024, quando viene nominato co-direttore artistico - insieme a Guadagnino - dell’evento Homo Faber, promosso dalla Michelangelo Foundation e dalla Fondazione Cini a Venezia. Ne emerge una ragnatela di rapporti stretta e ben definita. Alberto Barbera, in qualità di direttore, ha un ruolo decisivo nelle selezioni della Mostra, dove i film di Luca Guadagnino compaiono con regolarità. Sua moglie, Giulia Rosmarini, collabora con il regista nell’ambito del proprio marchio di moda, mentre il fratello di lei, Nicolò Rosmarini, lavora nello studio Guadagnino ed è coinvolto in diversi progetti artistici da lui curati.
A complicare la questione è il contesto: quello della Mostra del Cinema dovrebbe garantire trasparenza e parità di condizioni. Invece, la presenza di legami professionali così stretti tra il direttore, la sua famiglia e un regista di punta configura un conflitto di interessi. Eppure, di questo palese conflitto nessuno ha mai parlato pubblicamente, non emergono critiche dirette o inchieste approfondite sull’apparente neutralità della Mostra. Insomma, sovviene alla memoria la frase di un celebre film -per rimanere attinenti all’ambito cinematografico - quella pronunciata dal professor Sassaroli (interpretato da Adolfo Celi), di fronte alla richiesta, da parte dell’architetto Melandri (Gastone Moschin), di avere la mano della propria moglie, nel capolavoro del cinema italiano Amici ,iei: «Vede architetto, è tutta una catena di affetti che né io, né lei possiamo spezzare». Mai parole furono più azzeccate.
- La grande stampa s’affanna per coprire i reati commessi da stranieri, specie abusi sessuali: i molestatori senegalesi diventano «trentatreenni». Un filippino che insidia ragazzini? «Residente a Milano, 34 anni».
- Il maliano che ha seminato il panico al Terminal 1 aveva ricevuto la protezione internazionale. Covava rabbia perché era stato respinto con passaporto falso.
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Chi ha investito e ucciso Cecilia De Astis per ore non ha avuto nazionalità. Minorenni, si diceva. Che però sanno già guidare un’auto a 13 anni. Eppure non sono molti i bambini in grado di farlo, di delinquere in questo modo, e in così tenera età. Per i titoli dei giornali, chi stupra spesso è un apolide (ma solo se non è italiano). Lo stesso per chi rapina. E pure per chi dà fuoco al terminal di Malpensa. Il sito del Corriere della Sera fornisce l’età del criminale (ma aggiusta poi il tiro nella versione cartacea aggiungendo la nazionalità nel catenaccio), quello di Repubblica, più pudico, parla, nel video pubblicato, solamente di un uomo. Bisogna cliccare per scoprire che si tratta di un maliano. L’articolo a corredo riesce nell’impresa di lasciare il soggetto sottinteso: «Malpensa, incendia e prende a martellate i banchi del check-in: momenti di paura al Terminal 1». Chi lo ha fatto? Un uomo? Una donna? Un alieno? Risposta: un maliano che, per la cronaca, godeva di protezione sussidiaria. In parole semplici: un rifugiato. Uno a cui il nostro Paese aveva dato riparo ricevendo in cambio fiamme e martellate solo perché gli era stato negato un volo.
Altro giro, altro gioco. Sempre dal sito del Corriere della Sera: «Milano, violenza sessuale dopo la notte nei locali tra Brera e Garibaldi. In due denunciano trentacinquenne che lavora nelle discoteche, a casa trovata droga dello stupro: arrestato». Con un clic doniamo un po’ di pubblicità ad Urbano Cairo per avere, in cambio, un po’ di verità. Apriamo l’articolo e leggiamo: «A risponderne è un trentacinquenne senegalese, arrestato e condotto in carcere nei giorni scorsi per possesso di 300 grammi circa di “droga dello stupro”, trovati nell’ambito di una perquisizione effettuata nell’abitazione dell’uomo, a Sesto San Giovanni, e raggiunto da ordinanza di custodia cautelare anche per il presunto reato di duplice violenza sessuale aggravata». Ancora: digitiamo su Google la parola «rapina» e cerchiamo nella sezione notizie. Risponde Torino Today: «Armati di coltello rapinano un uomo a Torino, ma intervengono gli agenti che trovano i malviventi al parco». Altro clic per scoprire che si tratta di due marocchini. In Emilia Romagna, un filippino molesta un dodicenne e il titolo del Corriere di Bologna riporta: «Rimini, abusi su un ragazzino francese che fa il bagno in mare: arrestato un trentaquattrenne residente a Milano». Del filippino nemmeno l’ombra.
Eppure la nazionalità non è cosa poco.
Anche perché, secondo i dati del ministero dell’Interno, gli irregolari, che sono meno dell’1% della popolazione, compiono il 28% dei reati. Non solo, come nota StartMag, il dato diventa ancora più preoccupante se andiamo a cercare quelli relativi alle violenze sessuali: «Nei primi nove mesi del 2024 quasi la metà (il 44%) sono state perpetrate da stranieri (regolari e non), che costituiscono appena il 10% della popolazione. E ancora più preoccupanti appaiono i dati delle violenze sessuali commesse da giovani, che vedono un’incidenza degli stranieri che sfiora il 60%, circa sei volte il loro peso sulla popolazione». Altro dato importante: il 21% di detenuti che si trovano nelle carceri europee è straniero. Una cifra enorme se si pensa che gli immigrati nel Vecchio continente rappresentano solamente il 10% della popolazione totale. Gli stranieri quindi delinquono di più.
Non è solo una questione di percezione, come si vorrebbe far credere, ma di realtà. Solamente qualche giorno fa, una ragazza ha pubblicato sui social un video in cui un africano - in Repubblica, pieno centro di Milano - le bloccava la strada. Non poteva muoversi. L’uomo, probabilmente sotto stupefacenti, le si era appoggiato sul cofano senza alcuna intenzione di spostarsi da lì. Solo l’intervento di un passante ha permesso alla ragazza di tornare a muoversi. Del resto, nelle stesse carte su Beppe Sala, Stefano Boeri affermava di aver bloccato un articolo che sarebbe dovuto uscire sul Corriere della Sera su una violenza sessuale in un parco. Il giornale di via Solferino si è affrettato a smentire questa ricostruzione e, forse, viene da credere più alla redazione cronache che a Boeri. Basta leggere le ultime notizie per notare come quelle riguardanti le violenze degli stranieri vengano sminuite o nascoste. Perché dire che gli immigrati delinquono, soprattutto se si parla di azioni schifose come gli stupri, rompe una certa narrazione. Quella stessa narrazione che ora se la prende con La Verità e Panorama perché hanno deciso di offrire ai loro lettori Il campo dei santi di Jean Raspail. Un libro che, più che un romanzo, è un reportage, scritto con cinquant’anni di anticipo, che descrive il nostro tempo. In cui si racconta l’avanzata di popoli ancestrali che non sono stati toccati dalla modernità. Che sono ancora ruvidi. Che prendono ciò che vogliono. Che, se necessario, depredano. Perché, che ci piaccia o meno, lì vige la legge del più forte, che oggi applicano anche qui. In un Occidente fiacco, che non si rende conto di essersi ammalato. Che è debole e, per questo, è un’ottima preda.
Arrestato il piromane di Malpensa
È stato convalidato l’arresto ad Aboubakar Traoré, lo straniero di 28 anni originario del Mali, che nella giornata del 20 agosto ha appiccato il fuoco e colpito a martellate alcuni monitor del Terminal 1 dell’aeroporto di Malpensa.
Dopo il fatto, era stato arrestato e condotto in una camera di sicurezza a Varese; ieri è stato processato per direttissima davanti al giudice monocratico del Tribunale di Busto Arsizio.
L’uomo, in possesso di un permesso di soggiorno per protezione internazionale sussidiaria, era già stato bloccato il 16 agosto, quando si è presentato in aeroporto, con l’intento di imbarcarsi per l’Arabia Saudita: ai controlli il passaporto era risultato falso e gli era stato ritirato. Inoltre, martedì scorso era stato denunciato a Milano per danneggiamento aggravato, reo di aver preso a martellate - il martello sembra essere uno strumento particolarmente caro al maliano - e sfondato la vetrina di un negozio. Dopo essere stato visitato e aver ricevuto le prime cure al pronto soccorso del Niguarda, è fuggito e se ne sono perse le tracce. Fino a quando con un cappellino in fronte e una mascherina a coprire il viso, si è inserito nella fila dei passeggeri al check-in del Terminal 1: ha estratto una bottiglia di benzina, l’ha rovesciata sul banco 13 e ha dato fuoco. Nel frattempo - per non perdere tempo - brandendo il solito martello ha colpito e distrutto i monitor, seminando il panico tra i presenti.
Aboubakar Traoré era arrivato in Italia nel 2015, entrando nel nostro Paese dalla Francia chiedendo asilo come rifugiato. Inizialmente riesce a ottenere la protezione internazionale. Si tratta di una forma di tutela che viene concessa a chi non presenta i requisiti per essere riconosciuto rifugiato politico, ma non può rientrare nel proprio paese d’origine per il rischio di subire un danno grave: tortura, trattamenti inumani o degradanti e minacce alla vita derivanti da violenza indiscriminata. Nel 2019 la Commissione territoriale competente aveva respinto la richiesta di rinnovo per mancanza di requisiti, ma Traoré aveva presentato ricorso e, grazie alla sospensione del rigetto, poteva muoversi liberamente e indisturbato nel territorio italiano. Nel 2021, nonostante l’assenza dei requisiti da rifugiato, ha ottenuto dal Tribunale di Milano il rinnovo della protezione internazionale sussidiaria, addirittura fino al 2027. Si ipotizza che, dal giorno del tentativo di partire per l’Arabia Saudita, l’uomo abbia covato così tanto rancore da tornare sul luogo in cui era stato respinto ed erano stati distrutti i suoi progetti futuri, deciso a vendicarsi di chi lo aveva ostacolato.
Notizia - parzialmente - consolatoria: è stata esclusa la matrice terroristica. Non si tratta dunque di un terrorista. Resta però l’interrogativo: non siamo forse ancora una volta spettatori, nostro malgrado, di una situazione che si sarebbe potuta evitare, adottando le giuste precauzioni e valutando diversamente (e più correttamente) la vicenda?





