Circolo ravennate «Gli amici del camino» - un ritrovo oggi non più esistente, in cui gli argomenti di discussione favoriti erano la cucina e l’opera lirica - Richter e Rota intrattennero tutti i presenti fino a tarda sera con una «gara» tra i due, che a turno accennavano al pianoforte due battute di un’opera e l’altro doveva indovinare e andare avanti. Tra l’interesse e il divertimento di tutti, la cosa proseguì a oltranza, tanto che io e mia moglie Cristina a un certo punto decidemmo di andare via, mentre Rota al pianoforte accennava il tema di Ritorna vincitor, indirizzato a me!
L’incontro con il grande artista risaliva all’autunno del 1967. Io avevo vinto il Concorso Cantelli e, a seguito di questo titolo, avevo ricevuto due inviti: uno dal Bellini di Catania, l’altro dal Maggio Musicale Fiorentino, che si trovava senza sovrintendente ed era quindi gestito dal commissario Remigio Paone, con Renato Mariani segretario artistico. Per quel concerto, previsto nella stagione sinfonica 1967/68, era già stato scritturato Richter, ed erano in programma il Concerto in Si bemolle K 595 di Wolfgang Amadeus Mozart e quello di Benjamin Britten (amico del pianista sovietico): mancava il direttore, e Paone ebbe l’idea di offrire a un giovane come me quella grande opportunità. Ma serviva il consenso di Richter, che di massima era favorevole ma voleva mettermi alla prova. In quel periodo io insegnavo pianoforte complementare al Conservatorio di Milano per sbarcare il lunario, e quindi ero un buon pianista (mi ero diplomato nel 1962 a Napoli): avuta notizia dalla signora Erede Moresco che il Maestro Richter era a Siena e voleva conoscermi, da buon napoletano intuii subito che intendeva capire come suonassi, e quindi studiai a fondo la riduzione pianistica della parte orchestrale dei due concerti. Arrivai a Siena in una sera piovosa e fui introdotto a Richter, che era in una sala dove si trovavano due pianoforti a coda affiancati: ci avevo visto giusto! Dopo un breve saluto, mediato dalla signora Erede che traduceva, Richter mi fece segno di mettermi al pianoforte di sinistra e di suonare il K 595: attaccai quattro battute prima dell’ingresso del solista ma lui mi fermò, perché voleva sentire tutta l’introduzione, dall’inizio. Così ricominciai, e suonammo da capo a fondo i due concerti - Mozart e Britten - lui come solista, io la parte dell’orchestra.
Alla fine si alzò e disse (in russo): «Se dirige come suona, è un buon direttore, e accetto di lavorare con lui». Il concerto era previsto per il marzo successivo e in programma c’erano, oltre alle due pagine menzionate, la Sinfonia K 338 di Mozart e i Quattro interludi marini dal Peter Grimes di Britten. Purtroppo uno sciopero impedì che il concerto avesse luogo: ma Paone, avendo notato che in prova si era sviluppata un’ottima sintonia sia tra me e l’orchestra che tra me e Richter, non volle perdere l’occasione e spostò il concerto al successivo Maggio Musicale. Fu un grande successo, tanto che il critico Leonardo Pinzauti scrisse che la presenza di quel giovane direttore poteva risolvere l’annoso problema della mancanza di un direttore musicale a Firenze. Richter fu felicissimo, e mi propose come direttore per l’anno dopo a Genova, quando doveva suonare il Concerto per la mano sinistra di Maurice Ravel: conservo ancora la partitura tascabile che usai in quell’occasione, e a pagina 33 Richter volle apporre la sua firma nel punto in cui ebbe una piccola amnesia, «perché io ricordassi sempre il suo errore ogniqualvolta avessi diretto questo Concerto». Ma anche nella partitura del Concerto di Britten leggo una sua dedica: «Caro Riccardo, le auguro successo e felicità. 7/3/1968».
Furono i primi di tanti concerti insieme. [...] Non amava i direttori che dirigevano a memoria: ricordo che nel 1972, quando facemmo insieme il Concerto di Schumann al Festival di Salisburgo, nella seconda parte io proposi una Messa di Cherubini, e la diressi senza partitura, come andava di moda allora. Ma nella scuola russa non si faceva così: Evgenij Mravinskij conosceva le sinfonie di Cajkovskij in ogni dettaglio, eppure dirigeva con la partitura. Ebbene, alla cena dopo il concerto mi chiese perché lo avessi fatto e, nel suo bizzarro italiano, aggiunse: «No occhi?». Sapeva che le amnesie possono succedere, tanto che nell’ultima fase iniziò a suonare con lo spartito davanti, nel buio, con una piccola lampada che illuminava solo le sue mani ma non la sua figura: quasi volesse far scomparire anche sé stesso nell’atto di fare musica, come succede a Bayreuth con l’orchestra wagneriana.
Da lui ho imparato soprattutto un concetto, ossia che in musica bisogna sempre sorprendere l’ascoltatore: e cercava di esprimere questa idea di sorpresa - cadenze evitate, cadenze d’inganno - con la massima naturalezza e scorrevolezza, senza artifici. Per questo si tormentava continuamente.



