L’imbarazzante segreto della Repubblica. Un «fascista» alla Corte costituzionale

Il 23 aprile 1956 si riuniva per la prima volta in seduta pubblica la Corte Costituzionale, supremo organo di garanzia dell’ordinamento italiano che domani compie quindi settant’anni. La sua istituzione, prevista dalla Costituzione approvata il primo gennaio del 1948, rimase nel limbo per oltre otto anni senza che il sistema ne subisse alcun contraccolpo, anzi furono gli anni in cui l’Italia pose velocemente le fondamenta su cui costruire il proprio futuro.
Francesco Cossiga addirittura sostenne che De Gasperi governò bene nei primi anni della neonata Repubblica proprio perché si rifiutò di appesantire lo Stato con «ammennicoli» - così lì definì - che pur previsti dalla Costituzione avrebbero certamente appesantito lo Stato tra i quali appunto la Corte costituzionale (gli altri, citati da Cossiga, erano il Csm, l’istituto del referendum e le Regioni). La ricorrenza sarà celebrata domani in pompa magna al Quirinale, primo atto di una serie di celebrazioni e appuntamenti che ricostruiranno la storia del nostro «supremo organo». E chissà se in una di queste occasioni qualcuno avrà il coraggio di svelare uno dei più custoditi segreti della Repubblica, un segreto che riguarda proprio la Corte costituzionale e che è talmente imbarazzante da essere stato rimosso dalla storiografia ufficiale. Riavvolgiamo il nastro della memoria a quegli anni. Il primo presidente della neonata Corte costituzionale - con il mandato di organizzarla e insediarla - fu nel 1955 l’eterna riserva della Repubblica Enrico De Nicola, che da Capo dello Stato provvisorio, dal 1946 al 1948, traghettò l’Italia verso l’approdo della Repubblica. Il primo presidente operativo dell’alta Corte fu in realtà tale Gaetano Azzariti che si insediò nell’aprile del 1957 e vi rimase fino al giorno della sua morte, nel gennaio del 1961. Bene, chi era costui? Definirlo un fascista sarebbe riduttivo. Dal 1927 al 1945 fu il primo e più ascoltato consigliere giuridico di Benito Mussolini ed ebbe un ruolo centrale nel portare il Duce a convincersi della bontà delle leggi razziali. Sentite cosa diceva in un discorso pubblico: «L’egualitarismo dominante senza differenza di età di sesso di religione o di razza non sarà più una specie di dogma indiscutibile. Col fascismo ora è relegato in soffitta, la diversità di razza è ostacolo insuperabile alla costituzione di rapporti personali, dai quali possano derivare alterazioni biologiche o psichiche alla purezza della nostra gente». Tanto che nel 1938 Azzariti aderisce al «Manifesto della razza» che di lì a poco avrebbe portato alle leggi razziali e, non contento, fece parte di alcune delle commissioni incaricate di redigere le disposizioni legislative sulla razza. La sua abnegazione alla causa antisemita fu premiata con la presidenza del «tribunale della razza», l’organo che si occupò di fatto della persecuzione degli ebrei italiani e della loro successiva deportazione nei campi di concentramento. Ebbene sì: a presidente della neonata Corte di Cassazione fu democraticamente eletto il capo dei cacciatori di ebrei, cosa che apparentemente stride non solo con la logica e il buon senso bensì con la Costituzione stessa che all’articolo tre vieta ogni discriminazione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».
Come può essere che un uomo che si è macchiato di tali crimini sia stato messo a capo del massimo organo costituzionale della Repubblica? Detto che agli atti non risultano pentimenti formali o sostanziali, tantomeno scuse, di Azzariti per quello che ha pensato e fatto, settant’anni dopo sarebbe utile e giusto avere una risposta a questa banale domanda che getta un ombra gigantesca sull’origine dell’Alta Corte. Non ci illudiamo, ma un indizio lo buttiamo lì. Dal giugno 1945 al luglio del 1946 Gaetano Azzariti, tolta velocemente la divisa fascista, collaborò assiduamente con il ministro di Grazia e Giustizia del governo provvisorio, tale Palmiro Togliatti indiscusso leader del Pci, che tra l’altro lo nominò membro delle due commissioni per la riorganizzazione dello Stato e per la riforma dell’amministrazione pubblica. Sì, il capo del comunismo e l’ideatore delle fascistissime leggi razziali si misero in società, e che società visto che i due - la strana coppia Togliatti e Azzariti - riuscirono a mettere da subito le mani sulla Corte costituzionale senza che nessuno nulla obiettasse. Mistero dell’Italia post fascista, ma anche mistero dell’Italia comunista. Che se mai Mattarella avesse voglia e tempo di alzare il velo di omertà che lo circonda e protegge, quale occasione migliore delle celebrazioni dei settant’anni di Corte per fare un’operazione di verità politica e storica?






