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I disastri naturali uccidono sempre meno
iStock
Secondo l’Università di Lovanio, il 2025 è stato l’anno con il numero inferiore di morti per via di eventi meteo estremi: 0,8 decessi ogni 100.000 persone. Eppure l’Ue insiste con il cambiamento climatico e le norme green che penalizzano imprese e consumatori.

Da ieri è pienamente operativo il Cbam, ovvero il meccanismo di adeguamento delle emissioni di carbonio alle frontiere. Funzionerà più o meno così: chi farà entrare nell’Unione europea prodotti ad alta intensità di CO2 - acciaio, alluminio, cemento, fertilizzanti, elettricità e idrogeno - è obbligato a comprare certificati da pagare in base al prezzo del carbonio applicato nel mercato europeo tramite i cosiddetti Ets, un complicato sistema di scambio delle quote di emissione. Sulla carta, questo nuovo assetto dovrebbe consentire alle aziende europee di subire meno la concorrenza degli stranieri che non sono costretti a subire le gabelle green che gravano sulle aziende europee. Ma presenta una serie di cortocircuiti di cui La Verità, in particolare con Sergio Giraldo, si è già largamente occupata. Di fatto, viene imposta una tassa - gli Ets - che rende i produttori europei meno competitivi. Con la scusa di risarcire almeno in parte le aziende da quell’esborso, si introduce un dazio (il Cbam) che va a pesare su chi importa ma anche, ovviamente, sui consumatori. Tuttavia a tale risarcimento avranno accesso solo le aziende che rispetteranno alla lettera i paletti «verdi» europei. In buona sostanza è uno spaventoso contorcimento burocratico che danneggia le nostre aziende e i cittadini europei.

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Fra nuovi dazi green e Mercosur Ursula stende industria e agricoltori
Ursula von der Leyen (Ansa)
Da domani scatta il Cbam: chi importa cemento, ferro, energia, alluminio e acciaio dovrà pagare la carbon tax I trattori bloccano mezza Europa contro il trattato di libero scambio col Sudamerica con tanto di benedizione.

Non c’è pace tra gli ulivi in Grecia, nelle stalle del Belgio e della Francia dove addirittura la polizia spiana i fucili per fermare gli agricoltori mentre il Vescovo di Cambrai che dice Messa su un altare di balle di paglia benedice i trattori della protesta. Tornano a farsi sentire i contadini dei paesi ai confini con l’Ucraina; già provati dal dumping generato dai prodotti che arrivano da oltreconfine senza alcuna compensazione temono come la peste un frettoloso ingresso di Kiev nell’Ue.

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Stellantis pensa di mollare l’Ue
Antonio Filosa (Ansa)
L’ad critica il piano che concede più flessibilità nell’addio al termico: previsti costi e complessità che non possiamo più permetterci, negli Stati Uniti meno vincoli.

Che a Stellantis la recente revisione del piano Ue sul Full electric non fosse piaciuto era risaputo. Ma ieri l’ad del gruppo, Antonio Filosa, ha spinto le critiche un bel pezzetto più in là fino a parlare di marcia indietro sugli investimenti nelVecchio continente.

Il manager sulle pagine del Financial Times ha respinto l’idea che l’Ue stia offrendo una «via d’uscita» credibile rispetto all’addio ai motori termici a partire dal 2035: per il top manager il pacchetto «non è all’altezza» e, soprattutto, «mancano del tutto le misure urgenti necessarie per riportare il settore automotive europeo alla crescita». La spiegazione non è solo ideologica: è industriale e riguarda la capacità del quadro regolatorio di trasformarsi in investimenti sostenibili lungo tutta la filiera.

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In Francia e Germania crolla il consenso per gli aiuti. Il 75% dei tedeschi boccia Merz, fautore della «rapina» a Mosca, scongiurata ad alto prezzo. Solo la stampa loda Bruxelles. Che forse smetterà di sabotare il dialogo.

I 90 miliardi di prestito, anzi, di regalo all’Ucraina, poiché sono soldi che non rivedremo mai, rappresentano il prezzo da pagare per aver schivato la masochistica confisca degli asset russi congelati. La cupio dissolvi dell’Europa è una patologia talmente avanzata, da richiedere cure costosissime: 220 euro a testa, compresi i 3 miliardi di euro l’anno di interessi sulle obbligazioni emesse per finanziare Kiev, che inizieranno a gravare sul bilancio dell’Unione dal 2028. Il tutto, infrangendo un tabù - quello del debito comune - che era rimasto intangibile persino di fronte alle esigenze di finanziamento della sanità, delle pensioni e del welfare nel Vecchio continente. Il tutto, al solo scopo di tenere in piedi una nazione che ha perso la guerra e che, comunque, non ha risolto il problema del suo fabbisogno di cassa: nel 2026 le serviranno 71 miliardi, noi gliene garantiamo 45, ossia la metà della somma biennale stanziata dal Consiglio nella notte tra giovedì e venerdì. Volodymyr Zelensky, ieri, è stato chiaro: il denaro sarà restituito «solo se la Russia pagherà le riparazioni necessarie». A Roma direbbero: ciao, core

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Le possibilità che Zelensky rimborsi i fondi elargiti da Bruxelles sono praticamente nulle. Mosca non pagherà riparazioni di guerra. E mentre gli Stati sono alle prese con i tagli di bilancio, diamo fiumi di euro a chi li spreca.
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