L’Unione europea sta valutando di fare un’eccezione importante al proprio meccanismo di tassazione climatica per sostenere l’industria siderurgica ucraina, un settore considerato strategico sia per l’economia di Kiev sia per il riarmo del continente. Al centro del dibattito c’è il Carbon border adjustment mechanism (Cbam), lo strumento introdotto da Bruxelles per tassare le importazioni ad alta intensità di carbonio e proteggere le imprese europee soggette a rigide normative ambientali.
Il Cbam è stato concepito nell’ambito del Green deal europeo e presentato ufficialmente dalla Commissione nel 2021, entrando poi in una fase transitoria nel 2023 e diventando operativo dal 2026. Si tratta di un meccanismo che impone un costo sulle emissioni incorporate nei beni importati (come acciaio, cemento, alluminio e fertilizzanti) equivalente a quello sostenuto dalle aziende europee attraverso il sistema di scambio di quote di emissione di anidride carbonica (Ets). In pratica, gli importatori devono acquistare certificati Cbam proporzionati alla quantità di CO2 emessa durante la produzione dei beni nei Paesi di origine, evitando così il fenomeno del «carbon leakage», ovvero la delocalizzazione della produzione verso Paesi con regole ambientali meno stringenti.
Secondo quanto emerso, funzionari ucraini hanno avviato colloqui con l’Ue per ottenere un’esenzione temporanea per l’acciaio prodotto nel Paese. La richiesta nasce da una situazione eccezionale: l’invasione russa ha colpito duramente la capacità produttiva e logistica dell’Ucraina, rendendo ancora più fragile un comparto che rappresenta una delle principali fonti di entrate nazionali.
Il gruppo Metinvest, uno dei principali attori del settore, ha confermato che il governo ucraino sta raccogliendo dati e proposte per sostenere la propria posizione negoziale. Il ceo Yuriy Ryzhenkov ha evidenziato come il Cbam rischi di compromettere definitivamente l’accesso al mercato europeo, già messo a dura prova dal conflitto. Alcuni produttori hanno dichiarato di aver perso quasi immediatamente i propri clienti europei dopo l’entrata in vigore del meccanismo nel gennaio 2026.
I numeri confermano la gravità della situazione: le esportazioni di acciaio ucraino sono crollate da circa 5 milioni di tonnellate nel 2021 a poco più di 2 milioni dopo l’inizio della guerra. A ciò si aggiungono i rischi logistici, con attacchi ai porti e alle navi commerciali che complicano ulteriormente le operazioni.
Dall’altra parte, l’Europa si trova in una fase di forte aumento della domanda di acciaio, spinta dagli obiettivi di spesa militare della Nato. L’Ucraina, dal canto suo, rappresenta uno dei principali fornitori di acciaio e un eventuale collasso del suo settore siderurgico avrebbe ripercussioni dirette sulla capacità industriale europea.
Il punto è che, nel caso ucraino, il contesto bellico introduce una variabile geopolitica che molti legislatori ritengono non possa essere ignorata. Così alcuni membri del Parlamento europeo hanno già suggerito la necessità di un trattamento speciale per Kiev, anche in vista di una futura adesione all’Ue.
Tra le opzioni al vaglio della Commissione europea c’è anche la possibilità di non eliminare del tutto la tassa, ma di reindirizzare i proventi in fondi dedicati alla modernizzazione dell’industria ucraina, permettendo così un allineamento graduale agli standard ambientali europei. Una soluzione che bilancerebbe esigenze climatiche e sostegno economico, due fattori molto a cuore dell’Ue oggi.






