True
2025-11-14
Le emissioni salgono, ma Ursula si intesta traguardi immaginari sul riscaldamento
Ursula von der Leyen (Ansa)
Ebbene, guardando i dati grezzi è così, più o meno, ma questo non dice nulla di ciò che è avvenuto in realtà. Sarebbe meglio dire che il Pil è cresciuto nonostante il sistema di scambio delle emissioni, l’Ets. La riduzione delle emissioni in Ue è dovuta in gran parte alla diminuzione dell’intensità energetica del Pil, a causa della deindustrializzazione, della delocalizzazione delle produzioni industriali e dello spostamento dell’economia verso i servizi. I dati lo dimostrano: dal 2000 la produzione industriale in Ue è crescita in media di uno scarsissimo 0,6% all’anno, cioè del 15% in 24 anni. La quota di Pil attribuita ai servizi è passata dal 69% nel 2000 al 73% nel 2020 (dato Eurostat). La riduzione dell’intensità energetica per unità di Pil (e dunque delle emissioni) non è un effetto della regolamentazione ambientale dell’Ue, bensì della trasformazione strutturale dell’economia verso i servizi. Mentre l’industria veniva dislocata altrove, per esempio in Cina, Vietnam, Messico (che infatti hanno aumentato le emissioni) o chiudeva del tutto. Dunque, più che anti-emissioni, le politiche europee sono state anti-industriali.
Secondo tema toccato da Von der Leyen: «Dieci anni fa, ci stavamo dirigendo verso un aumento della temperatura di 4 gradi Celsius entro la fine del secolo. Oggi siamo più vicini ai 2,3 gradi Celsius. Ancora troppo alto, ma per la prima volta nella storia moderna, la curva si sta piegando. E dimostra la nostra capacità di cambiare le cose in meglio se siamo attivi». Di primo acchito sembra una contraddizione, dato che le emissioni sono aumentate negli ultimi dieci anni. Ma la questione è un po’ diversa: 2,3° sarebbe l’aumento della temperatura al 2100 se tutti gli impegni presi con gli accordi di Parigi venissero rispettati anche oltre il 2035 (fino appunto al 2100, dati dal rapporto Unep). In altre parole, è un’ipotesi di scuola che prende per buone le dichiarazioni fatte dai Paesi di tutto il mondo sugli impegni green, portandoli fino al 2100. Basta che un governo faccia un annuncio e questo viene preso per buono. Contando che l’Ue pesa per solo circa il 6% delle emissioni globali, è chiaro altresì che il ruolo di Bruxelles è del tutto marginale.
Terza gustosa dichiarazione del presidente: «Chi inquina, paga. Se non vuole pagare, innova. E anche il risultato è chiaro: decarbonizzazione e innovazione vanno di pari passo». A parte che la CO2 non è un inquinante, Von der Leyen non è fortunata con i tempi. Proprio due giorni fa è uscito il nuovo Outlook 2025 dell’Iea, che illustra come negli Usa la generazione elettrica per i data center andrà soprattutto a gas naturale, con i consumi di gas che dovrebbero quadruplicare entro il 2035. Insomma, quella di Von der Leyen ieri è parsa soprattutto una via di mezzo tra aria fritta e un racconto di fantascienza.
Nel frattempo, il Consiglio dei ministri delle finanze Ecofin ha bocciato la proposta di riforma della direttiva sulla tassazione energetica (Dte). L’Italia ha posto il veto al testo, per bocca del ministro Giancarlo Giorgetti, spiegando che l’aumento delle accise sui consumi energetici avrebbe distrutto la competitività delle aziende italiane e pesato sulle famiglie. La necessaria unanimità non è stata raggiunta e dunque la direttiva in vigore resta tale, nulla cambia. Musi lunghi, ieri, alla fine del dibattito da parte della presidenza di turno danese e del commissario Ue per il clima, l’olandese Wopke Hoekstra. Indispettita il presidente dell’Ecofin, il ministro delle finanze danese, Stephanie Lose, mentre Hoekstra si è detto sorpreso che i ministri delle finanze non abbiano raggiunto un accordo nemmeno sulla indicizzazione delle tasse energetiche, perché, ha detto, «i ministri delle finanze conoscono il valore dei soldi». Un commento che conferma quanta distanza vi sia tra la Commissione e i meccanismi democratici, quelli che impongono a un ministro di rispondere politicamente delle proprie azioni. Se ancora fosse necessaria qualche conferma.
Sul clima Bruxelles fa chiacchiere. Confermati gli obiettivi sul 2040
«L’Ue si è data definitivamente la zappa sui piedi, approvando una legge ideologica e punitiva, destinata a portare l’Europa verso la catastrofe industriale, mentre i nostri competitor, Cina in testa, continuano a crescere con le centrali a carbone. Dopo l’approvazione irresponsabile di oggi, il continente si avvia inesorabilmente alla desertificazione industriale. Di fronte al ritardo con cui stiamo cercando di rincorrere gli obiettivi fissati per il 2030, non ha alcun senso porre nuovi e più stringenti target per il 2040», è il duro commento dell’eurodeputata della Lega e relatrice ombra della legge sul clima per conto dei Patrioti in Commissione Industria, Isabella Tovaglieri, dopo l’approvazione di ieri da parte del Parlamento Ue, a Bruxelles, della proposta di modifica della «legge europea sul Clima» che stabilisce un nuovo obiettivo intermedio e vincolante di riduzione netta delle emissioni del 90% entro il 2040, rispetto ai livelli del 1990. La posizione adottata a maggioranza dall’Assemblea (379 sì, 248 no e dieci astenuti, con il Ppe diviso in due tra favorevoli e contrari) prevede anche di consentire ai governi nazionali un margine di flessibilità del 5% sul target ricorrendo ai crediti internazionali di carbonio. Nella stessa mattinata, Tovaglieri ha anche presieduto un convegno all’Europarlamento riguardante l’automotive: «Stop motori 2035, quali prospettive per industria e automobilisti?». A moderare il dibattito il giornalista Pierluigi Bonora. Presenti Roberto Parodi, scrittore e giornalista corteggiato dalla Lega per una futura candidatura a sindaco di Milano, lo youtuber Federico Lamperti e il giornalista e youtuber Enrico di Mauro, l’avvocato ed esperto di automotive Gilberto Celletti e Carlo Vulnera, fondatore di «Quelli di Piazza Affari». Connesso da remoto Guido Guidesi, assessore allo sviluppo economico in Lombardia e presidente dell’Automotive Regions Alliance (Ara). «Non sono contraria all’auto elettrica in assoluto, ma all’obbligo. La Commissione Ue era convinta che, vietando la produzione di motori endotermici, la gente andasse al concessionario a prendere l’elettrica. Ma le rivoluzioni, se tali devono essere, non possono essere calate dall’alto, ma dal basso, attraverso la spontaneità», ha spiegato l’europarlamentare. «Fino a quando non vedrò la parola “biocarburanti” messa nera su bianco non crederò a un’apertura di questa Commissione (il 10 dicembre è attesa la proposta di revisione legislativa sulla modifica del regolamento sulle emissioni, ndr) perché fino a ora ha fatto tante promesse, assecondato i desiderata della Germania con gli e-fuel ma sul tema del biocarburante ha sempre fatto orecchie da mercante. Per l’Italia è fondamentale introdurre questa tecnologia, ma anche per salvaguardare l’automotive europeo. Non esiste un piano B», spiega ancora Tovaglieri. Le fa eco Guidesi: «In tutti i territori europei chiudono aziende settimanalmente. Noi stiamo semplicemente cercando di portare delle proposte dal punto di vista industriale, economico e scientifico che sono sul tavolo della Commissione da tempo, affinché l’ambiente sia sì tutelato, ma non a scapito di 13 milioni di posti di lavoro». Guidesi non risparmia le case automobilistiche europee: «Hanno avuto una grande responsabilità, si sono accorte troppo tardi che le nostre istanze servivano soprattutto a loro», e conclude: «Il tempo ora è pochissimo. Mi aspetto che il Ppe sia coerente».Parodi passa invece in rassegna i dati sulle emissioni: «Il 35% proviene dalla Cina, il 15% dagli Usa, l’8% dall’India. L’Ue pesa solo il 7%, l’Italia lo 0,7%. Su questo 7% europeo, le auto private pesano solo il 13%. Eppure i burocrati europei si concentrano sul trasporto privato, andando a ridurre la libertà del movimento, un diritto fondamentale. La sinistra mette ancora una volta in campo misure elitarie». Dello stesso avviso l’avvocato Celletti, che sottolinea il costo elevato dell’auto a batteria «Oggi per comprare la più piccola elettrica utilitaria servono 34.000 euro, non proprio cifre popolari. Bruxelles sta imponendo norme dall’alto, e l’imposizione dall’alto è dittatura, siamo arrivati al «fascismo verde», a voler imporre un cambio drastico senza il consenso dei cittadini».
Continua a leggereRiduci
L’aumento di temperatura previsto entro il 2100 passa da 4 gradi a 2,3. Von der Leyen dà i numeri: «Grazie alle mie leggi verdi». Tovaglieri (Lega)al convegno sull’automotive: «Le rivoluzioni non si impongono». Lo speciale contiene due articoli.Nella giornata campale di ieri a Bruxelles non poteva mancare la figura di Ursula von der Leyen. Il presidente della Commissione è comparsa davanti al Parlamento europeo in seduta plenaria per riferire sulla riunione del Consiglio europeo del 23 ottobre scorso. La tedesca ha iniziato il suo discorso dai successi (sic) ottenuti dall’Unione europea sui temi climatici. «Dobbiamo accelerare la transizione pulita, ma anche utilizzarla per stimolare crescita e prosperità. Il lavoro per la decarbonizzazione va di pari passo con il lavoro per la nostra competitività». Sarebbe importante capire come Von der Leyen immagini di tenere insieme decarbonizzazione e competitività, che sinora hanno solo generato un originale ossimoro. Dal disastro del settore automobilistico all’aumento dei costi dell’energia, dai buchi nell’acqua di idrogeno e acciaio verde alle gigafactory immaginarie, per l’industria è tutto un calvario. Ciononostante, Von der Leyen si è poi lanciata in due o tre ardite considerazioni sul successo del modello europeo di fronte alla «sfida» (c’è sempre una sfida) climatica. La più semplice: «Da quando abbiamo introdotto il nostro sistema di scambio di quote di emissione, le emissioni nei settori interessati sono diminuite del 50%, mentre il nostro Pil è cresciuto del 27%».Ebbene, guardando i dati grezzi è così, più o meno, ma questo non dice nulla di ciò che è avvenuto in realtà. Sarebbe meglio dire che il Pil è cresciuto nonostante il sistema di scambio delle emissioni, l’Ets. La riduzione delle emissioni in Ue è dovuta in gran parte alla diminuzione dell’intensità energetica del Pil, a causa della deindustrializzazione, della delocalizzazione delle produzioni industriali e dello spostamento dell’economia verso i servizi. I dati lo dimostrano: dal 2000 la produzione industriale in Ue è crescita in media di uno scarsissimo 0,6% all’anno, cioè del 15% in 24 anni. La quota di Pil attribuita ai servizi è passata dal 69% nel 2000 al 73% nel 2020 (dato Eurostat). La riduzione dell’intensità energetica per unità di Pil (e dunque delle emissioni) non è un effetto della regolamentazione ambientale dell’Ue, bensì della trasformazione strutturale dell’economia verso i servizi. Mentre l’industria veniva dislocata altrove, per esempio in Cina, Vietnam, Messico (che infatti hanno aumentato le emissioni) o chiudeva del tutto. Dunque, più che anti-emissioni, le politiche europee sono state anti-industriali.Secondo tema toccato da Von der Leyen: «Dieci anni fa, ci stavamo dirigendo verso un aumento della temperatura di 4 gradi Celsius entro la fine del secolo. Oggi siamo più vicini ai 2,3 gradi Celsius. Ancora troppo alto, ma per la prima volta nella storia moderna, la curva si sta piegando. E dimostra la nostra capacità di cambiare le cose in meglio se siamo attivi». Di primo acchito sembra una contraddizione, dato che le emissioni sono aumentate negli ultimi dieci anni. Ma la questione è un po’ diversa: 2,3° sarebbe l’aumento della temperatura al 2100 se tutti gli impegni presi con gli accordi di Parigi venissero rispettati anche oltre il 2035 (fino appunto al 2100, dati dal rapporto Unep). In altre parole, è un’ipotesi di scuola che prende per buone le dichiarazioni fatte dai Paesi di tutto il mondo sugli impegni green, portandoli fino al 2100. Basta che un governo faccia un annuncio e questo viene preso per buono. Contando che l’Ue pesa per solo circa il 6% delle emissioni globali, è chiaro altresì che il ruolo di Bruxelles è del tutto marginale.Terza gustosa dichiarazione del presidente: «Chi inquina, paga. Se non vuole pagare, innova. E anche il risultato è chiaro: decarbonizzazione e innovazione vanno di pari passo». A parte che la CO2 non è un inquinante, Von der Leyen non è fortunata con i tempi. Proprio due giorni fa è uscito il nuovo Outlook 2025 dell’Iea, che illustra come negli Usa la generazione elettrica per i data center andrà soprattutto a gas naturale, con i consumi di gas che dovrebbero quadruplicare entro il 2035. Insomma, quella di Von der Leyen ieri è parsa soprattutto una via di mezzo tra aria fritta e un racconto di fantascienza.Nel frattempo, il Consiglio dei ministri delle finanze Ecofin ha bocciato la proposta di riforma della direttiva sulla tassazione energetica (Dte). L’Italia ha posto il veto al testo, per bocca del ministro Giancarlo Giorgetti, spiegando che l’aumento delle accise sui consumi energetici avrebbe distrutto la competitività delle aziende italiane e pesato sulle famiglie. La necessaria unanimità non è stata raggiunta e dunque la direttiva in vigore resta tale, nulla cambia. Musi lunghi, ieri, alla fine del dibattito da parte della presidenza di turno danese e del commissario Ue per il clima, l’olandese Wopke Hoekstra. Indispettita il presidente dell’Ecofin, il ministro delle finanze danese, Stephanie Lose, mentre Hoekstra si è detto sorpreso che i ministri delle finanze non abbiano raggiunto un accordo nemmeno sulla indicizzazione delle tasse energetiche, perché, ha detto, «i ministri delle finanze conoscono il valore dei soldi». Un commento che conferma quanta distanza vi sia tra la Commissione e i meccanismi democratici, quelli che impongono a un ministro di rispondere politicamente delle proprie azioni. Se ancora fosse necessaria qualche conferma.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/emissioni-salgono-traguardi-immaginari-2674295353.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sul-clima-bruxelles-fa-chiacchiere-confermati-gli-obiettivi-sul-2040" data-post-id="2674295353" data-published-at="1763123667" data-use-pagination="False"> Sul clima Bruxelles fa chiacchiere. Confermati gli obiettivi sul 2040 «L’Ue si è data definitivamente la zappa sui piedi, approvando una legge ideologica e punitiva, destinata a portare l’Europa verso la catastrofe industriale, mentre i nostri competitor, Cina in testa, continuano a crescere con le centrali a carbone. Dopo l’approvazione irresponsabile di oggi, il continente si avvia inesorabilmente alla desertificazione industriale. Di fronte al ritardo con cui stiamo cercando di rincorrere gli obiettivi fissati per il 2030, non ha alcun senso porre nuovi e più stringenti target per il 2040», è il duro commento dell’eurodeputata della Lega e relatrice ombra della legge sul clima per conto dei Patrioti in Commissione Industria, Isabella Tovaglieri, dopo l’approvazione di ieri da parte del Parlamento Ue, a Bruxelles, della proposta di modifica della «legge europea sul Clima» che stabilisce un nuovo obiettivo intermedio e vincolante di riduzione netta delle emissioni del 90% entro il 2040, rispetto ai livelli del 1990. La posizione adottata a maggioranza dall’Assemblea (379 sì, 248 no e dieci astenuti, con il Ppe diviso in due tra favorevoli e contrari) prevede anche di consentire ai governi nazionali un margine di flessibilità del 5% sul target ricorrendo ai crediti internazionali di carbonio. Nella stessa mattinata, Tovaglieri ha anche presieduto un convegno all’Europarlamento riguardante l’automotive: «Stop motori 2035, quali prospettive per industria e automobilisti?». A moderare il dibattito il giornalista Pierluigi Bonora. Presenti Roberto Parodi, scrittore e giornalista corteggiato dalla Lega per una futura candidatura a sindaco di Milano, lo youtuber Federico Lamperti e il giornalista e youtuber Enrico di Mauro, l’avvocato ed esperto di automotive Gilberto Celletti e Carlo Vulnera, fondatore di «Quelli di Piazza Affari». Connesso da remoto Guido Guidesi, assessore allo sviluppo economico in Lombardia e presidente dell’Automotive Regions Alliance (Ara). «Non sono contraria all’auto elettrica in assoluto, ma all’obbligo. La Commissione Ue era convinta che, vietando la produzione di motori endotermici, la gente andasse al concessionario a prendere l’elettrica. Ma le rivoluzioni, se tali devono essere, non possono essere calate dall’alto, ma dal basso, attraverso la spontaneità», ha spiegato l’europarlamentare. «Fino a quando non vedrò la parola “biocarburanti” messa nera su bianco non crederò a un’apertura di questa Commissione (il 10 dicembre è attesa la proposta di revisione legislativa sulla modifica del regolamento sulle emissioni, ndr) perché fino a ora ha fatto tante promesse, assecondato i desiderata della Germania con gli e-fuel ma sul tema del biocarburante ha sempre fatto orecchie da mercante. Per l’Italia è fondamentale introdurre questa tecnologia, ma anche per salvaguardare l’automotive europeo. Non esiste un piano B», spiega ancora Tovaglieri. Le fa eco Guidesi: «In tutti i territori europei chiudono aziende settimanalmente. Noi stiamo semplicemente cercando di portare delle proposte dal punto di vista industriale, economico e scientifico che sono sul tavolo della Commissione da tempo, affinché l’ambiente sia sì tutelato, ma non a scapito di 13 milioni di posti di lavoro». Guidesi non risparmia le case automobilistiche europee: «Hanno avuto una grande responsabilità, si sono accorte troppo tardi che le nostre istanze servivano soprattutto a loro», e conclude: «Il tempo ora è pochissimo. Mi aspetto che il Ppe sia coerente».Parodi passa invece in rassegna i dati sulle emissioni: «Il 35% proviene dalla Cina, il 15% dagli Usa, l’8% dall’India. L’Ue pesa solo il 7%, l’Italia lo 0,7%. Su questo 7% europeo, le auto private pesano solo il 13%. Eppure i burocrati europei si concentrano sul trasporto privato, andando a ridurre la libertà del movimento, un diritto fondamentale. La sinistra mette ancora una volta in campo misure elitarie». Dello stesso avviso l’avvocato Celletti, che sottolinea il costo elevato dell’auto a batteria «Oggi per comprare la più piccola elettrica utilitaria servono 34.000 euro, non proprio cifre popolari. Bruxelles sta imponendo norme dall’alto, e l’imposizione dall’alto è dittatura, siamo arrivati al «fascismo verde», a voler imporre un cambio drastico senza il consenso dei cittadini».
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
Continua a leggereRiduci
Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
Continua a leggereRiduci
Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
Continua a leggereRiduci
Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara