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2025-11-14
Le emissioni salgono, ma Ursula si intesta traguardi immaginari sul riscaldamento
Ursula von der Leyen (Ansa)
Ebbene, guardando i dati grezzi è così, più o meno, ma questo non dice nulla di ciò che è avvenuto in realtà. Sarebbe meglio dire che il Pil è cresciuto nonostante il sistema di scambio delle emissioni, l’Ets. La riduzione delle emissioni in Ue è dovuta in gran parte alla diminuzione dell’intensità energetica del Pil, a causa della deindustrializzazione, della delocalizzazione delle produzioni industriali e dello spostamento dell’economia verso i servizi. I dati lo dimostrano: dal 2000 la produzione industriale in Ue è crescita in media di uno scarsissimo 0,6% all’anno, cioè del 15% in 24 anni. La quota di Pil attribuita ai servizi è passata dal 69% nel 2000 al 73% nel 2020 (dato Eurostat). La riduzione dell’intensità energetica per unità di Pil (e dunque delle emissioni) non è un effetto della regolamentazione ambientale dell’Ue, bensì della trasformazione strutturale dell’economia verso i servizi. Mentre l’industria veniva dislocata altrove, per esempio in Cina, Vietnam, Messico (che infatti hanno aumentato le emissioni) o chiudeva del tutto. Dunque, più che anti-emissioni, le politiche europee sono state anti-industriali.
Secondo tema toccato da Von der Leyen: «Dieci anni fa, ci stavamo dirigendo verso un aumento della temperatura di 4 gradi Celsius entro la fine del secolo. Oggi siamo più vicini ai 2,3 gradi Celsius. Ancora troppo alto, ma per la prima volta nella storia moderna, la curva si sta piegando. E dimostra la nostra capacità di cambiare le cose in meglio se siamo attivi». Di primo acchito sembra una contraddizione, dato che le emissioni sono aumentate negli ultimi dieci anni. Ma la questione è un po’ diversa: 2,3° sarebbe l’aumento della temperatura al 2100 se tutti gli impegni presi con gli accordi di Parigi venissero rispettati anche oltre il 2035 (fino appunto al 2100, dati dal rapporto Unep). In altre parole, è un’ipotesi di scuola che prende per buone le dichiarazioni fatte dai Paesi di tutto il mondo sugli impegni green, portandoli fino al 2100. Basta che un governo faccia un annuncio e questo viene preso per buono. Contando che l’Ue pesa per solo circa il 6% delle emissioni globali, è chiaro altresì che il ruolo di Bruxelles è del tutto marginale.
Terza gustosa dichiarazione del presidente: «Chi inquina, paga. Se non vuole pagare, innova. E anche il risultato è chiaro: decarbonizzazione e innovazione vanno di pari passo». A parte che la CO2 non è un inquinante, Von der Leyen non è fortunata con i tempi. Proprio due giorni fa è uscito il nuovo Outlook 2025 dell’Iea, che illustra come negli Usa la generazione elettrica per i data center andrà soprattutto a gas naturale, con i consumi di gas che dovrebbero quadruplicare entro il 2035. Insomma, quella di Von der Leyen ieri è parsa soprattutto una via di mezzo tra aria fritta e un racconto di fantascienza.
Nel frattempo, il Consiglio dei ministri delle finanze Ecofin ha bocciato la proposta di riforma della direttiva sulla tassazione energetica (Dte). L’Italia ha posto il veto al testo, per bocca del ministro Giancarlo Giorgetti, spiegando che l’aumento delle accise sui consumi energetici avrebbe distrutto la competitività delle aziende italiane e pesato sulle famiglie. La necessaria unanimità non è stata raggiunta e dunque la direttiva in vigore resta tale, nulla cambia. Musi lunghi, ieri, alla fine del dibattito da parte della presidenza di turno danese e del commissario Ue per il clima, l’olandese Wopke Hoekstra. Indispettita il presidente dell’Ecofin, il ministro delle finanze danese, Stephanie Lose, mentre Hoekstra si è detto sorpreso che i ministri delle finanze non abbiano raggiunto un accordo nemmeno sulla indicizzazione delle tasse energetiche, perché, ha detto, «i ministri delle finanze conoscono il valore dei soldi». Un commento che conferma quanta distanza vi sia tra la Commissione e i meccanismi democratici, quelli che impongono a un ministro di rispondere politicamente delle proprie azioni. Se ancora fosse necessaria qualche conferma.
Sul clima Bruxelles fa chiacchiere. Confermati gli obiettivi sul 2040
«L’Ue si è data definitivamente la zappa sui piedi, approvando una legge ideologica e punitiva, destinata a portare l’Europa verso la catastrofe industriale, mentre i nostri competitor, Cina in testa, continuano a crescere con le centrali a carbone. Dopo l’approvazione irresponsabile di oggi, il continente si avvia inesorabilmente alla desertificazione industriale. Di fronte al ritardo con cui stiamo cercando di rincorrere gli obiettivi fissati per il 2030, non ha alcun senso porre nuovi e più stringenti target per il 2040», è il duro commento dell’eurodeputata della Lega e relatrice ombra della legge sul clima per conto dei Patrioti in Commissione Industria, Isabella Tovaglieri, dopo l’approvazione di ieri da parte del Parlamento Ue, a Bruxelles, della proposta di modifica della «legge europea sul Clima» che stabilisce un nuovo obiettivo intermedio e vincolante di riduzione netta delle emissioni del 90% entro il 2040, rispetto ai livelli del 1990. La posizione adottata a maggioranza dall’Assemblea (379 sì, 248 no e dieci astenuti, con il Ppe diviso in due tra favorevoli e contrari) prevede anche di consentire ai governi nazionali un margine di flessibilità del 5% sul target ricorrendo ai crediti internazionali di carbonio. Nella stessa mattinata, Tovaglieri ha anche presieduto un convegno all’Europarlamento riguardante l’automotive: «Stop motori 2035, quali prospettive per industria e automobilisti?». A moderare il dibattito il giornalista Pierluigi Bonora. Presenti Roberto Parodi, scrittore e giornalista corteggiato dalla Lega per una futura candidatura a sindaco di Milano, lo youtuber Federico Lamperti e il giornalista e youtuber Enrico di Mauro, l’avvocato ed esperto di automotive Gilberto Celletti e Carlo Vulnera, fondatore di «Quelli di Piazza Affari». Connesso da remoto Guido Guidesi, assessore allo sviluppo economico in Lombardia e presidente dell’Automotive Regions Alliance (Ara). «Non sono contraria all’auto elettrica in assoluto, ma all’obbligo. La Commissione Ue era convinta che, vietando la produzione di motori endotermici, la gente andasse al concessionario a prendere l’elettrica. Ma le rivoluzioni, se tali devono essere, non possono essere calate dall’alto, ma dal basso, attraverso la spontaneità», ha spiegato l’europarlamentare. «Fino a quando non vedrò la parola “biocarburanti” messa nera su bianco non crederò a un’apertura di questa Commissione (il 10 dicembre è attesa la proposta di revisione legislativa sulla modifica del regolamento sulle emissioni, ndr) perché fino a ora ha fatto tante promesse, assecondato i desiderata della Germania con gli e-fuel ma sul tema del biocarburante ha sempre fatto orecchie da mercante. Per l’Italia è fondamentale introdurre questa tecnologia, ma anche per salvaguardare l’automotive europeo. Non esiste un piano B», spiega ancora Tovaglieri. Le fa eco Guidesi: «In tutti i territori europei chiudono aziende settimanalmente. Noi stiamo semplicemente cercando di portare delle proposte dal punto di vista industriale, economico e scientifico che sono sul tavolo della Commissione da tempo, affinché l’ambiente sia sì tutelato, ma non a scapito di 13 milioni di posti di lavoro». Guidesi non risparmia le case automobilistiche europee: «Hanno avuto una grande responsabilità, si sono accorte troppo tardi che le nostre istanze servivano soprattutto a loro», e conclude: «Il tempo ora è pochissimo. Mi aspetto che il Ppe sia coerente».Parodi passa invece in rassegna i dati sulle emissioni: «Il 35% proviene dalla Cina, il 15% dagli Usa, l’8% dall’India. L’Ue pesa solo il 7%, l’Italia lo 0,7%. Su questo 7% europeo, le auto private pesano solo il 13%. Eppure i burocrati europei si concentrano sul trasporto privato, andando a ridurre la libertà del movimento, un diritto fondamentale. La sinistra mette ancora una volta in campo misure elitarie». Dello stesso avviso l’avvocato Celletti, che sottolinea il costo elevato dell’auto a batteria «Oggi per comprare la più piccola elettrica utilitaria servono 34.000 euro, non proprio cifre popolari. Bruxelles sta imponendo norme dall’alto, e l’imposizione dall’alto è dittatura, siamo arrivati al «fascismo verde», a voler imporre un cambio drastico senza il consenso dei cittadini».
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L’aumento di temperatura previsto entro il 2100 passa da 4 gradi a 2,3. Von der Leyen dà i numeri: «Grazie alle mie leggi verdi». Tovaglieri (Lega)al convegno sull’automotive: «Le rivoluzioni non si impongono». Lo speciale contiene due articoli.Nella giornata campale di ieri a Bruxelles non poteva mancare la figura di Ursula von der Leyen. Il presidente della Commissione è comparsa davanti al Parlamento europeo in seduta plenaria per riferire sulla riunione del Consiglio europeo del 23 ottobre scorso. La tedesca ha iniziato il suo discorso dai successi (sic) ottenuti dall’Unione europea sui temi climatici. «Dobbiamo accelerare la transizione pulita, ma anche utilizzarla per stimolare crescita e prosperità. Il lavoro per la decarbonizzazione va di pari passo con il lavoro per la nostra competitività». Sarebbe importante capire come Von der Leyen immagini di tenere insieme decarbonizzazione e competitività, che sinora hanno solo generato un originale ossimoro. Dal disastro del settore automobilistico all’aumento dei costi dell’energia, dai buchi nell’acqua di idrogeno e acciaio verde alle gigafactory immaginarie, per l’industria è tutto un calvario. Ciononostante, Von der Leyen si è poi lanciata in due o tre ardite considerazioni sul successo del modello europeo di fronte alla «sfida» (c’è sempre una sfida) climatica. La più semplice: «Da quando abbiamo introdotto il nostro sistema di scambio di quote di emissione, le emissioni nei settori interessati sono diminuite del 50%, mentre il nostro Pil è cresciuto del 27%».Ebbene, guardando i dati grezzi è così, più o meno, ma questo non dice nulla di ciò che è avvenuto in realtà. Sarebbe meglio dire che il Pil è cresciuto nonostante il sistema di scambio delle emissioni, l’Ets. La riduzione delle emissioni in Ue è dovuta in gran parte alla diminuzione dell’intensità energetica del Pil, a causa della deindustrializzazione, della delocalizzazione delle produzioni industriali e dello spostamento dell’economia verso i servizi. I dati lo dimostrano: dal 2000 la produzione industriale in Ue è crescita in media di uno scarsissimo 0,6% all’anno, cioè del 15% in 24 anni. La quota di Pil attribuita ai servizi è passata dal 69% nel 2000 al 73% nel 2020 (dato Eurostat). La riduzione dell’intensità energetica per unità di Pil (e dunque delle emissioni) non è un effetto della regolamentazione ambientale dell’Ue, bensì della trasformazione strutturale dell’economia verso i servizi. Mentre l’industria veniva dislocata altrove, per esempio in Cina, Vietnam, Messico (che infatti hanno aumentato le emissioni) o chiudeva del tutto. Dunque, più che anti-emissioni, le politiche europee sono state anti-industriali.Secondo tema toccato da Von der Leyen: «Dieci anni fa, ci stavamo dirigendo verso un aumento della temperatura di 4 gradi Celsius entro la fine del secolo. Oggi siamo più vicini ai 2,3 gradi Celsius. Ancora troppo alto, ma per la prima volta nella storia moderna, la curva si sta piegando. E dimostra la nostra capacità di cambiare le cose in meglio se siamo attivi». Di primo acchito sembra una contraddizione, dato che le emissioni sono aumentate negli ultimi dieci anni. Ma la questione è un po’ diversa: 2,3° sarebbe l’aumento della temperatura al 2100 se tutti gli impegni presi con gli accordi di Parigi venissero rispettati anche oltre il 2035 (fino appunto al 2100, dati dal rapporto Unep). In altre parole, è un’ipotesi di scuola che prende per buone le dichiarazioni fatte dai Paesi di tutto il mondo sugli impegni green, portandoli fino al 2100. Basta che un governo faccia un annuncio e questo viene preso per buono. Contando che l’Ue pesa per solo circa il 6% delle emissioni globali, è chiaro altresì che il ruolo di Bruxelles è del tutto marginale.Terza gustosa dichiarazione del presidente: «Chi inquina, paga. Se non vuole pagare, innova. E anche il risultato è chiaro: decarbonizzazione e innovazione vanno di pari passo». A parte che la CO2 non è un inquinante, Von der Leyen non è fortunata con i tempi. Proprio due giorni fa è uscito il nuovo Outlook 2025 dell’Iea, che illustra come negli Usa la generazione elettrica per i data center andrà soprattutto a gas naturale, con i consumi di gas che dovrebbero quadruplicare entro il 2035. Insomma, quella di Von der Leyen ieri è parsa soprattutto una via di mezzo tra aria fritta e un racconto di fantascienza.Nel frattempo, il Consiglio dei ministri delle finanze Ecofin ha bocciato la proposta di riforma della direttiva sulla tassazione energetica (Dte). L’Italia ha posto il veto al testo, per bocca del ministro Giancarlo Giorgetti, spiegando che l’aumento delle accise sui consumi energetici avrebbe distrutto la competitività delle aziende italiane e pesato sulle famiglie. La necessaria unanimità non è stata raggiunta e dunque la direttiva in vigore resta tale, nulla cambia. Musi lunghi, ieri, alla fine del dibattito da parte della presidenza di turno danese e del commissario Ue per il clima, l’olandese Wopke Hoekstra. Indispettita il presidente dell’Ecofin, il ministro delle finanze danese, Stephanie Lose, mentre Hoekstra si è detto sorpreso che i ministri delle finanze non abbiano raggiunto un accordo nemmeno sulla indicizzazione delle tasse energetiche, perché, ha detto, «i ministri delle finanze conoscono il valore dei soldi». Un commento che conferma quanta distanza vi sia tra la Commissione e i meccanismi democratici, quelli che impongono a un ministro di rispondere politicamente delle proprie azioni. Se ancora fosse necessaria qualche conferma.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/emissioni-salgono-traguardi-immaginari-2674295353.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sul-clima-bruxelles-fa-chiacchiere-confermati-gli-obiettivi-sul-2040" data-post-id="2674295353" data-published-at="1763123667" data-use-pagination="False"> Sul clima Bruxelles fa chiacchiere. Confermati gli obiettivi sul 2040 «L’Ue si è data definitivamente la zappa sui piedi, approvando una legge ideologica e punitiva, destinata a portare l’Europa verso la catastrofe industriale, mentre i nostri competitor, Cina in testa, continuano a crescere con le centrali a carbone. Dopo l’approvazione irresponsabile di oggi, il continente si avvia inesorabilmente alla desertificazione industriale. Di fronte al ritardo con cui stiamo cercando di rincorrere gli obiettivi fissati per il 2030, non ha alcun senso porre nuovi e più stringenti target per il 2040», è il duro commento dell’eurodeputata della Lega e relatrice ombra della legge sul clima per conto dei Patrioti in Commissione Industria, Isabella Tovaglieri, dopo l’approvazione di ieri da parte del Parlamento Ue, a Bruxelles, della proposta di modifica della «legge europea sul Clima» che stabilisce un nuovo obiettivo intermedio e vincolante di riduzione netta delle emissioni del 90% entro il 2040, rispetto ai livelli del 1990. La posizione adottata a maggioranza dall’Assemblea (379 sì, 248 no e dieci astenuti, con il Ppe diviso in due tra favorevoli e contrari) prevede anche di consentire ai governi nazionali un margine di flessibilità del 5% sul target ricorrendo ai crediti internazionali di carbonio. Nella stessa mattinata, Tovaglieri ha anche presieduto un convegno all’Europarlamento riguardante l’automotive: «Stop motori 2035, quali prospettive per industria e automobilisti?». A moderare il dibattito il giornalista Pierluigi Bonora. Presenti Roberto Parodi, scrittore e giornalista corteggiato dalla Lega per una futura candidatura a sindaco di Milano, lo youtuber Federico Lamperti e il giornalista e youtuber Enrico di Mauro, l’avvocato ed esperto di automotive Gilberto Celletti e Carlo Vulnera, fondatore di «Quelli di Piazza Affari». Connesso da remoto Guido Guidesi, assessore allo sviluppo economico in Lombardia e presidente dell’Automotive Regions Alliance (Ara). «Non sono contraria all’auto elettrica in assoluto, ma all’obbligo. La Commissione Ue era convinta che, vietando la produzione di motori endotermici, la gente andasse al concessionario a prendere l’elettrica. Ma le rivoluzioni, se tali devono essere, non possono essere calate dall’alto, ma dal basso, attraverso la spontaneità», ha spiegato l’europarlamentare. «Fino a quando non vedrò la parola “biocarburanti” messa nera su bianco non crederò a un’apertura di questa Commissione (il 10 dicembre è attesa la proposta di revisione legislativa sulla modifica del regolamento sulle emissioni, ndr) perché fino a ora ha fatto tante promesse, assecondato i desiderata della Germania con gli e-fuel ma sul tema del biocarburante ha sempre fatto orecchie da mercante. Per l’Italia è fondamentale introdurre questa tecnologia, ma anche per salvaguardare l’automotive europeo. Non esiste un piano B», spiega ancora Tovaglieri. Le fa eco Guidesi: «In tutti i territori europei chiudono aziende settimanalmente. Noi stiamo semplicemente cercando di portare delle proposte dal punto di vista industriale, economico e scientifico che sono sul tavolo della Commissione da tempo, affinché l’ambiente sia sì tutelato, ma non a scapito di 13 milioni di posti di lavoro». Guidesi non risparmia le case automobilistiche europee: «Hanno avuto una grande responsabilità, si sono accorte troppo tardi che le nostre istanze servivano soprattutto a loro», e conclude: «Il tempo ora è pochissimo. Mi aspetto che il Ppe sia coerente».Parodi passa invece in rassegna i dati sulle emissioni: «Il 35% proviene dalla Cina, il 15% dagli Usa, l’8% dall’India. L’Ue pesa solo il 7%, l’Italia lo 0,7%. Su questo 7% europeo, le auto private pesano solo il 13%. Eppure i burocrati europei si concentrano sul trasporto privato, andando a ridurre la libertà del movimento, un diritto fondamentale. La sinistra mette ancora una volta in campo misure elitarie». Dello stesso avviso l’avvocato Celletti, che sottolinea il costo elevato dell’auto a batteria «Oggi per comprare la più piccola elettrica utilitaria servono 34.000 euro, non proprio cifre popolari. Bruxelles sta imponendo norme dall’alto, e l’imposizione dall’alto è dittatura, siamo arrivati al «fascismo verde», a voler imporre un cambio drastico senza il consenso dei cittadini».
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Medici che avrebbero emesso falsi certificati contro il rimpatrio degli stranieri irregolari. Le indagini in corso a Ravenna vogliono accertare una prassi nota, sebbene sottovalutata dalle autorità giudiziarie e dagli Ordini professionali. La Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), da anni esorta i medici a dare un parere negativo sull’idoneità degli stranieri al trasferimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), prima dell’espulsione. Il primo marzo del 2024, assieme alla Rete Mai più lager -No ai Cpr (che ha il sostegno dell’Anci) e all’Asgi, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (con progetti finanziati da Soros), lanciarono un appello chiedendo «a tutto il personale sanitario una presa di coscienza sulle condizioni e sui rischi per la salute delle persone migranti sottoposte a detenzione amministrativa nei Cpr».
Non si limitavano a parlare di «pessime condizioni igienico-sanitarie di questi centri», di non attenzione ai problemi di salute mentale dei migranti e di abuso di psicofarmaci, ma invitavano proprio a commettere falso ideologico, l’ipotesi di reato (con l’aggravante del continuato in concorso in atti pubblici) formulata per l’indagine sui medici dell’Ospedale di Ravenna. Proponevano, infatti, «diversi elementi di riflessione e azione di sanità pubblica, medico-legali e di deontologia medica per poter aiutare i medici coinvolti a dichiarare l’inidoneità alla vita in luoghi pericolosi per la salute e patogeni quali i Cpr, di fatto, sono». Allegata all’appello c’era anche una bozza di modello da utilizzare per negare l’idoneità. Tra i vari punti, il camice bianco doveva dichiarare che rifiutava il trattenimento di uno straniero nei centri per «indisponibilità di una documentata anamnesi e del ridottissimo tempo concesso per l’effettuazione di un approfondimento clinico meritevole invece di ben altri tempi, competenze e mezzi diagnostici anche multidisciplinari». Ricordate il tempo «zero» utilizzato negli hub vaccinali per far firmare il consenso informato e inocularti la dose imposta? Guai a chi sollevava dubbi sulla pericolosità di una procedura, che ignorava le effettive condizioni di salute di chi era costretto a porgere il braccio.
Nel giugno del 2024, La Nuova Ferrara dedicava un articolo ai primi casi di non idoneità a entrare nei Centri di permanenza per i rimpatri, dichiarati da medici dell’ospedale Sant’Anna di Cona che accertavano le condizioni sanitarie di stranieri. Nicola Cocco, medico della Rete «Mai più lager - No ai Cpr», affermava: «Ma cosa accade se rilascio l’idoneità e dopo pochi giorni la persona, per esempio, ha crisi epilettiche o va in ipoglicemia o accusa una depressione forte che lo porta a tentativi di suicidio […] Quel medico che ha rilasciato l’idoneità, siamo sicuri che non sia responsabile dal punto di vista penale?».
Cocco parlava di «forti criticità deontologiche», nell’avere solo dieci minuti di tempo per rilasciare il nullaosta a entrare in un Cpr. In epoca Covid, c’era forse più tempo e attenzione prima di vaccinare la popolazione? Qualcuno negli hub si ribellava alla pratica o aveva scrupoli di coscienza? Lo stesso Cocco, dopo le perquisizioni all’ospedale e nelle abitazioni di sei medici, venerdì ha lanciato su Change.org un appello dal titolo «La cura non è un reato. In difesa dell’autonomia medica e del diritto alla salute».
Dichiara che «il medico ha il dovere etico e giuridico di agire in scienza e coscienza, con l’unico obiettivo della tutela della vita e della salute». Bella ipocrisia, chiedere la mobilitazione a sostegno di chi avrebbe dichiarato il falso sulle condizioni fisiche o mentali dei migranti, mentre si è invocata a gran voce la radiazione dei medici che rilasciavano certificati di non idoneità al vaccino Covid, o che curavano non con «Tachipirina e vigile attesa».
Nel giugno 2025, il Comitato centrale della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) accoglieva l’appello della Simm «a una presa di posizione affinché si proceda nell’immediato alla chiusura dei Cpr» e perché nessun professionista della salute «possa fornire prestazioni» in quei centri «tramite la sottoscrizione di valutazioni di idoneità alla reclusione nei Cpr», richieste dalle autorità di polizia.
Lo scorso mese, la Simm è tornata alla carica chiedendo una mobilitazione «contro violazioni sistematiche dei diritti e logiche da “istituzioni totali”», quali sarebbero i centri. Il suo presidente, Marco Mazzetti, pediatra e psichiatra, sostiene che i migranti «partono sani e sani arrivano da noi; questo è vero sia per quanto riguarda la salute fisica sia per quella mentale. Si ammalano poi nel nostro Paese a causa delle condizioni di vita che trovano». A tenere alta l’attenzione è anche l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, che ha progetti finanziati dalla Open Society Foundation del magnate americano di origine ungherese George Soros, la cui lobby ha l’obiettivo dichiarato di influenzare le politiche dei governi verso una «società aperta». Per il prossimo 23 febbraio l’Asgi organizza «un’arena pubblica» di confronto sul tema «Il confinamento globale dei migranti come anticamera del totalitarismo».
Avvocati e studiosi di migrazioni anticipano alcuni dei temi: «I cittadini stranieri sono tra i gruppi sociali maggiormente colpiti da una proliferazione normativa finalizzata a creare uno status giuridico differenziato, che conduce milioni di persone in una condizione di vulnerabilità». Non ce ne eravamo accorti, soprattutto considerando l’occhio di riguardo che i giudici hanno verso i migranti che delinquono.
Paragoni col Covid? Ora tutti muti
«Si tratta di un reato, che va denunciato all’autorità giudiziaria. In parallelo, l’Ordine valuterà i connessi aspetti disciplinari» ha dichiarato Filippo Anelli Presidente della Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri). Ma attenzione: non lo ha detto a commento dei sei medici dell’ospedale di Ravenna indagati con l’accusa di aver fornito certificati falsi a migranti illegali per salvarli dal trasferimento nei Cpr (Centri di permanenza per i rimpatri); quella frase Anelli l’aveva pronunciata nel 2021, riguardo a quei medici che avevano attestato finte vaccinazioni contro il Covid-19. «L’invito è di concludere al più presto l’iter per la sospensione e la comunicazione dei nominativi agli Ordini per gli opportuni adempimenti»: aveva ordinato anche le liste di proscrizione, il presidente della Fnomceo, mentre scoppiava il putiferio sul paragone fatto dai No green pass con gli ebrei ghettizzati durante il nazismo. Allora i lager e le discriminazioni non si potevano nominare, oggi chi strepita contro le «misure intimidatorie» usate con i medici indagati è un movimento che si chiama «Mai più lager - No ai Cpr», ma tant’è.
E per chi ha graziato i delinquenti, nessuna condanna, anzi: due pesi e due misure, neanche di fronte ai numerosi esempi di migranti illegali «salvati» dai camici bianchi per poi tornare in strada a delinquere, come quel senegalese irregolare di 25 anni, fermato dopo aver molestato sette donne e poi sottratto al rimpatrio grazie a un certificato medico falso che lo ha attestato «inidoneo» al Cpr. Come lui, tanti altri irregolari, su cui sta indagando la Procura di Ravenna.
E se il leader della Lega Matteo Salvini invoca per questi medici «licenziamento, radiazione e arresto», Anelli replica ribaltando i principi del codice deontologico: «Doveri del medico sono (…) il trattamento del dolore e il sollievo della sofferenza (…) senza discriminazione alcuna», trascurando il dettaglio che i clandestini graziati erano in buona salute psico-fisica e non abbattuti da «dolore e sofferenza» fisica. Si attacca poi, Anelli, all’«indipendenza, autonomia e responsabilità» dei medici, invocando la «libertà di mettere in pratica il proprio dovere»: quello di rimettere in circolazione, di fatto, persone che commettono reati. Non contento, il presidente Fnomceo esprime solidarietà per il «trauma della perquisizione alle prime luci dell’alba»: «Hanno visto interrompere la loro attività lavorativa, la loro vita familiare (…) ad essere messa in discussione è la loro professionalità». Quella negata, negli anni della pandemia, ai medici che avevano certificato vaccinazioni non avvenute: migliaia di camici bianchi sospesi dall’ordine (e poi dallo stipendio) su decisione del presidente della FnomCeo, che oggi sembra chiudere un occhio, anzi tutti e due, riguardo i colleghi accusati di aver rimesso delinquenti in libertà.
Anche l’ex sindaco di Ravenna e attuale governatore della regione Emilia Romagna Michele De Pascale soffia sul fuoco: «Il problema è che la normativa scarica sui medici delle Ausl italiane una responsabilità enorme, quella di stabilire o meno l’idoneità all’invio al Cpr per malattie infettive o psichiatriche. La politica non si assume le proprie responsabilità» denuncia De Pascale, insieme con Anelli che lamenta che «utilizzare i medici come strumenti di controllo dell’ordine pubblico è un errore». Assolverli quando si arrogano il diritto di esercitarlo, quel controllo, mettendo in pericolo i cittadini, invece sembra non essere «un errore».
A chiudere il cerchio del folle sistema dove chi delinque resta libero e spesso uccide, mentre medici accecati dall’ideologia rimettono in libertà persone che hanno commesso reati, arrivano anche le dichiarazioni della Cgil. Si tratta della stessa Cgil che, durante gli anni del covid, premeva per l’obbligo vaccinale dei medici, chiedendo pesanti sanzioni a chi non rispettava la legge, e oggi è solidale con i medici indagati: per questo motivo il sindacato aderisce al flash mob di solidarietà in programma domani a Ravenna. Si finge stupore.
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L’EPA cancella le norme del 2009 sulle emissioni delle auto. Francia, sempre più nucleare e meno rinnovabili. Alluminio, scende il prezzo. Gli USA a caccia di materiali critici.
Il Cpr di Gjader in Albania (Ansa)
Da questa vicenda nasce una sentenza che per la prima volta condanna lo Stato italiano a risarcire un migrante trasferito nei centri albanesi. Il risarcimento arriva grazie a una decisione firmata da un giudice del tribunale di Roma e dopo che la vicenda era uscita dai confini dell’aula di giustizia, attraverso l’intervento dell’europarlamentare Cecilia Strada, contattata dalla compagna dell’algerino rimasta per giorni senza notizie. Settecento euro sono una cifra modesta, ma sufficiente a sollevare una questione che, guardata da vicino, appare paradossale: il risarcimento viene riconosciuto in un contesto in cui, per anni, la corte di Cassazione aveva fissato criteri molto più rigorosi, arrivando spesso a negare i danni anche in situazioni oggettivamente più dure. Anche per questo motivo, il Viminale, dopo aver letto le motivazioni, potrebbe impugnare la sentenza davanti alla Corte d’Appello di Roma.
La decisione è del 10 febbraio 2026. Il giudice Corrado Bile, del tribunale di Roma, accoglie il ricorso e, «per l’effetto, condanna il ministero dell’Interno al pagamento di euro 700 a titolo di risarcimento del danno». Nelle motivazioni, il tribunale parla apertamente di «condotta colposa» dell’amministrazione e di «mancata osservanza delle regole di buona amministrazione», da cui sarebbe derivata «l’incisione dannosa della sfera privata dei diritti della persona». Il punto centrale, secondo il giudice, è che il trasferimento è avvenuto «in assenza di un provvedimento scritto e motivato», incidendo direttamente su diritti fondamentali del ricorrente.
Pur senza incarichi formali, Bile, magistrato della sezione civile del tribunale di Roma, viene spesso accostato all’area di Magistratura democratica, anche per contributi pubblicati su Questione Giustizia, la rivista storicamente legata a quella corrente. Nel 2024 ha firmato la sentenza sul caso «Asso 29», condannando lo Stato per il respingimento verso la Libia di migranti soccorsi in mare e affermando che lo Stato africano non può essere considerata un luogo sicuro. Più di recente ha annullato la maxi sanzione da 150.000 euro inflitta dal Garante della privacy al giornalista Sigfrido Ranucci di Report, per la diffusione dell’audio tra l’allora ministro Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini nell’affaire Boccia.
Per capire perché la decisione venga letta come un precedente esplosivo basta ricordare che non si tratta di un migrante appena arrivato, ma di un cittadino algerino irregolare da quasi vent’anni. L’avvocato Gennaro Santoro, che segue il caso e altri due analoghi, sostiene infatti che la sentenza possa mettere in discussione l’intero sistema dei trasferimenti nei Cpr. Il tribunale di Roma ha ritenuto che l’operazione abbia interferito con il diritto alla vita privata e familiare tutelato dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, affermando che la persona deve essere sempre posta in condizione di sapere dove, quando e perché viene trasferita.
Ma è qui che la decisione si espone alla critica più forte, perché si discosta da una linea che la Cassazione aveva tracciato negli ultimi anni. Nel 2016, nel caso del Cie di Ponte Galeria, un migrante aveva chiesto i danni sostenendo di aver vissuto condizioni di trattenimento umilianti e degradanti. La Cassazione gli diede torto: spiegò che la sofferenza legata alla detenzione amministrativa, per quanto dura, non basta da sola a far scattare un risarcimento. Se si vuole ottenere un indennizzo, bisogna dimostrare un danno concreto. Tre anni dopo, nel 2019, un altro caso riguardava il Cpr di Bari, dove erano emersi anche problemi procedurali nella gestione del trattenimento. Anche lì la Cassazione fu chiara: il fatto che un atto presenti irregolarità non significa automaticamente che lo Stato debba pagare. Un errore formale o una gestione discutibile non coincidono automaticamente con un danno risarcibile; serve provare che da quell’errore sia derivato un pregiudizio concreto e ulteriore rispetto alla normale restrizione della libertà.
Nel 2020 la Suprema Corte tornò sul tema con un’altra decisione, relativa ancora a un Cpr, ribadendo lo stesso concetto: la detenzione amministrativa comporta inevitabilmente disagi, limitazioni, sofferenze. Ma questi, se rientrano nella misura prevista dalla legge e convalidata da un giudice, non generano automaticamente un diritto al risarcimento. Ecco perché la condanna del Viminale appare come un cambio di passo che abbassa la soglia richiesta finora per dimostrare il danno.
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